Vi spiego perché boicottare gli atleti israeliani è stupido ed inutile

Lo sport internazionale non può essere separato dal contesto geopolitico, tuttavia, l’esclusione di atleti e squadre rischia di alimentare i conflitti anziché ridurli

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Il legame tra sport e politica non è nuovo: dalle Olimpiadi dell’antica Grecia alle moderne competizioni, i grandi eventi sportivi sono stati strumenti di prestigio, propaganda o protesta. Nelle Olimpiadi del 1936 Hitler cercò di affermare la supremazia nazista; nel 1968 Tommie Smith e John Carlos protestarono contro la discriminazione razziale con il pugno alzato sul podio. Oggi, il conflitto in Ucraina e la guerra Israele–Palestina ripropongono il tema, mettendo il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e le federazioni sportive di fronte a scelte difficili.

La Carta Olimpica sancisce principi chiari: neutralità, rifiuto della propaganda politica, uguaglianza, promozione della pace. Tuttavia, dal 2022 in poi, le federazioni hanno dovuto bilanciare questi principi con pressioni geopolitiche crescenti.

Subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina (febbraio 2022), il CIO ha condannato la violazione della Tregua Olimpica e raccomandato l’esclusione di atleti e delegazioni russe e bielorusse. Si è poi ammessa la partecipazione solo come Atleti Individuali Neutrali (AIN). FIFA, UEFA, World Athletics e altre federazioni hanno sospeso club e squadre russe, spostando eventi programmati in Russia. Alcune discipline hanno reagito in modo difforme: il tennis, ad esempio, ha visto Wimbledon escludere nel 2022 i tennisti russi e bielorussi, scelta contestata da ATP e WTA, mentre altri tornei hanno applicato la formula AIN. Dal 2025 si registra un reintegro quasi completo, con atleti come Aryna Sabalenka tornati ai vertici. La FIA, oltre a misure sportive, ha stanziato fondi per i rifugiati ucraini e imposto ai piloti russi la firma di impegni di neutralità politica.

Un passaggio cruciale è arrivato nell’ottobre 2023, quando il CIO ha sospeso formalmente il Comitato Olimpico Russo (ROC) per aver riconosciuto i comitati olimpici nei territori ucraini annessi, ritenendolo una violazione della Carta Olimpica.

Diverso l’approccio sul fronte israelo-palestinese. Nonostante richieste di sanzioni simili a quelle adottate contro la Russia, il CIO non ha imposto esclusioni. Le motivazioni addotte: mancanza di un consenso internazionale paragonabile, difficoltà di inquadramento giuridico e rischio di accentuare divisioni. Alcune federazioni hanno optato per soluzioni organizzative di compromesso, come competizioni in campi neutri. Tuttavia, il dibattito è cresciuto: nel settembre 2025, durante l’Assemblea ONU, si è discusso di “doppi standard” nello sport, con la UEFA sotto pressione per una possibile sospensione della federazione israeliana, osteggiata dagli Stati Uniti e sostenuta invece da altri Paesi membri.

In questo scenario di contraddizioni, si è distinta la posizione del Comitato Paralimpico Internazionale, che nel settembre 2025 ha deciso di permettere a Russia e Bielorussia la partecipazione a Milano-Cortina 2026 con bandiera e inno, rivendicando la centralità dell’inclusione rispetto alle logiche di esclusione.

Con l’elezione nel 2025 della nuova presidente del CIO, Kirsty Coventry, è emerso un approccio “caso per caso” per gestire i conflitti, volto a ridurre la percezione di doppi standard e ribadire la Tregua Olimpica come strumento simbolico. Tuttavia, se gli organismi sportivi dovessero considerare l’esclusione di atleti e squadre di ogni paese in guerra, prendendo anche posizione su chi ha provocato la guerra, da un lato, dovrebbero considerare tutti i conflitti e non solo quelli più mediatici entrando in valutazioni che – in linea di principio – è difficile sostenere spettino agli organi sportivi.

Seppure quindi lo sport internazionale non possa essere separato dal contesto geopolitico non può nemmeno divenire ostaggio di valutazioni che rischiano di alimentare i conflitti anziché ridurli. La sfida per CIO e federazioni è mantenere la neutralità e difendere i principi fondanti dello sport, evitando scelte emotive e asimmetriche. Le sanzioni dovrebbero quindi tendere a colpire solo gli atleti o squadre che usano lo sport per fare propaganda o che compiano atti violenti e non colpire atleti o squadre solo perché appartenenti a questa o quella nazione.

Il futuro dello sport globale passa dalla capacità di rimanere terreno di confronto pacifico senza dimenticare i principi costituenti volti a promuovere la pace e non a fomentare ostilità.

Avv. Alessandra Pandarese, Partner di BSVA Studio Legale Associato 

Avv. Alessandro Eminente, Associate di BSVA Studio Legale Associato

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