Economia

L'APPROFONDIMENTO

Checco Zalone record. Il mercato vince sempre, anche sulla critica comunista

"Buen Camino" supera "Quo Vado?" e punta "Avatar". I dati sugli incassi smentiscono la sinistra militante: il cinema di genere piace più di quello impegnato e "politico"

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il cinema italiano vive un momento storico che non è né simbolico né culturale, ma profondamente economico. Con 65.292.956 euro di incasso e oltre 8 milioni di spettatori, Buen Camino di Checco Zalone ha ufficialmente superato Quo Vado? ed è ormai a poche decine di migliaia di euro dal suo stesso record precedente. Davanti resta solo Avatar, a quota 68,6 milioni, un traguardo che oggi appare più facilmente superabile.

Il dato decisivo non è solo il totale, ma la velocità. Buen Camino ha raggiunto i 65 milioni in appena 18 giorni di programmazione, una performance senza precedenti nella storia del box office italiano. È un film che non solo domina il mercato, ma lo trascina, contribuendo a un weekend complessivo da 11,6 milioni di euro e quasi 1,5 milioni di presenze.

Il dominio di Zalone nelle classifiche: numeri, non opinioni

Se si osservano i dati storici, il quadro è inequivocabile. Nella Top 10 degli incassi italiani di sempre, Checco Zalone occupa cinque posizioni, incluse le prime tre. Buen Camino, Quo Vado? e Sole a catinelle formano un trittico che da solo vale oltre 180 milioni di euro, una cifra che nessun altro autore o interprete italiano può avvicinare.

Questo dominio non è episodico né legato a un singolo titolo fortunato. È una continuità industriale, costruita su una formula chiara: commedia popolare, riconoscibilità, linguaggio accessibile e capacità di intercettare il pubblico generalista. Il ritorno della coppia Zalone–Nunziante, dopo la parentesi solista di Tolo Tolo, ha semplicemente riattivato la macchina commerciale più potente del cinema nazionale.

Il mercato conferma: il cinema di genere è vivo

Il successo di Buen Camino non è un’eccezione isolata. Il box office dell’ultimo weekend mostra una domanda solida per il cinema di genere, in tutte le sue declinazioni. Avatar: Fuoco e cenere continua a macinare incassi importanti, il thriller funziona, il cinema crime regge, l’animazione family resta centrale (Zootropolis 2, pur non replicando la serie di gag del primo, ha già superato i 18,5 milioni al botteghino) . Persino un autore come Park Chan-wook riesce a entrare in top five con un titolo riconoscibile (No other choice veleggia verso i 2 milioni) , segno che il pubblico risponde quando l’offerta è chiara.

Il messaggio economico è semplice: gli spettatori vanno al cinema quando sanno cosa stanno comprando. Non cercano ambiguità, non cercano esercizi teorici, non cercano lezioni. Cercano storie, emozioni, intrattenimento. La commedia resta il genere trainante, ma non è l’unico: ciò che conta è l’appartenenza a un codice narrativo leggibile.

Autori e attori “da critica”: successo quando fanno commedia

Anche i nomi più celebrati dalla critica confermano questa dinamica, spesso loro malgrado. Paola Cortellesi ha raggiunto il suo massimo storico con C’è ancora domani (36,7 milioni), un film che, al netto della lettura ideologica, è costruito come una commedia popolare. E, se come tale non lo si volesse considerare (visto il suo forte impegno femminista contro il “patriarcato”, una postura ideologica che all’autrice è valsa numerosi riconoscimenti), occorre ricordare che il film di maggior incasso che ha visto impegnata l’attrice romana è Chiedimi se sono felice (28,3 milioni) di Aldo, Giovanni e Giacomo nel quale, però, interpretava un ruolo secondario.  I film che l’hanno vista protagonista e che hanno superato i 10 milioni al box office sono stati comunque leggeri: Un boss in salotto di Luca Miniero, Come un gatto in tangenziale del marito Riccardo Milani e Sotto una buona stella di Carlo Verdone.

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Alessandro Gassmann, attore molto celebrato dalla critica per il suo impegno civile e che ha trovato una sua dimensione in una serie buonista, multiculturale e gender-friendly come Un professore, ha superato solo tre volte i 5 milioni di incasso con Natale a Beverly Hills (20,9 milioni) , Basilicata Coast to Coast (5,9 milioni) e Ex (5,8 milioni) andandoci molto vicino con Non ci resta che il crimine (4,8 milioni). Le opere più “impegnate” restano sotto soglia. Lo stesso discorso, come detto, vale per Riccardo Milani che ha ottenuto riscontri positivi solo quando è rimasto ancorato a un racconto accessibile. Elio Germano, pur essendo uno degli attori più premiati in assoluto, raramente ha superato i 5 milioni di euro. In realtà, solo una volta con Il giovane favoloso (6,4 milioni) di Mario Martone, film su Giacomo Leopardi di cui molti italiani hanno, purtroppo, perso la memoria. Considerato che il film storico è “di genere”, Germano si è avvicinato a quella soglia con il noir Suburra (4,8 milioni) e con il ritratto post-sessantottino Mio fratello è figlio unico (4,5 milioni) tratto dal romanzo di Antonio Pennacchi.

Il dato non è un giudizio artistico, ma una fotografia del mercato. E il mercato ha sempre ragione.

Il cortocircuito dei premi: quando la critica parla a se stessa

Il confronto tra incassi e premi evidenzia una frattura strutturale. Film pluripremiati come Vermiglio, Rapito, Volevo nascondermi, Le meraviglie o Cesare deve morire hanno raccolto riconoscimenti prestigiosi e una copertura mediatica enorme, ma incassi spesso inferiori ai 2 milioni di euro. In alcuni casi non hanno nemmeno raggiunto il milione.

Non si tratta di fallimenti artistici, ma di prodotti pensati per un circuito chiuso, che risponde alle logiche dei festival, delle giurie e delle redazioni culturali, non a quelle del pubblico pagante. Il linguaggio è spesso ostico, i tempi dilatati, le tematiche cupe. La critica li celebra come segni di profondità, mentre gli spettatori li percepiscono come distanti. Perché lo spettatore non sa che farsene di una fotografia perfetta o di una selezione minuziosa dei campi e delle inquadrature, tant’è vero che film stilisticamente pessimi come le commedie sexy degli anni ’70 hanno registrato un successo imparagonabile a quello di qualsiasi produzione del cinema cosiddetto “impegnato”. Il successo di Zalone non fa eccezione. Il “dogma del messaggio”, introiettato dal cinema italiano e derivata prima del materialismo storico, non è più spendibile in ottica commerciale o, per lo meno, va inserito in un contesto leggero (Come un gatto in tangenziale, tanto per dirne una, gioca molto sulla differenza di classe tra il borghese Albanese e la popolana Cortellesi, ma questo è uno stilema mutuato dalla commedia degli anni ’50, figlia delle pesantezze del neorealismo). Pertanto, al di là di come possa pensarla nel suo intimo Luca Medici, il suo personaggio è figlio di questa tradizione ma a differenza di un Fantozzi in perenne ricerca del riscatto personale anche per via politica – Checco Zalone nei suoi film è tutt’altro che indifferente o ostile all’economia capitalistica. Va comunque precisato che cercare di “arruolarlo” in un determinato ambito politico è un esercizio fallace: l’arte della commedia (e la commedia dell’arte) è sostanzialmente satira. E nessun critico – salvo qualche temerario – ha mai inscritto Orazio (inteso come massimo poeta satirico) in una parte politica anziché in un’altra, anche perché non aveva possibilità di scelta. Si tratta, quindi, di osservare le produzioni artistiche (anche quelle che generalmente si considerano “basse”) in quanto tali. Tanto più ci sarà qualcuno disposto ad assistere tanto più avranno centrato il loro obiettivo.

Il pubblico non si indottrina, sceglie

Alla fine, il punto non è ideologico ma economico. Il cinema italiano che funziona è quello che rispetta il pubblico, non quello che pretende di educarlo perché sottomesso alla dialettica marxista-leninista che pretende di indottrinare le masse ignoranti. La gente va in sala per ridere, emozionarsi, riconoscersi, non per “spaccarsi le palle” dietro elucubrazioni sulla condizione umana contemporanea o per sentirsi spiegare come dovrebbe pensare su identità, società e mondo.

La critica che continua a distribuire premi secondo logiche autoreferenziali può anche ignorare questi dati, ma il mercato no. E il successo di Zalone, insieme a tutto il cinema di genere che negli anni è stato marginalizzato, dimostra che il pubblico ha già votato. E ha votato contro chi ha contribuito a desertificare le sale in nome di un cinema che piace molto alle giurie e pochissimo agli spettatori.

Enrico Foscarini, 12 gennaio 2026

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