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“A riveder le stelle”, il Dante di Aldo Cazzullo - Seconda parte

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Ulisse alter ego di Dante

Nel XXVI canto Dante si specchia completamente nel suo alter ego: Ulisse. “Dante è arrivato al culmine del suo viaggio infernale. Sta per raccontare l’incontro più importante: quello con se stesso. Meglio; con l’eroe che rappresenta quel Dante che è stato. È la storia di Ulisse. Ma è anche la sua. […] Nè la dolcezza del figlio, nè la devozione all’anziano genitore, nè l’amore dovuto a una sposa che l’aveva atteso tanto poterono vincere dentro di lui l’ardore di diventare “del mondo esperto”.  “Ma misi me per l’alto mare aperto”, racconta Ulisse: solo con una nave e con i pochi compagni che mai l’avevano abbandonato”. Il viaggio di Ulisse, come quello di Dante, è anche l’esplorazione della terra più sconosciuta, dell’abisso più profondo: quello che ognuno di noi porta dentro di sè. L’Ulisse dantesco però rappresenta il culmine del coraggio non solo dell’uomo dell’antichità classica, ma di chiunque si metta alla ricerca di qualcosa che vada oltre se stesso.[…] Dante stima profondamente questo Ulisse e in parte ci si riconosce, ma il suo viaggio è diverso e guidato dalla fede che lo costringe ad abbassare il proprio orgoglio e raggiungere la salvezza immortale. Non è nè temerario nè sacrilego, ma voluto da Dio a cui il poeta si affida”.

“Ogni uomo custodisce il mistero del male e il prodigio della salvezza. Il massimo della cattiveria, e il massimo della generosità” e proprio alla fine del viaggio, Dante sta per fare il suo ultimo incontro; destinato a diventare uno dei più celebri della storia anche per il suo linguaggio tragico e feroce. Nella stessa fossa scavata nel ghiaccio ci sono due uomini. Uno divora il cervello dell’altro, azzannandolo alla nuca, “come ‘l pan per fame si manduca” con la stessa avidità con cui si mangia il pane quando si ha fame. “La bocca sollevò dal fiero pasto…” È il conte Ugolino che mastica il cranio dell’arcivescovo Ruggeri. Siamo nel XXXIII canto e Cazzullo sottolinea l’antitetico e bellissimo parallelismo tra l’incipit e l’explicit dell’Inferno, Francesca parla in nome dell’amore e il Conte Ugolino in nome dell’odio.

Rinchiusi nella torre senza cibo nè acqua i figli si offrono al padre, il conte Ugolino, come cibo: “Ahi dura terra, perché non t’apristi?” Il quarto giorno Gaddo gli si gettò ai piedi, dicendo “Padre mio, perché non m’aiuti?” Un grido che ricorda quello di Gesù sulla croce. Gaddo fu il primo a morire. Gli altri caddero uno a uno, tra il quinto e il sesto giorno. Allora il conte perse il controllo di sè, e per due giorni – ormai cieco – brancolò sui corpi dei ragazzi, chiamando i loro nomi, come per risvegliarli, “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.

Ed è in questa prigionia disumana ed efferata che Cazzullo lascia agire gli incastri della memoria e ci porta ad Auschwitz, dove il comandante del lager condanna dieci prigionieri alla morte per fame e padre Massimiliano Kolbe chiede e ottiene di sacrificarsi al posto di un padre di famiglia. “Il massimo della crudeltà e il massimo della nobiltà d’animo possono coesistere nello stesso momento e nello stesso luogo, Inferno e Paradiso possono coesistere nello stesso luogo e, come ci insegna Dante, nella stessa persona. Dopo due settimane di agonia, senza acqua nè cibo, sei condannati erano morti di stenti; ma quattro erano ancora vivi, e continuavano a pregare e cantare inni alla Madonna. Padre Kolbe era tra loro. Persino le SS rimasero turbate dalla forza morale del sacerdote. Si decise di uccidere lui e i suoi compagni con un’iniezione di acido fenico. Era il 14 agosto 1941, vigilia della festa dell’Assunta. I loro corpi furono cremati, le ceneri disperse. Al kapò che gli praticava l’iniezione, padre Kolbe disse: “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente. Solo l’amore crea”.

Lo stesso amore che guiderà il poeta, oltre il male, a riveder le stelle.

Aldo Cazzullo ha il grande merito di aver riletto con la sua libera intelligenza l’Inferno e di aver trovato delle corrispondenze che raccontano dell’eterna giovinezza della Divina Commedia e di come Dante ci abbia dato non solo una lingua, ma l’idea di noi stessi.

Fiorenza Cirillo, 11 ottobre 2021