Politica

Schlein vaneggia: “Io rivale della Salis? È patriarcato”

La segretaria dem liquida ogni critica interna come frutto di una società maschilista: dal sindaco di Genova al Pd, tutto è colpa del maschio

Elly Schlein Immagine creata tramite DELL-E di Open AI
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Elly Schlein torna all’attacco. Ma non contro Giorgia Meloni, non contro le riforme del governo e nemmeno contro le incertezze del cosiddetto “campo largo” o l’immarcescibile ritorno del fascismo. Il vero bersaglio è sempre lo stesso: il patriarcato. Quello che, secondo lei, “mette le donne una contro l’altra”, come se fosse una consuetudine culturale difficile da estirpare.

L’occasione è la presunta rivalità con Silvia Salis, sindaca di Genova e volto emergente del centrosinistra, che qualcuno ha già immaginato come possibile alternativa alla segretaria del Pd. Schlein, però, smentisce ogni competizione: tutto questo, afferma, è “una costruzione patriarcale”. “Questo è un gioco molto diffuso nelle società patriarcali: mettere donne contro altre donne nonostante abbiano dimostrato di saper lavorare di squadra” ha spiegato dal palco del festival organizzato dal quotidiano Domani.

Una risposta che serve a ribaltare la narrazione: se nel Pd si intravede un nuovo volto o una voce autonoma, non è politica, è sessismo. E così, con tono rassicurante, Schlein aggiunge di sentire spesso la sindaca di Genova e di “fare squadra” con lei. Resta però da capire se quella squadra, prima o poi, scenderà davvero in campo. Nel frattempo, la segretaria rilancia il suo messaggio di unità e partecipa all’elaborazione di un programma “con il Paese, nel Paese”. Un invito suggestivo, che suona bene nei comunicati e nelle interviste, ma che finora non si è tradotto in contenuti concreti.

Il riferimento costante al patriarcato sembra ormai un elemento ricorrente nel linguaggio politico di Schlein. Un riflesso automatico: ogni volta che emergono tensioni interne, divergenze o mancanze di risultati, il colpevole è sempre lo stesso. La formula funziona: evoca un avversario potente, morale, astratto — e permette di spostare la discussione su un terreno ideale, lontano dai problemi organizzativi del partito. Così, ogni differenza di vedute o ogni nuovo nome che si affaccia nel centrosinistra viene letto come un riflesso di un sistema maschilista più ampio. Non una disputa politica, ma un meccanismo culturale. Una chiave di lettura efficace sul piano simbolico, ma rischiosa sul piano politico, perché finisce per oscurare le difficoltà interne al Pd: leadership, struttura, contenuti.

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Mentre Schlein ribadisce il suo impegno contro le disuguaglianze e le “trappole patriarcali”, la realtà fuori dai palchi segue il suo corso: Giorgia Meloni continua a governare, il centrodestra porta avanti le proprie riforme e Silvia Salis prosegue il suo percorso politico indipendente. Il risultato, per ora, è un Pd che appare più attento alla narrazione che al programma, più concentrato sulla cornice ideologica che sulla sostanza delle proposte. Se il patriarcato resta il nemico simbolico, il rischio è che il partito perda di vista il resto: le strategie, le alleanze, la concretezza.

Alla fine, il richiamo al patriarcato è diventato per Schlein un passe-partout retorico, utile a dare un senso morale alla battaglia politica. O in soldoni: quando non sai cosa dire, punta il dito contro il maschio. Ma un partito che parla più di “sistemi oppressivi” che di soluzioni rischia di confinarsi in un campo sempre più largo — ma solo a parole.

Franco Lodige, 7 novembre 2025

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