Vi racconto la mia vita vissuta (male) con questa magistratura

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Max del Papa

Saranno “battute”, quelle del procuratore Gratteri che al Foglio dice “con voi faremo i conti”, che apostrofa Sallusti come mascalzone (sarà stato frainteso: è il suo destino, pare), come l’altra del procuratore De Nozza che dice “Porro e Sallusti non li voglio vedere al mio tavolo”, ma venendo da giudici che hanno in mano la libertà in definitiva il futuro dei cittadini, come stare tranquilli? Tanto più che questi giudici manifestano uno stato d’animo a dir poco ringhioso: ora dicono che a votare sì saranno mafiosi e mascalzoni, ora promettono di “tirare reti”, un linguaggio assai poco giuridico, che, volendo, sa di avvertimento e tetro avvertimento. Se questi sono i presupposti per abbassare i toni, per considerare un referendum una verifica non un’ordalia, stiamo freschi.

Siccome tutto si tiene, abbiamo quanti in difesa della libertà di stampa che piantano sulla bara un chiodo grosso così sfornando querele temerarie in quantità seriale, con tanto di studi legali all’uopo deputati; sono gli stessi che si fanno fotografare avvinghiati al Gratteri di turno, quasi a voler mandare messaggi anche loro, tutti in favore del no che riassume la difesa dello status quo. Chi scrive non è appassionato ai referendum, ne ha sviluppato intolleranza ai tempi deliranti di Pannella che ne sfornava, anche lui, in proporzione industriale a botte di dieci, di venti alla volta, una violenza per il cittadino; non gli sfugge l’imbarbarimento, inevitabile, di una faida fra ultras i cui ragionamenti, i cui intendimenti non sono sempre limpidi; ma come restare completamente neutri, anche sapendo le implicazioni in prospettiva elettorale, di potere, di regime che continua o s’infrange?

Come, se magistrati danno sempre più l’idea di una resa dei conti che possono spingere alle estreme conseguenze, muniti come sono di poteri pressoché infiniti e concretamente non sorvegliati, arginati solo nella teoria sterile della Costituzione che si può sempre aggirare o ignorare o sospendere come ai tempi del Covid? La grande repressione, la cattività ossessiva e cattiva, scellerata di 60 milioni di persone, sullo stampo di Pechino che mandava i suoi orientamenti, non sarebbe stata fattibile senza la copertura della magistratura fino alla Corte Costituzionale che retrospettivamente avallava: oggi la magistratura, in non trascurabile e non secondaria parte, annuncia tra il serio e lo scherzoso conseguenze a giochi fatti. Ma stanno scherzando? Possiamo fidarci di chi spedisce sotto inchiesta o in galera centinaia di persone, a prescindere dall’esito dei presupposti d’indagine?

C’è un aspetto del quale poco e niente si discute, e che la destra, che anche in questa occasione ha dimostrato di patire l’agenda della sinistra, farebbe bene ad occuparsi: è la consuetudine a procedere per decreto penale di condanna. Se uno querela, particolarmente per presunta diffamazione, il pm neanche si scomoda a verificare la fondatezza delle accuse, chiede in automatico il decreto penale che il gip regolarmente avalla, con il querelato che il più delle volte casca dalle nuvole anche perché nessuno gli spiega che avrebbe combinato di delinquenziale. Di fatto tutto si risolve in una tassa da qualche centinaio di euro, ma una tassa maledettamente ingiusta, classista e non priva di conseguenze visto che finisce per intaccare il casellario giudiziale. Ma il sistema giudiziario la privilegia per sbrigarsi di dosso troppi procedimenti pretestuosi e perché, facciamo conto, due, trecento euro su mille o diecimila cittadini ogni santo giorno fanno un gettito costante e non indifferente per le casse giudiziarie. Tutto questo si può sviluppare in funzione del legame strettissimo tra pm e gip, tra accusa e giudicante che la riforma dai tanti tecnicismi poco accessibili al cittadino medio intende sciogliere.

Sono questi i fattori che investono chi è chiamato a esprimersi, più delle schermaglie più o meno demenziali per cui stabilire se sono più farabutti quelli che votano sì o quelli che votano no. Benedetto chi non ha mai messo piede in un Tribunale! E sciagurato chi invece la sorte ce lo ha portato. Le ragioni di una riforma si misurano sulla concretezza, tutto il resto, le accuse, le minacce, le rappresaglie, le provocazioni, la pletora di guitti, di cavalieri e commendatori assoldati, gli spettri autoritari (da chi ha compiuto la più massiccia operazione autoritaria della storia democratica), le evocazioni piduiste, le ceneri di Tortora soffiate in direzione contraria, sono solo manovre di un fronte di sinistra molto più esperto, più spregiudicato, più cinico degli avversari, che non ci sanno competere, che cascano nei tranelli con certe uscite incredibili, di stampo suicida, che davvero non si sa come cogliere, che fanno disperare, fanno desiderare a volte un burqa o un bavaglio nella più pura tradizione islamica.

Saremo paranoici, malfidati noi, ma chi ci vieta di immaginare che dalle procure più influenti giungano indicazioni a quelle periferiche sugli elenchi di quelli da colpire appena possibile? E i modi non mancano, da una querela temeraria a una gogna organizzata sul venticello della calunnia che può aprirsi con un avviso di garanzia. Guardate: chi scrive queste trascurabili riflessioni è uno che la cronaca dei tribunali l’ha bazzicata per 20 anni, e che a un certo punto, vent’anni fa, scopriva durante una trasmissione radiofonica di essere indagato da una procura del sud per vilipendio alla religione cattolica (reato non più in vigore, mentre resta quello contro un ministro della religione cattolica, oggi di fatto soppiantato perché l’unica procedibilità si intende a tutela degli imam). Era successo che il giornaletto idiota per cui lavoravo aveva sparato una copertina con Ratzinger che teneva la testa mozzata di Veltroni: venivo chiamato in causa io, senza alcuna logica, in relazione a un articolo che Ratzinger neppure lo evocava; men che meno io ero un grafico: ma mi chiamavo “Del Papa” (credeteci pure) e tanto bastava.

Ho dovuto spendere tre anni della mia vita, oppormi al solito decreto penale, girare tra la Puglia e Roma, dove il procedimento sarebbe stato trasferito per competenza, dopodiché non ne seppi più niente. A Roma scoprivo che il pm ereditario neppure aveva preso visione del fascicolo con le accuse; quanto al pm pugliese originario, sarebbe a tempo debito finito in galera con una condanna decennale in primo grado per tangenti. Oggi non fa più il giudice, fa il volontario. E io, forte di certe esperienze, che dovrei votare? O mi consolo con la morale dei Travaglio, incredibile, pazzesca, per cui alla fine tutto è bene quel che finisce bene? A proposito: ma di fronte ad attenzioni neanche tanto velate, che possono anche togliere il sonno data la provenienza, dati i precedenti di questo Paese, il nostro autorevole e garantista capo dello Stato e del Csm non ha davvero niente da dire? (spoiler: no).

Max Del Papa, 15 marzo 2026

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