Martedì 26 maggio su Italia 1 è andato in onda una monumentale ricostruzione del caso di Garlasco realizzata dall’ottimo Alessandro De Giuseppe. “Inside – Garlasco: indagine chiusa, verità ribaltata”, questo il titolo dello speciale che ha ripercorso tutti i lunghi e tormentati passaggi di una vicenda che, come sostengo da tempo, va ben oltre il pur drammatico omicidio della povera Chiara Poggi.
Oramai buona parte degli italiani, convinti che sia stato commesso un colossale errore giudiziario, onde non perdere ulteriore fiducia nella magistratura, sperano che quest’ultima sia in grado di emendare ciò che è stato fatto ai danni di Alberto Stasi, recluso nel carcere di Bollate da quasi 11 anni.
Debbo dire che, seguendo con attenzione il programma, e non credo di essere stato il solo, quando è stata messa in onda la recente intervista rilasciata dal condannato ho provato una fortissima commozione, unita a una grande ammirazione per il contegno e la pacatezza con cui Stasi ha descritto, in sintesi, tutta la sua drammatica vicenda.
In particolare, vorrei segnalare due elementi particolarmente degni di nota. Il primo, che sottolinea la lealtà di una persona che, malgrado sul suo conto siano state dette e scritte cose orrende, quando gli è stato chiesto se conoscesse Andrea Sempio egli ha recisamente negato, aggiungendo che anche la sua povera fidanzata non lo avesse mai citato in alcun modo. In tal senso, forse qualcun altro al suo posto avrebbe pure potuto inventarsi una storiella per inguaiare ulteriormente l’attuale indagato.
Tuttavia, il passaggio che ho trovato più significativo della breve intervista, il quale ha dato una eclatante dimostrazione dello spessore di quello che è stato bollato per anni come il “Biondino dagli occhi di ghiaccio”, è stato quando il giornalista gli ha chiesto come avesse potuto sopportare questi lunghi anni di detenzione. “Io credo – ha risposto Stasi – che ci siano degli strumenti interiori che ognuno di noi un po’ ha. Io quantomeno – ha tenuto a sottolineare – ho la leggerezza della coscienza che mi aiuta.
È difficile da capire; però il senso di non avere il peso di quello che è successo che ti logora dentro e che, quindi, in qualche modo, ti fa vivere la questione come un incidente della tua vita, molto grave, molto brutto, ma che riesci ad affrontare.”
Una grande lezione di umana sopportazione da parte di un ragazzo, diventato uomo dietro le sbarre di un carcere, che dovrebbe essere ascoltata con attenzione da chi ancora oggi continua a mostruosizzarlo senza ritegno, facendosi scudo della discutibile sentenza che lo ha condannato.
Ebbene, proprio su uno dei passaggi salienti del dispositivo dell’Appello-bis, trattato nella puntata in oggetto, vorrei richiamare l’attenzione del lettore. Si tratta di una valutazione totalmente destituita di fondamento di cui sono a conoscenza da molto tempo e che, secondo gli estensori, rappresentava il “primo grave e preciso indizio a carico di Stasi”.
Secondo i giudici “veniva dato atto che, nell’immediatezza delle indagini, proprio sulla base delle dichiarazioni di Stasi, si era supposto che la vittima si fosse sentita male o avesse avuto un incidente domestico.” Ciò, sempre secondo la sentenza, avrebbe messo chiaramente in luce la “preordinazione di una messinscena con la simulazione di un incidente domestico”.
In realtà sembra che fossero i primi carabinieri intervenuti sul luogo del crimine a ventilare questa ipotesi. Di fatto, come dimostra in modo inconfutabile la famosa telefonata al 118, sulla quale i colpevolisti hanno iniziato a costruire i loro surreali teoremi, le parole del giovane furono inequivocabili: “Credo che hanno ucciso una persona… ma non so, forse è viva”.
Tanto è vero che la Suprema Corte di Cassazione, che confermò inaspettatamente la condanna, malgrado il parere totalmente contrario di chi sosteneva l’accusa – il sostituto procuratore generale Oscar Cedrangolo –, pensò bene di eliminare questo imbarazzante passaggio di una sentenza che, comunque sia, faceva acqua da tutte le parti.
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In questo senso, la domanda che ancora oggi mi pongo è la seguente: perché i giudici di Cassazione, di fronte a una sentenza che si era spinta a scrivere un fatto che non era mai avvenuto, non hanno seguito una parte delle indicazioni dello stesso Cedrangolo, il quale, oltre a chiedere l’assoluzione di Stasi, espresse l’auspicio che fosse almeno ripetuto il processo d’appello?
Una domanda rimasta per quasi undici anni senza risposta e che la molto probabile revisione della condanna potrebbe rendere del tutto pleonastica. Lo speriamo con tutto il cuore.
Claudio Romiti, 29 maggio 2026
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