In Ucraina non bastano i missili russi a far tremare i palazzi del potere. Ora ci si mettono pure le unità anticorruzione che bussano alla porta – anzi, sfondano direttamente – l’ufficio e la casa del più potente tra i consiglieri del presidente ucraino: Andrii Yermak, il capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky.
Yermak ha confermato tutto: perquisizioni nell’ufficio e pure nell’appartamento. “Sto collaborando, nessuno ostacola gli investigatori”, scrive. Ma il punto non è Yermak che collabora. Il punto è perché due agenzie anticorruzione — il NABU e la SapO — hanno deciso di mettere le mani nel cuore del potere ucraino, proprio adesso. Una brutta distrazione per l’Ucraina che sta cercando di convincere gli Stati Uniti a tenere di conto le proprie preoccupazioni nelle trattative sulla possibile pace con Mosca. Definito infatti “capo di stato maggiore di Zelenskyy”, Yermak è il principale negoziatore e suo più stretto collaboratore durante tutta la guerra su vasta scala con la Russia. Ha avuto un ruolo fondamentale anche nelle trattative con gli inviati di Trump.
Il nuovo scandalo energetico che sta travolgendo mezza élite di Kyiv riguarda cifre che ruotano attorno ai 100 milioni di euro. E qui il cerchio magico si fa interessante: negli ultimi anni tre vice di Yermak sono finiti nel mirino per mazzette e affari poco chiari. Due degli ex vice di Yermak, Oleh Tatarov e Rostyslav Shurma, hanno lasciato il governo nel 2024 dopo che gli organi di controllo li hanno indagati per illeciti finanziari. Un terzo vice, Andrii Smyrnov, è stato indagato per tangenti e altri illeciti, ma lavora ancora per Yermak.
E mentre Zelensky chiede al mondo di continuare a sostenerlo contro Putin, Bruxelles e Washington gli ricordano che la guerra non cancella la corruzione. L’Unione Europea, che l’Ucraina la vorrebbe integrare (ma con molte cautele), lo ha detto chiaramente: ripulite casa vostra.
La rivolta interna
La crisi, però, non arriva solo dalle procure. A inizio mese i parlamentari del partito del presidente hanno minacciato la rivolta, chiedendo che Yermak pagasse il prezzo politico dello scandalo. Dicono: non è accusato, vero, ma è lui che controlla nomine, dossier, ambasciate, ministri, e praticamente l’intera macchina statale.
Alcuni deputati hanno persino ventilato lo spettro di una scissione, roba che in tempo di guerra equivarrebbe a un suicidio politico. Ma Zelensky ha tirato dritto. Ha difeso il suo amico di lunga data, uno che conosce dai tempi in cui lui faceva il comico e Yermak il legale d’assalto prestato alla TV.
Sebbene Yermak non sia stato accusato di alcun illecito, deputati del partito di Zelenskyy hanno affermato che Yermak dovrebbe assumersi la responsabilità della debacle per ripristinare la fiducia del pubblico. Alcuni sostengono che se Zelensky non lo avesse licenziato, il partito avrebbe potuto dividersi, minacciando la maggioranza parlamentare del presidente. Ma Zelenskyy ha esortato gli ucraini a unirsi e a “fermare i giochi politici” alla luce delle pressioni degli Stati Uniti per raggiungere un accordo con la Russia. C’è un motivo, se il presidente ucraino non cede. Yermak ha supervisionato gli affari esteri come parte del primo team presidenziale di Zelenskyy ed è stato promosso a capo dello staff nel febbraio 2020. Inoltre ha accompagnato Zelenskyy in ogni viaggio all’estero dall’invasione russa nel febbraio 2022.
La situazione è delicata: l’Ucraina chiede soldi, armi, appoggi, corridoi diplomatici e una corsia preferenziale per entrare in Europa. Ma Bruxelles, che di scandali ne ha già abbastanza dei suoi, osserva e annota. E quando vede che la lotta alla corruzione parte proprio dal piano nobile della presidenza, qualche domanda comincia a porsela.
Franco Lodige, 28 novembre 2025
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