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Abolito il tetto agli stipendi pubblici. Meno male

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“Dl Aiuti, passa la deroga al tetto di 240 mila euro per i manager pubblici. Draghi irritato con il Tesoro”. Così il sito di Repubblica e, con parole più o meno simili, quello degli altri giornali. Ove non si capisce se Mario Draghi sia più irritato perché una “manina” ha fatto passare di notte provvedimenti non contemplati nelle decisioni prese di giorno, o perché giudica il “tetto” di vitale importanza per le sorti e la stessa sopravvivenza dell’Italia.

Perché se così fosse, se cioè anche Draghi ragionasse come automaticamente fanno le persone semplici e i media mainstream, potremmo dire che per questo disgraziato Paese non ci sono più molte speranze. Non ce ne sarebbero perché la “mentalità socialista”, che ha un indubbio fascino sulle masse prostrate dalle difficoltà del quotidiano e spinte dal “risentimento” a cercare una rivalsa a buon mercato, avrebbe ormai contagiato anche le classi dirigenti, quelle che dovrebbero avere una visione più alta e non fermarsi al modo di ragionare più terra terra e immediato.

Il tetto agli stipendi, infatti, è una classica misura demagogica o populista che non solo non risolve alcun problema della società, ma avvalora un metodo che distoglie dai veri problemi. Occorrerebbe infatti una vera “rivoluzione copernicana” per convertere le menti e far loro capire che non è l’ammontare dell’emolumento che deve interessare, ma la capacità del manager o dirigente a svolgere egregiamente il suo lavoro e a ottenere le migliori performance e i migliori risultati dal suo operato. Un modo di ragionare “capovolto” che si riscontra pari pari nell’eterna litania della sinistra – sia politica (con in prima fila ovviamente il “ricco” Entrico Letta, il parlamentare italiano con la più alta dichiarazione dei reddii) sia intellettuale (un nome su tutti: la sociologa Chiara Saraceno) – sulle diseguaglianze che aumenterebbero ogni giorno di più andando a costituire il vero e maggiore problema che ha l’Italia in questo momento. Con nessuno che abbia il coraggio o la cognizione di dire che il vero problema economico del nostro Paese è il declino che dura da quasi cinquant’anni, con una produttività del lavoro e una crescita così basse che ci poniamo nei gradini piùbassi, in controtendenza con tutto l’Occidente.

Hai forza a eguagliare le fette di torta distribuite, se poi la torta è sempre più piccola! Quale che sia il punto di vista dal quale si guarda alla faccenda, quel che è evidente è che viviamo in una enorma bolla di ignoranza e menzogna. Ove l’importante è l’effetto che fanno certe policies e certe parole, non la sostanza di ciò che c’è dietro. E vuoi tu mettere l’effetto che fa un bel “tetto”, che ovviamente va messo a chi svetta sulla nostra comune mediocrità.

Corrado Ocone, 14 settembre 2022