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Altro che “Bella ciao”, leggete suor Anna

Lettera ai politici sulla libertà di scuola

Autore: Dario Antiseri e Anna Monia Alfieri
Anno di pubblicazione: 2018
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Agli studenti che per l’ennesima volta scendono in strada contro il governo (non conta chi sia) e si mettono a sbrucicchiare pupazzi di politici in piazza, consigliamo vivamente una lettura. Smettano di cantare Bella ciao, pensate un po’ voi, e si leggano: Lettera ai politici sulla libertà di scuola di Dario Antiseri e Suor Anna Monia Alfieri.

Questo sì un vero testo rivoluzionario. Controintuitivo. Sono poco più di cento pagine, il tempo di costruire un manichino di Salvini da incendiare. La tesi di partenza è cha la competizione serva anche alla scuola, all’istruzione. Competizione non è una brutta parola, è stimolo a far meglio, è analisi dei risultati, misurazione dei successi. “Cum-petere, – scrivono i Nostri – vale a dire cercare insieme, in modo agonistico ben regolato, la soluzione migliore. È così che avanza la ricerca scientifica attraverso una severa lotta tra teorie alternative in vista della soluzione dei problemi; è così che funziona la vita di una democrazia con partiti in competizione in vista della “migliore” soluzione di problemi economici, sociali, istituzionali”.

I due autori spiegano bene come “Il danno recato dal monopolio statale dell’istruzione non è dissimile dal danno recato da ogni altra specie di monopolio”. Inoltre “Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione è negazione di libertà; è in contrasto con la giustizia sociale; devasta l’efficienza della scuola”. La libertà di scelta viene meno, e questo è evidente, ma è anche ingiusto socialmente poichè “le famiglie che iscrivono il proprio figlio alla scuola non statale pagano due volte; la prima volta con le imposte – per un servizio di cui non usufruiscono – e una seconda volta con la retta da corrispondere alla scuola non statale”.

Ci sono però dei vincoli da rispettare in un quadro di scuola libera e competitiva e Antiseri cita Milton Friedman: “È impossibile una società stabile e democratica senza un certo grado di alfabetismo e di conoscenza da parte della maggioranza dei cittadini e senza una diffusa accettazione di alcuni complessi comuni di valori. L’istruzione può contribuire a entrambi questi aspetti. Di conseguenza, il guadagno che un bambino ricava dall’educazione non ridonda solo a vantaggio del bambino stesso o dei suoi genitori, ma anche a vantaggio degli altri membri della società. L’istruzione di mio figlio contribuisce anche al vostro benessere, concorrendo a promuovere una società stabile e democratica. Non è possibile identificare quali siano i singoli (o le famiglie) che ne beneficiano e, quindi, addossare a essi gli oneri specifici per i servizi resi. Ci troviamo […] di fronte a un importante caso di “effetto indotto”».

Ed ecco come per Friedman è possibile articolare su base competitiva il sistema formativo: «I governi potrebbero imporre un livello minimo di scolarità e assicurarne il funzionamento, concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio qualora fosse spesa per servizi scolastici “approvati”. I genitori in tal caso sarebbero liberi di spendere questa somma, e ogni altra somma addizionale di tasca propria, per l’acquisto di servizi scolastici da un istituto di loro propria scelta”. Insomma la proposta di un buono scuola, da spendere dove i genitori si ritengano sofpddisfatti.

In Italia invece, e questa è una caparbia battaglia di Suor Anna, la scuola libera è libera solo di morire. Il testo, agile come abbiamo detto, contiene però molte tabelle, a dimostrazione, in questo caso, della scomparsa di un’istruzione alternativa a quella pubblica. Al netto dei dati demografici, stanno drasticamente diminuendo gli studenti delle paritarie, in pochi anni sono scomparse 800 scuole.

Il libro di Antiseri e Alfieri è consigliabile ai giovani studenti di oggi, ai ragazzi che vanno in piazza in buona fede. È l’unico strumento che hanno per capire che con Bella ciao non si va da nessuna parte.

Nicola Porro, Il Giornale 14 ottobre 2018

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2 Commenti

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  1. Quello che si sta cercando di inculcare è che si debba raggiungere un livello della scolarizzazione stabilito per legge; l’istruzione di massa in cui tutti siano omologati alla cultura egemone, l’ideologia e la morale di Stato, al pensiero unico di regime. Senza tener conto del fatto che tutti gli individui (sia alunni che insegnanti) sono diversi e non si potrà mai raggiungere nemmeno una vaga equivalenza della preparazione culturale e la parità delle condizioni di partenza (utopia a cui credono solo gli idioti ed i socialcomunisti; spesso le categorie coincidono) . Come se in una fattoria, con cavalli, asini, muli, cani, gatti, topi, lombrichi, oche e galline starnazzanti, si tentasse di rendere tutti omogenei e simili. Impossibile; lo avevano capito benissimo i maiali di Orwell. Ma noi fingiamo di non capirlo e perseveriamo in questa tragica ideologia dell’uguaglianza, del diritto allo studio per tutti (anche lo scemo del villaggio, per non essere discriminato, deve avere il suo bel diploma; scemo sì, ma diplomato), dell’uniformità della cultura, del “tutti dottori” e la diffusione della cultura popolare che non è altro che “ignoranza di massa”.

  2. L’idea che si continui a pagare le tasse per finanziare l’istruzione, e che poi lo stato dia un buono scuola alle famiglie da spendere nella scuola preferita è un giusto compromesso per la situazione italiana. Infatti se si pagano le tasse, è giusto che quei soldi finiscano alla scuola che si è scelto di frequentare. In questo modo nascerebbero migliaia di scuole libere.
    Sarebbe una battaglia di Libertà difficilissima da combattere, immaginatevi l’opposizione della lurida casta statalista che per imporre i propri valori usa da decenni il monopolio della scuola statale finanziata con i soldi di tutti.
    Una bellissima battaglia, ma serve una maggioranza che non c’è.

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