Zalone straccia il palloso Sorrentino. E per Schlein suona l’allarme

Il comico al cinema dà una batosta al "grande regista" che vuole tutto e non ottiene niente. Perché è lezione per Elly

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Checco Zalone ha un successo travolgente perché non pretende nulla. Paolo Sorrentino divide e spesso arranca perché pretende tutto. In fondo però anche per il personaggio dell’ultimo suo film ‘La Grazia’ si può parlare di ‘buen camino’ tra la forza degli affetti e i conflitti di coscienza.

La narrazione di Sorrentino tuttavia racconta il potere solo nel suo aspetto decadente, osservandolo sempre in controluce e mai come funzione. E, di fatto, assegnandogli il marchio della patologia, che si traduce nel cinismo di Jep Gambardella, nell’ossessione de Il Divo, o di Papi che diventano nevrosi in abito talare. Il suo Presidente della Repubblica è un uomo fragile, paranoico, cornuto, che trasforma il Quirinale in una stanza d’analisi. La confessione non avviene davanti a un Pontefice, ma a una sua caricatura: un Papa-guru, santone new age. Così facendo ha ridicolizzato pure il ruolo di una delle poche figure rimaste ancora istituzionali.

Il messaggio, neppure troppo subliminale, è banalmente brutale: il potere logora, la permanenza è una colpa. Ma non serviva Sorrentino a ricordarcelo. La sua non è nemmeno satira, perché la satira colpisce per correggere. Qui si delegittima per sottrazione di gravità. Un film soprattutto terribilmente noioso. E certo una parodia altamente ridicola e per niente divertente con pretenziose sequenze surreali che poco aggiungono ai temi reali del fine vita o delle scelte morali.

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Zalone fa l’opposto. Non metaforizza. Espone. Il suo personaggio è meschino, opportunista, adattivo, spesso indegno. Ma è vero. È riconoscibile. È il Paese che ride di sé prima che lo facciano altri. Zalone non chiede ammirazione, chiede complicità. Magari a suo modo educa pure, perché si sporca e si mette in gioco ma non giudica. Per questo funziona. Sorrentino chiede rispetto. Zalone ottiene consenso. Il primo parla a chi ama sentirsi diverso. Il secondo a chi sa di non esserlo.

Ed è qui che il discorso esce dal cinema e diventa politico. In Italia non si viene puniti per la mediocrità, ma per la superiorità esibita. Il Paese perdona quasi tutto, tranne lo sguardo pedagogico, l’aria da élite che “ha capito” e deve spiegare.

Se la Schlein e i suoi compagni di merende non afferrano questa dinamica -culturale prima ancora che elettorale, e ci sono ben oltre 70 milioni di ragioni per volerla comprendere- è destinata a soccombere allo stesso modo. Perché non vince chi ha ragione. Vince chi non umilia chi sta dall’altra parte. Chi scambia l’Italia per un pubblico da erudire, prima o poi viene spento. Con garbo, alle urne, o col telecomando.

Luigi Bisignani per Il Tempo, 20 gennaio 2026

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