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“Aggredito sessualmente da Ron DeSantis”. Choc nella serie tv

Ogni giorno uno sguardo esclusivo sul mondo sudamericano

Ron De Santis

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La serie “The Good Fight” accusa Ron DeSantis di aggressione sessuale

Il finale di stagione della serie Paramount +, The Good Fight, ha generato polemiche dopo la sua premiere ieri. Nell’ultimo episodio della sesta stagione di questo dramma giudiziario — spin-off di The Good Wife —, si può vedere una scena in cui un personaggio ricorrente della serie, caratterizzato da modi educati e litiganti, testimonia davanti ai principali avvocati che è stato aggredito sessualmente da Ron DeSantis, che lo ha costretto a fare sesso orale dopo una conferenza.

Il personaggio, che afferma di essere stato un impiegato di DeSantis, mostra una maglietta di propaganda della Florida con una macchia di sperma il cui dna incriminerebbe Ron DeSantis. Che una serie televisiva utilizzi una persona pubblica reale con un nome e un cognome per la sua trama, per quanto fittizia possa essere, è scioccante. I film e i programmi tv sono spesso molto cauti nel fare riferimenti a persone ed eventi del mondo reale, ma The Good Fight non sembra essersi preoccupato di infrangere alcun confine etico – e forse legale – per deridere il Partito Repubblicano.

Il clamore sui social non si è fatto attendere e molti utenti hanno criticato la trama e messo in dubbio la liceità del contenuto. Ironia della sorte, molti utenti progressisti che difendono così tanto le limitazioni alla libertà di espressione, ora si nascondono dietro di lei per difendere la libertà creativa della serie. La macchina democratica dei media e della cultura, insomma, già opera a pieno regime in vista delle elezioni presidenziali del 2024, visto che proprio DeSantis potrebbe essere il prossimo candidato repubblicano.

Cile: gruppo terrorista mapuche brucia una chiesa durante la visita di Boric in Patagonia

Incendiata la chiesa cattolica di Victoria dal gruppo Resistencia Mapuche Malleco (RMM) insieme a una scuola. Il gruppo terrorista ha lasciato un messaggio al presidente dove si legge “Gabriel Boric, non sei il benvenuto a Wallpamu. Le prime vittime furono i Mapuche (500 anni di lotte). Resistenza Mapuche Malleko”.

Ecuador: uno dei pochi governi di centrodestra rimasti qui revoca la legge bavaglio contro la stampa del bolivariano Correa: ”la libertà serva per smascherare i “narco-politici”, ha auspicato il presidente Guillerme Lasso, promotore della legge

Ieri il presidente dell’Ecuador ha firmato il testo definitivo della Legge sulla Comunicazione con cui pone fine alla norma precedente, soprannominata “Legge bavaglio” che dal 2013 censurava i media. Con questa legge Lasso spera di recuperare la libertà di stampa affinché i media possano “smascherare i narco-politici” che operano nel Paese e dall’estero. “È un piacere per me presentare questa legge sulla comunicazione”, ha affermato aggiungendo: “Non vogliamo una società in cui i media operino sotto minaccia. Non vogliamo una società in cui i contenuti siano influenzati o controllati dai politici, tanto meno dai narco-politici. Vogliamo una società libera per pensare ed esprimersi”.

La nuova legge pone fine agli organi di controllo e censura preventiva del codice approvato nel giugno 2013, durante il governo di Rafael Correa. “Oggi, da un lato della mappa politica, si identificano chiaramente coloro che cercano di favorire la criminalità, le bande organizzate e il narcotraffico. Dall’altro lato ci sono quelli di noi che sono a favore della democrazia, a favore del popolo e a favore di libertà”, ha detto Lasso, che ha promulgato la legge “sulla comunicazione per tornare a proteggere la nostra libertà di espressione, un passo avanti per raggiungere un nuovo Ecuador, più trasparente”.

La riabilitazione di Maduro continua a tutto vapore con l’appoggio di Biden e Macron

Maduro non ha solo la fortuna dalla sua parte. L’egemonia della sinistra in America, la crisi energetica aggravata dall’invasione dell’Ucraina, gli sforzi di Petro per riabilitarlo e il declino di Luis Almagro (segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, al centro di uno scandalo sessuale) sono arrivati nel momento più opportuno per i suoi interessi, spinti anche dalla campagna di “normalizzazione” a cui partecipano i suoi alleati continentali. Ognuno a modo suo, sia con abbracci, approvazioni o voltandosi dall’altra parte di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse dal regime.

Quasi tutto gioca a favore delle pretese presidenziali del “figlio di Chávez”, le cui prospettive fino al 2030, secondo i suoi stessi calcoli, sembrano così chiare che non manca di festeggiare ogni volta che può. “La battaglia che abbiamo combattuto contro le aggressioni, le sanzioni, i blocchi, le minacce di invasione e i colpi di Stato è stata osservata dal mondo e ha suscitato ammirazione. Ci siamo guadagnati il rispetto del mondo grazie al coraggio, all’audacia e al patriottismo”, si è vantato Maduro ieri dopo aver partecipato al vertice sul clima in Egitto, dove si è recato dopo un lungo periodo senza partecipare a summit mondiali e dopo un lungo periodo senza viaggiare oltre Cuba. Al summit ambientale Maduro ha cercato fino a trovare l’inviato di Washington, John Kerry, con cui ha parlato, così come con il presidente francese Emmanuel Macron. Esperto di corridoi e di strette di mano, Maduro ha aderito senza battere ciglio all’iniziativa diplomatica di Macron del Forum della pace di Parigi, che ha raggiunto il suo apice venerdì con l’incontro che ha riunito i presidenti Alberto Fernández, Gustavo Petro e lo stesso Macron con i capi delle delegazioni negoziali del chavismo, Jorge Rodríguez, e dell’opposizione democratica, Gerardo Blyde.

Contemporaneamente, nei Caraibi colombiani, il Gruppo di Puebla (la faccia presentabile della sinistra del Foro di San Paolo) si è riunito per celebrare euforicamente i suoi successi elettorali. Dove meglio che a Santa Marta, la città che vide la morte di Simón Bolívar, così vicina alla Macondo inventata da Gabriel García Márquez, per dimostrare il suo profondo rafforzamento dopo aver conquistato negli ultimi due anni i governi di Brasile, Honduras, Colombia, Cile e Perù? Nato in Messico nel 2019 su spinta del presidente Andrés Manuel López Obrador, il Gruppo di Puebla è in costante crescita e conta già tre presidenti tra le sue fila (Fernández, il boliviano Luis Arce e l’ormai “rinato” Lula) e più di cento leader, tra cui diversi ex presidenti. In questo modo, il gruppo è passato dall’essere un vivace gruppo Whatsapp a diventare la principale voce della sinistra, populista e rivoluzionaria in America Latina, con un obiettivo comune dichiarato: prendere il potere via elezioni e integrare le Americhe sotto un’agenda “progressista”. E con altri obiettivi più nascosti, come rifare l’immagine delle tre dittature della regione, Nicaragua, Cuba e Venezuela, come hanno detto chiaramente detto nel loro settimo incontro, l’ultimo, tenutosi proprio in Messico.

L’accelerazione degli ultimi mesi a favore di Maduro, iniziata a marzo con i contatti con l’amministrazione Biden, ha già portato al “presidente del popolo” un grande successo personale: la liberazione dei suoi due nipoti narcos, condannati per traffico di droga negli Stati Uniti. Il Gruppo di Puebla sta inoltre lavorando per riabilitare la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac) e l’Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane), create da Chávez e Lula in opposizione all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Qualche ora dopo Parigi e Santa Marta, l’OSA ha approvato un’indagine esterna per confermare ciò che tutti già sanno: la storia d’amore triennale tra il suo Segretario Generale, Luis Almagro, e la funzionaria messicana Marian Vidaurre, che pone l’ex ministro degli Esteri uruguaiano di fronte a un bivio impossibile.

L’ex baluardo contro le dittature della regione e alleato del Gruppo di Lima nel suo pressing contro Maduro è in netta minoranza all’interno dell’organizzazione e persino il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, appoggiano “l’indagine etica” con molto “fervore”. Tutti gli occhi sono ora puntati sui negoziati in Messico e sulle condizioni poste da Petro per il dialogo, tra cui l’amnistia generale che includa i crimini contro l’umanità commessi da Maduro e dai suoi generali, attualmente oggetto di indagine da parte della Corte penale internazionale. La risposta di Blyde, capo della delegazione dell’opposizione presente a Parigi, riassume la moltitudine di voci che si sono levate indignate per questa proposta: “Le amnistie per i violatori dei diritti umani non sono negoziabili”.

Petro ha anche insistito sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero cancellare le taglie offerte per la cattura di Maduro, da 15 milioni di dollari, così come lo sblocco dei fondi all’estero della dittatura, oltre 17 miliardi di dollari. E a favore della ripresa dei colloqui in Messico c’è anche l’esito delle elezioni statunitensi, che consentono a Biden di approfondire i contatti intrapresi con Caracas per riconoscere lo stesso Maduro e scaricare l’ormai sempre più isolato Guaidó.

Paolo Manzo, 14 novembre 2022

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