Economia

Addio flessibilità: perché il nuovo Patto scontenta tutti

Ursula Von der Leyen Green Deal-2

Alla fine è arrivato il via libera definitivo dal Consiglio Ue al nuovo Patto di stabilità. Il testo è stato approvato dalla riunione dei ministri europei dell’Agricoltura, ok finale anche al testo in cui era necessaria l’unanimità. Come sappiamo, la proposta di riforma è composta da tre atti legislativi: il regolamento che istituisce il cosiddetto braccio preventivo del Patto, il regolamento che modifica il braccio correttivo e la direttiva che modifica i requisiti per i quadri di bilancio degli Stati membri. Regole nuove frutto di un compromesso ma nonostante ciò in grado di scontentare tutti, se non i Paesi frugali.

Pochi giorni fa era arrivato il via libera del Parlamento europeo con un’Italia decisamente scettica: tutti i partiti si sono astenuti o hanno votato contro (il Movimento 5 Stelle). Solo tre gli europarlamentari che hanno votato a favore: Lara Comi e Herbert Dorfmann del Ppe, l’indipendente Marco Zullo (Renew). Il testo è stato sicuramente migliorato rispetto alla proposta iniziale – anche grazie al lavoro del governo italiano – ma non a sufficienza. I punti critici sono legati indissolubilmente alle pretese dei già citati Paesi frugali. Un esempio su tutti: la salvaguardia di sostenibilità del debito che comporterà meno flessibilità di quella attesa, nei prossimi anni.

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Le nuove regole si applicheranno a partire dall’esercizio di bilancio 2025 e per i Paesi sotto procedura è previsto un taglio annuo del saldo strutturale pari almeno allo 0,5 per cento del Pil. Per l’Italia parliamo di una cifra di 10 miliardi di euro. Le lunghe e tortuose trattative hanno visto dunque prevalere i rigoristi, Germania in testa, fortemente contrari ad un approccio più gradualista all’insegna della flessibilità. I vecchi parametri restano fissati al 3 per cento per quel che concerne il deficit e al 60 per cento per il debito. Viene inoltre ribadito che la disciplina fiscale non può che essere un elemento cardine su cui basare i percorsi di risanamento nelle finanze pubbliche, sullo stesso livello della salvaguardia di sostenibilità del debito. Inoltre, il Patto di stabilità non prevede come richiesto dal governo Meloni alcuna golden rule per escludere alcune categorie di investimenti dal calcolo del deficit.

Un compromesso che scontenta tutti, ma un po’ meno Berlino e alleati. L’Italia può dirsi quantomeno soddisfatta degli elementi di flessibilità inseriti nel testo, ma nessuno può certamente cantare vittoria. Anzi.

Franco Lodige, 29 aprile 2024

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