Cronaca

VOLEVANO IL MORTO

L'assalto dei No Tav alla polizia delegittimato da chi la mette nel mirino per il caso Fakir

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Inutile stare lì a contare il numero dei poliziotti feriti. Tanto sono solo un dato, il solito, che finiremo col dimenticare. Della devastazione dei No Tav in Val di Susa dovete guardare la control room che va a fuoco, le camionette dei carabinieri incendiate, i tafferugli. Ma soprattutto dovete stamparvi bene in mente queste tre fotografie.

La prima: le molotov lanciate dagli antagonisti, fatte con liquido infiammabile a cui viene agganciato un petardo. Una bomba vera e propria. Potenzialmente mortale.

Foto 5

La seconda: i bulloni lanciati contro le forze dell’ordine, una potenza di fuoco che se prendesse uno degli operatori in faccia potrebbe sfregiarlo o mandarlo all’altro mondo.

Foto 4

La terza: il casco semi distrutto, senza il quale oggi quel poliziotto avrebbe la testa spaccata in due. Al collega, foto successiva, è andata bene ma quella ferita – poco più in su – avrebbe potuto evitarlo.

Foto 3

Foto 2

La quarta: la carcassa della camionetta dei carabinieri. Non pensate solo a quanto ha inquinato l’incendio (alla faccia della battaglia ambientalista per la Val di Susa), ma al fatto che lì dentro poteva esserci un carabiniere e morirci carbonizzato.

Foto1

La quinta, e ultima, è il messaggio lasciato dopo la devastazione: “Sbirro brucia, Fakir è vendicato”. A dimostrazione che il povero marocchino morto a Bologna è stato preso a pretesto e continuerà ad esserlo, sarà per anni il feticcio dei violenti che si alimentano anche con i discorsi incendiari dei “volti buoni” che chiamano quello omicidio di Stato prima ancora di aver accertato i fatti. Posizioni che delegittimano le forze dell’ordine, dando coraggio a chi è pronto a lanciare l’assalto contro “gli sbirri”.

Era premeditato. Si sono incappucciati. Si sono armati per uccidere. Volevano il morto. Chiunque li difenda o anche solo lo giustifichi, si vergogni.

Giuseppe De Lorenzo

 

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