Cronaca

Via d’Amelio, la vergogna dei fischi: perché la fiaccolata per Paolo Borsellino non si è fermata

Dal coro «Fuori la mafia dallo Stato» all’Inno d’Italia intonato due volte: il racconto di una commemorazione segnata dalle contestazioni e dalla memoria

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L’inno d’Italia cantato due volte. La prima, come da tradizione, per concludere la trentesima fiaccolata in memoria di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta. La seconda per difenderne la memoria. A voce ancora più alta con il cuore gonfio e le vene sul collo, contro chi pensa che la presenza in via d’Amelio sia una proprietà privata. E che la destra, in quel luogo, non abbia il diritto di stare.

Da una parte i fischi. Dall’altra le fiaccole. Da una parte chi pretende di stabilire chi può ricordare Paolo Borsellino. Dall’altra un corteo che da trent’anni attraversa Palermo in silenzio. È questa l’immagine che resta di quanto è accaduto ieri sera nel luogo in cui, il 19 luglio 1992, una Fiat 126 imbottita di tritolo è esplosa sotto l’abitazione della madre del giudice, uccidendo lui e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

La contestazione era nell’aria. Ma esiste una differenza tra il dissenso e la caricatura del dissenso. Non appena il corteo organizzato dalla destra palermitana è arrivato sotto l’albero che custodisce la memoria del giudice, dall’altra parte della transenna è cominciata la litania. Prima in silenzio, con alcuni libri rossi sollevati in aria. Poi con i fischi e il coro: «Fuori la mafia dallo Stato».

La risposta non è stata uno slogan. È stato un applauso. Perché chi potrebbe non essere d’accordo con quelle parole, nonostante l’intento provocatorio con cui venivano urlate? E, sempre come risposta, l’Inno di Mameli. Da una parte si cantava. Dall’altra no. Anche questo, nel suo piccolo, raccontava qualcosa.

Il tricolore era appena stato deposto. In prima fila c’era Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Il segno della croce. Il bacio alla bandiera. Lo sguardo dritto. Nessun passo indietro.

Non ha arretrato ieri sera, come non arretra nel lavoro della Commissione. Lo dimostrano anche gli attestati di stima ricevuti da Lucia e Manfredi Borsellino, figli del giudice, e il lavoro che la Commissione continua a svolgere nella ricerca dell’agenda rossa. O la legge “Liberi di scegliere”, la misura che offre ai figli delle famiglie mafiose una possibilità concreta di spezzare la catena criminale. Non soltanto reprimere la mafia, ma sottrarle il futuro.

Accanto a Colosimo c’era Carolina Varchi, deputata e vicesindaco di Palermo. Durante il corteo ha deposto la veste istituzionale e, con indosso la maglia “Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino”, è tornata per qualche ora la militante di vent’anni.

Ha guidato il corteo insieme a chi porta avanti questa fiaccolata da tre decenni. «Non passate ai lati dello striscione», il leitmotiv. Lo sguardo fiero. Gli applausi in difesa della collega contestata. La scena di ieri sera ha raccontato due modi opposti di intendere la memoria.

Da una parte chi la utilizza per tracciare confini. Dall’altra chi continua a percorrere le stesse strade, con lo stesso tricolore e lo stesso silenzio. Paolo Borsellino non appartiene a nessuno. Ma negarne la biografia politica significa falsificarla. Nel 1959, durante gli anni dell’università, si è iscritto al Fuan, l’organizzazione degli studenti universitari del Movimento Sociale Italiano, e ne è stato rappresentante degli studenti.

Nel settembre del 1990 ha partecipato alla festa nazionale del Fronte della Gioventù a Siracusa. A quei ragazzi ha lasciato parole che il tempo non ha cancellato: «Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee in cui credono».

Meno di due anni dopo la mafia lo ha assassinato. E il voto simbolico del Movimento Sociale Italiano nei suoi confronti come Presidente della Repubblica.

Paolo Borsellino è stato un uomo di destra, ma prima ancora è stato un uomo dello Stato. Ha combattuto la mafia insieme a Giovanni Falcone fino all’ultimo respiro. Ed è proprio perché la destra lo ha compreso che da trent’anni, ogni 19 luglio, attraversa Palermo in silenzio per onorarlo.

Non per appropriarsene. Non per trasformarlo in un simbolo di partito. È probabilmente questo che continua a disturbare una certa sinistra: non che Paolo Borsellino sia patrimonio di tutti, ma che la sua biografia non coincida con la narrazione costruita negli anni intorno alla sua figura. Come se l’essere stato di destra costituisse una macchia da nascondere. E allora arrivano le fantomatiche piste nere. Le ricostruzioni in cui, semplificando, persino l’assassinio di Borsellino deve essere piegato alla necessità di trovare un fascista dietro ogni mistero italiano.

Da ultimo è arrivata la tessera ad honorem consegnata dall’Anpi provinciale di Palermo a Salvatore Borsellino, da anni portavoce della tesi della “strage di Stato”. Non ci sarebbe nulla di male, naturalmente. Salvatore Borsellino è libero di ricevere qualunque riconoscimento e l’Anpi di conferirglielo.

Ma sui manifesti dell’iniziativa compariva anche il volto di Paolo. Lo stesso Paolo Borsellino che, ricordando lo sbarco alleato in Sicilia, ha raccontato il divieto ricevuto dalla madre di accettare doni dai soldati americani e le parole materne: «La Patria è sconfitta, i sacrifici sono stati inutili, non c’è da essere felici».

Dispiace che ieri sera, in prima fila tra chi urlava, ci fosse proprio Salvatore Borsellino. Ma la fiaccolata è stata più grande della contestazione. È stato un corteo lunghissimo, silenzioso e rispettoso. Un fiume di persone attraversato dalla luce delle fiaccole.

La trentesima edizione è stata definita “un ritorno alle origini”. Ed è per questo che, per metà del corteo, ad aprire il cammino portando il tricolore davanti allo striscione “Paolo vive” c’era Ciccio Ciulla, storico militante della destra palermitana. Era presente alla prima edizione. E nel 1992 è arrivato in via d’Amelio dopo l’attentato. Ieri sera ha camminato con le figlie al suo fianco. Poi, a metà del percorso, il tricolore è passato nelle mani di un militante di Gioventù Nazionale. Un passaggio di mano silenzioso. Un fuoco che ne accende un altro. Dal Fronte della Gioventù ad Azione Giovani. Da Azione Giovani a Gioventù Nazionale. Trent’anni dopo, la memoria continua a camminare.

Dietro lo striscione “30 anni di memoria e militanza per Paolo”, firmato dalla Comunità ’92, c’erano proprio i più giovani. Le fiaccole illuminavano le strade e segnavano il passaggio di un testimone che non è soltanto politico. È umano. È generazionale. Il motivo per cui Borsellino viene ricordato proprio attraverso una fiaccolata ce lo ha spiegato Ciulla.

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«Prima facevamo la veglia. Poi il Movimento Sociale ha realizzato un manifesto con il volto di Borsellino e la scritta: “Fiaccola accesa nel buio della notte”. Ma c’è anche un’altra ragione. Nel giugno del 1992 Borsellino ha partecipato a una fiaccolata degli scout partita dalla Kalsa, il quartiere suo e di Falcone. Sono arrivati a San Domenico, dove un mese prima si erano svolti i funerali di Falcone. È da quella immagine che abbiamo pensato di fare qualcosa di diverso: ricordare ogni anno Borsellino con le fiaccole, in silenzio, come lui stesso aveva fatto per Falcone».

Lo stile, da allora, non è cambiato: memoria, silenzio, Inno d’Italia, tricolore e corona di fiori. Basta. Nessuna polemica. Nessuna volontà di appropriazione. Tra gli striscioni ce n’era uno con scritto: “La verità non va in prescrizione”. Dietro camminavano Arianna Meloni, Chiara Colosimo, Carolina Varchi, Giovanni Donzelli, Isabella Rauti, numerosi altri esponenti di Fratelli d’Italia e diversi rappresentanti del governo, tra cui Gianmarco Mazzi, ministro del Turismo.

Un altro era scritto in dialetto siciliano e prendeva in giro i sedicenti boss che esibiscono la propria malavita su TikTok: «V’annacàte su TikTok, ma sìti nuddu ammiscàtu cu nenti». Vi atteggiate su TikTok, ma siete il nulla mischiato con niente. La serata si è conclusa sotto l’albero di via d’Amelio.

Il corteo si era allontanato per non alimentare altre provocazioni. Poi è tornato. I fischi si sono spenti. Le fiaccole hanno continuato a bruciare. I giovani, seduti per terra, intonano Battisti: Il mio canto libero. E sopra quelle voci sono tornate le parole di Paolo Borsellino: «I ragazzi di oggi sono perfettamente coscienti del gravissimo problema con il quale conviviamo. Quando mi si domanda se ci sono motivi di speranza nei confronti del futuro, io mi dichiaro sempre ottimista.»

Trent’anni dopo, sotto quell’albero, ci sono ancora ragazzi che si ritrovano con una fiaccola in mano. Trent’anni dopo, quella fiaccolata non ha smesso di camminare. Forse l’ottimismo di Borsellino era giusto.

Alessandro Imperiali, 20 luglio 2026

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