C’è qualcosa di irresistibilmente teatrale nelle apparizioni di Elly Schlein. Questa volta è Napoli a fare da palcoscenico: la segretaria del Pd sale sul palco della Casa della Musica, sorride, agita le mani e annuncia al mondo che “le regionali saranno l’antipasto delle politiche”. Dice che vinceranno in Campania con Roberto Fico, che il campo largo sconfiggerà le destre e che nel 2027 “ridaremo una speranza al Paese”. Insomma, un trionfo annunciato. Peccato che, nella realtà, l’unica cosa che il Pd ha vinto finora sono le conferenze stampa.
Perché i numeri – quelli veri – raccontano un’altra storia: da quando governa Giorgia Meloni, il centrodestra ha vinto in 13 Regioni. Il centrosinistra? Solo quattro: Sardegna, Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna. E anche lì, più per inerzia amministrativa che per slancio politico. Ma a Elly non importa: lei va avanti, come se i risultati non esistessero, come se le urne fossero solo un dettaglio trascurabile nel suo romanzo progressista. A sentirla parlare, sembra di essere a un raduno degli scout del “vorrei ma non posso”: redistribuzione delle ricchezze, del potere, persino del tempo – che nel frattempo, però, scorre inesorabile, e sempre a suo sfavore.
Il Nazareno, nel frattempo, è diventato una specie di fortino assediato. Da fuori lo incalzano gli elettori che scappano, da dentro le correnti che si mordono tra loro. Lei prova a tenere insieme tutto: i nostalgici del vecchio Pci, i radical chic da aperitivo milanese, e persino gli ex grillini in cerca di nuova casa. Un’impresa più complessa della pace in Medio Oriente – tema su cui, ovviamente, Schlein ha detto la sua, con il solito lessico da corteo universitario: “Non si fa la pace senza il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”. Tutto giusto, tutto nobile, tutto perfettamente scollegato dalla realtà politica italiana.
La verità è che ogni trasferta di Elly assomiglia un po’ a una vacanza motivazionale. Napoli le serve per ritrovare entusiasmo, per convincersi che la rivoluzione è dietro l’angolo, che il popolo la segue e che la “coalizione progressista” è pronta a sfidare Meloni. Solo che, per ora, l’unica cosa progressista nel Pd è la velocità con cui perde le elezioni. E quando anche gli amici, come Paolo Gentiloni, iniziano a dire “good luck”, significa che la situazione è grave. I sondaggi, poi, sono impietosi: il Pd fermo al 21%, il Movimento 5 Stelle in apnea, e il centrodestra che, tra un passo falso e l’altro, continua a vincere. Ma Elly non si arrende: cita il “più dieci” rispetto alle politiche del 2022 (numeri molto creativi), attacca la legge di bilancio “che aiuta i ricchi” e, come sempre, scarica la colpa sulle destre cattive, egoiste, patriarcali e probabilmente anche carnivore.
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Alla fine della giornata, però, l’unico risultato tangibile della gita napoletana è la stretta di mano con Vincenzo De Luca, lo stesso governatore che fino a ieri la derideva, politicamente si intende. Da “cacicco” a “alleato indispensabile”: più che politica, è sopravvivenza. La Schlein parla come se fosse già candidata a Palazzo Chigi. Ma per ora, i numeri dicono che non riesce nemmeno a vincere un consiglio regionale. E allora il dubbio sorge spontaneo: più che l’antipasto delle politiche, queste regionali rischiano di essere il dessert della sua leadership.
Franco Lodige, 10 novembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


