Ho capito perché sto disimparando o almeno disabituandomi a leggere, perché tanti libri che pure mi intrigano poi li lascio lì, se non dopo i canonici 19 secondi di attenzioni, poche pagine dopo. Ho capito ed era l’uovo di Colombo: sono scritti male, sono faticosi, noiosi e se la Bibbia fosse stata noiosa manco il Padreterno le avrebbe potuto garantire il successo che ha avuto.
L’ho capito leggendo “Egemonia senza cultura” di Andrea Minuz che invece è scritto per essere letto e mi ha trascinato in un sorso solo fino alla fine tra passaggi mentalmente sottolineati e la voglia di qualche glossa, come per tutti i libri che si rispettano e che ti tirano dentro: casomai l’autore leggesse, mi permetto per quello che vale cioè zero di proporgli un paio di “apostrofi” che non sfigurerebbero nel suo scintillante Pantheon di autori e citazioni: Frank Zappa, che ce l’aveva davvero con ogni potere/contropotere, e dr House, che era per i vaccini, ma non sarebbe mai stato per questi “vaccini” – e senza passare da complottista.
Divago, ma non troppo: dove voglio arrivare, e ci arrivo? Che c’è un passo nel suo libro dal quale adesso parto davvero: “Il Black Lives Matters e soprattutto il 7 ottobre hanno fatto da spartiacque ma hanno solo reso evidente a tutti cose che giravano da anni. Hanno reso evidente che, comunque la si possa pensare, all’università qualche problema di egemonia e deficit di cultura liberale ce l’abbiamo”.
Più di qualche problema se si assiste alle reazioni, incredibili, ma credeteci: sono troppo vere, contro il matrimonio del personaggio televisivo Rudy Zerbi che in onore della sua fresca sposa, ebrea, ha indossato una kippah guadagnandosi i commenti più ignobili della rete: essere ebreo, o filoebreo, o avere sposato una ebrea, sporca ebrea, non è trattabile. Non è perdonabile.
Gli attacchi rasentano il nazismo più maleodorante o lo stalinismo più nauseante, che poi è lo stesso; ed è appena il caso, o forse non è neppure il caso, di annotare che la questione palestinese, Gaza, Netanyahu, Trump, free palestai, flotilla, non c’entrano neppure a cavarceli col forcipe e non c’entrano per la banalissima ragione che se davvero se ne facesse una faccenda critica, i toni, i termini non potrebbero mai palesarsi in un tenore del genere. È l’esatto contrario, è roba da casino nazista, è ancora il pretesto, l’esaltazione ignobilmente goliardica, aproblematica del 7 ottobre col suo portato di ferocia inumana, storicizzata e immediata, che ci sarebbe stata anche senza la infinita ritorsione israeliana.
Si va al di là o meglio al di qua, prima, al di sotto di ogni analisi, resta solo l’ur-antisemitismo, quell’odio demente e cogente, perenne, senza lettere, l’odio senz’anima che non è degli animali, quel razzismo austriacante che non si dà in natura ma solo in ideologia.
“Ah, pure ebreo!”. Dove la qualifica non è più razziale, perde ogni connotazione oggettiva, si aggettivizza, ebreo per dire maiale, come fa Roger Waters, uno nato malato, nei suoi concerti: e dalle parti dei 5 stelle, non puoi sbagliare, i più beceri lo santificano. Ti pareva che poteva mancare, eccolo, eccolo!, il complottismo spicciolo e rancidoso, da coscienza sudicia come le unghie, per cui “ecco, ecco che si spiega perché sta in televisione”. Ecco, ci siamo, gli ebrei, categoria non dello spirito ma della mostrificazione, che stanno dietro tutto, con e senza Mossad, dietro Epstein, i vaccini, l’occidente, la finanza e naturalmente la comunicazione, la televisione, quella che, per tornare al tema di Minuz, un tempo si definiva più o meno fumosamente egemonia culturale e oggi è egemonia senza cultura e senza pensieri & parole, afasica, fumus maleditionis, ma pur che sia, pur che si trovi il capro espiatorio ai propri insuccessi esistenziali, professionali, alle defaillances sociali o sessuali.
Zerbi non è ebreo, lo diventa perché la moglie “cagna” lo è e quindi ne assume lo stigma per osmosi: “Ha la ciotola del cane in testa”. Anche se qualcuno è più specifico: “Strano, di solito non si mischiano, si sposano tra loro”. Detto da lenoni da tastiera che non toccargli il multiculturalismo inclusivo e soprattutto la kefiah!: vanno subito a piangere da nostra signora propal apparsa ai pastorelli di Vogue, una che usa le università per la sua scalata al cielo della politica; e che sia o meno irresponsabile è da discutere ma certo non è innocente a misura che sa benissimo quello che fa, con una spregiudicatezza che ricorda molto certo approccio hard influencer. “Un altro ebreo in circolazione in tivù”, dicono i celenterati nazislamici su X e si capisce che l’intento è sempre quello e sempre bello, la soluzione finale, l’eliminazione totale. Cosa ha a che fare tutto questo con Gaza e i suoi derivati? Un bel niente, ma abbiamo tanto bisogno di odio, di bersagli.
Niente ebrei e niente riti: ecco il contro-occidente delirante di chi l’occidente vorrebbe salvare mondandolo dal peccato originale di una razza. Siamo sempre lì, un secolo dopo non è che si siano fatti passi avanti. L’uomo è fatto per il male, se fa il bene se ne stupisce, passa in fama di santo, l’uomo non sa neppure come si fa a ironizzare, a ridere: qui non c’è House che, con sarcasmo crudele ma consapevolmente parossistico, sfotte il suo sottoposto semita Taub per il nasone e disegnandogli i baffetti di Hitler sulla fotografia: come sarebbe bello poter criticare ogni etnia, colore, retaggio nei suoi lati atavici, ridicoli, grotteschi, nel segno dell’umorismo anche caustico, della reciproca tolleranza. Invece il woke funziona a compartimenti stagni, è obbligo e censura, di qua propaganda isterica, di là impulso all’olocausto: così non si vede che simili effusioni di disumanità finiranno per fomentare da una parte i vittimismi, dall’altra le aggressività di ritorno. A tutti i livelli.
E non ci sono alibi, non ci si venga a dire che l’odio per un giudice di Maria de Filippi che sposa “una ebrea” sarebbe indotto da chissà quale sacra indignazione geopolitica e geoumana. Qui più che mai il “restiamo umani” assume il senso di una ipocrisia feroce, di una frustrazione vigliacca, di una egemonia miserabile senza nessuna cultura, neppure aberrante. Neppure lo strumento, il medium può chiamarsi fuori, perché ad alimentare l’abominio virtuale dei volonterosi carnefici di Hitler, o del Gran Muftì, è una tecnologia senza innocenza che non a caso i suoi stessi demiurghi definiscono demoniaca, seppure intendono quella degli altri, dei concorrenti. Ma sono tutti uguali e identica è la tecnologia che scatenano.
Qui c’è il vicolo cieco del buio di ogni coscienza, una oscurità densa e scema, senza bagliore in fondo, tanto più che viene coltivata, fomentata, nutrita già nelle scuole, nei luoghi dove dovrebbe regnare la luce del confronto, della conoscenza, della convivenza insofferente ma definitivamente armoniosa, dell’amicizia che dura, prevale, sdrammatizza anche quando si spedisce vicendevolmente affanculo.
Max Del Papa, 13 maggio 2026
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