Esteri

Dal “benvenuti” ai blindati: il clamoroso cambio di rotta di Sánchez

Migliaia di ingressi dal Marocco, frontiere al collasso e blindati in strada. La sanatoria mostra il suo conto, mentre la Schlein tace sull’amico socialista

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Ceuta è il luogo in cui tutte le favole progressiste sull’immigrazione finiscono contro un confine. Anzi, contro un confine sfondato. Migliaia di persone hanno raggiunto nelle ultime ore l’enclave spagnola dal Marocco, attraversando il valico, aggirando il molo del Tarajal oppure gettandosi in mare. La Guardia Civil, la polizia e i soccorritori sono stati travolti da un flusso incontrollato. Il centro di accoglienza è saturo, le strutture per i minori sono al limite e centinaia di persone si sono riversate per le strade. Alla fine, il governo di Pedro Sánchez ha dovuto mobilitare persino l’esercito.

Sui numeri regna ancora la confusione. El Mundo, citando fonti di polizia, parla di circa 20 mila persone entrate a piedi senza incontrare una vera opposizione da parte delle autorità marocchine. La televisione pubblica spagnola ha invece indicato una cifra compresa tra 2 mila e 3 mila ingressi nella giornata. Il dato definitivo arriverà più avanti, ma la sostanza non cambia: la frontiera è stata travolta e la Guardia Civil ha ammesso di essere stata sopraffatta.

Non è più soltanto Ceuta. In serata è stata chiusa anche la frontiera di Beni Enzar, l’unica operativa tra il Marocco e Melilla. La delegazione del governo ha invitato i cittadini a non avvicinarsi al perimetro, mentre nella zona si sono uditi spari dopo un tentativo di ingresso di corsa.

Agenti spagnoli hanno condotto diversi gruppi lontano dalla frontiera. La pressione, dunque, rischia di estendersi all’altra città autonoma spagnola in territorio africano. Il Marocco, soltanto dopo il passaggio del grosso della folla, ha cominciato a utilizzare gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e materiale antisommossa per disperdere le persone rimaste nei pressi della frontiera.

Il bilancio umano, intanto, è terribile. Le autorità hanno recuperato dieci corpi nelle ultime ventiquattro ore e sono ormai 38 le persone trovate morte nelle acque di Ceuta dall’inizio dell’anno mentre tentavano di raggiungere a nuoto il territorio spagnolo. È questo il risultato concreto delle politiche che si autodefiniscono umanitarie: non eliminano le traversate, non fermano i trafficanti e non proteggono chi parte. Lasciano semplicemente che il confine venga deciso dalla forza del numero e dalla disperazione.

A Ceuta i cittadini sono scesi in piazza. Centinaia di persone si sono radunate davanti alla sede della delegazione del governo, chiedendo le dimissioni dell’esecutivo e un intervento più deciso alla frontiera. Gli agenti presenti sono stati contestati e invitati a lasciare la piazza per raggiungere il Tarajal. Il presidente della città autonoma, Juan Vivas, aveva già chiesto a Madrid rinforzi, un comando unico e il riconoscimento di una situazione di emergenza nazionale.

Il governo centrale, però, ha inizialmente risposto che una crisi migratoria non rientra tra le emergenze previste dalla normativa sulla Protezione civile. Una risposta burocratica a una valanga umana. Vivas ha ricordato che esiste anche la legge sulla Sicurezza nazionale, ma Madrid ha preferito discutere di cavilli mentre la frontiera cedeva. Soltanto quando le immagini hanno cominciato a fare il giro d’Europa, Sánchez ha annunciato una “risposta immediata”. Immediata, naturalmente, dopo aver aspettato che Ceuta arrivasse al collasso.

Alberto Núñez Feijóo ha chiesto di attivare l’articolo 23 della legge sulla Sicurezza nazionale, chiudere le frontiere, mobilitare l’esercito e avviare iniziative diplomatiche efficaci con il Marocco e con l’Unione europea. “Non si può aspettare che ci siano altri morti”, ha avvertito il leader del Partido Popular, denunciando un rischio per la sovranità spagnola e per i confini europei.

È il consueto capolavoro del sanchismo: prima si ridimensiona il problema, poi si lasciano soli gli agenti e le autorità locali, infine ci si presenta come gli uomini chiamati a risolverlo. Sánchez e il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska arriveranno a Ceuta quando la crisi sarà già esplosa, le strutture saranno piene e i militari saranno per strada.

E qui si arriva alla parte più gustosa. Il governo progressista di Pedro Sánchez, quello delle sanatorie, dell’accoglienza e delle lezioni morali al resto d’Europa, ha mandato l’esercito contro i migranti. Il dispositivo ufficiale comprende tre plotoni da venti militari, un’unità subacquea, una nave militare e un rafforzamento delle unità di polizia fino a circa 200 agenti.

Secondo quanto riferito da El Mundo, nella zona sono già impiegati gli URO Vamtac e potrebbero essere mobilitati anche i BMR della Legione, insieme ai Regulares e ad altre unità della guarnigione di Ceuta. Per intenderci: il Vamtac è un veicolo tattico ad alta mobilità, mentre il BMR è un blindato 6×6 per il trasporto del personale. Praticamente i carri armati, ma è la sostanza politica a essere spettacolare: Sánchez, il campione dell’accoglienza, schiera soldati e blindati per contenere l’ingresso di massa.

Naturalmente, quando Giorgia Meloni difende le frontiere è disumana. Quando Matteo Piantedosi limita gli sbarchi è autoritario. Quando il governo italiano realizza centri in Albania è una vergogna. Quando invece Sánchez manda la Legione, i Regulares e i blindati a Ceuta, improvvisamente diventa “gestione responsabile dell’emergenza”. E la Schlein che dice? Sì, perchè Elly ha proprio Sanchez come punto di riferimento, come leader simbolo. Fino a questo momento non risultano prese di posizione della segretaria del Partito democratico sulla decisione del socialista di mobilitare l’esercito. Curiosamente, proprio ieri la Schlein aveva invitato l’Italia a “fare come la Spagna” parlando di lavoro e precarietà. Sul confine sfondato, sui militari e sui blindati, invece, nessuna lezione.

La stessa Schlein aveva definito il progetto italiano in Albania una “follia inumana e illegale”, sostenendo che la sicurezza non si costruisca con la repressione e con i decreti. Chissà se adesso spiegherà a Sánchez che la repressione non si fa con i Vamtac, con i BMR e con i reparti della Legione. Oppure, più probabilmente, scopriremo che i militari sono cattivi soltanto quando li utilizza un governo di destra.

Ma nella crisi di Ceuta esiste anche una domanda che a Madrid preferirebbero non sentire. Pedro Sánchez ha compiuto una visita ufficiale ad Algeri il 20 luglio, incontrando il presidente Abdelmadjid Tebboune per riaprire i rapporti bilaterali dopo la crisi diplomatica del 2022. La Moncloa ha parlato di una “nuova fase” e ha definito l’Algeria un partner strategico della Spagna. C’è soltanto un piccolo problema: Algeria e Marocco sono ai ferri corti.

I due Paesi hanno interrotto i rapporti diplomatici e si trovano su fronti opposti soprattutto sul Sahara Occidentale. Rabat rivendica il territorio e propone un’autonomia sotto la sovranità marocchina; Algeri sostiene il Fronte Polisario e il diritto all’autodeterminazione dei sahrawi. La domanda, dunque, è inevitabile: il riavvicinamento tra Sánchez e Tebboune ha irritato il Marocco? E Rabat ha deciso di far arrivare il messaggio attraverso Ceuta, lasciando migliaia di persone libere di raggiungere la Spagna?

Non esistono prove definitive di un rapporto diretto tra il viaggio ad Algeri e l’ondata migratoria. Madrid nega qualsiasi collegamento e sostiene che i rapporti con Rabat restino eccellenti. Ma esiste un precedente impossibile da ignorare. Nel maggio del 2021 il Marocco allentò i controlli e circa 8-10 mila persone entrarono a Ceuta dopo che la Spagna aveva accolto per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.

Quando il Marocco vuole comunicare alla Spagna di non aver gradito una decisione, dunque, sa perfettamente quale leva utilizzare. Sánchez stringe la mano al presidente algerino il 20 luglio; dieci giorni dopo Ceuta viene travolta da una pressione migratoria partita dal territorio marocchino. Non basta per emettere una sentenza, ma basta per smettere di credere alle coincidenze raccontate dalla Moncloa.

La crisi, peraltro, non nasce nel vuoto. Il governo spagnolo ha appena avviato una regolarizzazione straordinaria destinata a circa mezzo milione di persone presenti illegalmente nel Paese. Il provvedimento non concede automaticamente la cittadinanza spagnola, ma riconosce un permesso di soggiorno e di lavoro. La precisazione tecnica non cancella il punto politico sollevato da Antonio Tajani: una sanatoria di massa trasmette un segnale pericoloso a chi aspetta dall’altra parte del Mediterraneo.

Chi parte oggi sa che l’irregolarità di ieri può diventare la regolarità di domani. Ai trafficanti non serve la promessa scritta di una nuova sanatoria: basta il precedente. Il governo progressista prende mezzo milione di persone entrate o rimaste senza titolo e, invece di ammettere il fallimento dei controlli e dei rimpatri, trasforma l’irregolarità in politica pubblica. Non governa il fenomeno: gli cambia nome.

Per questo la reazione italiana non è affatto sproporzionata. Giorgia Meloni ha annunciato che Roma valuta strumenti straordinari, compresa la sospensione di Schengen con la Spagna, per impedire movimenti secondari incontrollati. Tajani ha espresso piena fiducia nell’operato di Piantedosi e ha centrato il vero problema: un’immigrazione irregolare e fuori controllo rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Madrid ha risposto convocando l’ambasciatore italiano e accusando Roma di demagogia.

Ma il problema non sono le parole di Meloni o di Tajani. Il problema sono le immagini di Ceuta e Melilla. Frontiere chiuse, spari, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, soldati, blindati e migliaia di persone entrate senza controllo. Sánchez può indignarsi con l’Italia, con i giornali conservatori e con chiunque osi contestare la sua gestione. Può promettere cooperazione e responsabilità. Può persino continuare a presentarsi come il volto umano dell’Europa mentre manda l’esercito al confine.

La realtà, però, non si lascia censurare da un comunicato della Moncloa. Questa non è accoglienza, non è solidarietà e non è una politica migratoria. È la rinuncia a decidere chi entra, come entra e a quali condizioni. E quando uno Stato rinuncia a governare i propri confini, prima o poi saranno i fatti — o i governi stranieri — a governare quello Stato.

Massimo Balsamo, 31 luglio 2026

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