Giustizia

Vietato riformare la giustizia

Un Paese diviso tra richiesta di riforme e resistenze istituzionali che rendono ogni cambiamento una sfida impraticabile

carlo nordio e la riforma della giustizia Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Malgrado io sia da tempo afflitto da una sorta di leopardiano pessimismo cosmico, soprattutto quando analizzo l’andamento della nostra democrazia, debbo ammettere di essere rimasto impietrito nell’apprendere l’esito del referendum sulla giustizia. Francamente non me lo aspettavo.

D’altro canto, qualche domanda sul livello evolutivo della nostra comunità nazionale dovremmo porcela, se paragoniamo questo sfortunato tentativo di modernizzare il sistema giudiziario alle molte iniziative demagogiche, molte delle quali assolutamente controproducenti, portate avanti dai governi sostenuti dal M5S e che all’epoca raccolsero un grande consenso.

E per quanto i partiti e i parrucconi del fronte del No abbiano raccontato un mare magnum di frottole, alimentando in tutti i modi lo spettro di una deriva autoritaria, è altrettanto vero che da anni i sondaggi più autorevoli registrano un livello di fiducia dei cittadini nei riguardi della magistratura assai basso. Un livello lontanissimo dai “fasti” dell’epopea di Mani pulite.

Per chi crede nei valori del garantismo – valori che i difensori manettari della “Costituzione più bella del mondo” dimenticano troppo spesso – la grande occasione persa lascerà una ferita molto profonda, oltre alla consapevolezza che un tale fallimento allontana di anni luci una concreta possibilità di riformare la giustizia.

E la prova più evidente di ciò che ci aspetta da qui in avanti l’hanno fornita alcuni magistrati in festa, appresa la vittoria del No, che hanno inscenato scomposti cori da stadio e intonando la sinistra “Bella ciao”, e cantando “chi non salta Meloni è”, manifestando, ad essere buoni, scarsa considerazione per la figura istituzionale incarnata dalla premier. Francamente, da semplice cittadino che ha sempre sempre rispettato il principio di autorità, lo spettacolo è stato indecente, minando gravemente la necessaria serietà ed autorevolezza che dovrebbe necessariamente contraddistinguere qualunque magistrato.

L’unico neo, se così vogliamo dire, alla chiassosa apoteosi di chi si ha sostenuto la linea della conservazione è stato il chiaro successo del Sì nelle regioni più avanzate del Nord produttivo, laddove, evidentemente, chi ancora oggi tira la carretta di un Paese sempre in bilico forse vorrebbe uscire da quei meccanismo giudiziari farraginosi e bizantini che, secondo molti analisti, rappresentano un freno non indifferente per chi vorrebbe fare seriamente impresa. Forse questa è l’ultima speranza per non morire metaforicamente disperati.

Claudio Romiti, 26 marzo 2026

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