Cronaca

Altro che bravata, la bandiera delle Br è da delinquenti

A Forlì davanti ad un istituto scolastico è comparsa una bandiera dell’organizzazione terroristica rossa

Il vessillo delle Brigate Rosse in un liceo artistico di Forlì, città in cui le Brigate Rosse facevano fuori il democristiano Ruffilli, offre alcune conferme, la prima è la definitiva poppizzazione delle BR, qualcosa di sinistro ma commerciale, warholiano, come il Che Guevara. Certo, la formazione terroristica nata da Pecorile, dalla Stella Maris di Chiavari sul finire dei ‘60, con vigorose e inevitabili infiltrazioni degli organi dello Stato, fu già in origine fenomeno mediatico, sia pure del genere trucido, una specie di sceneggiatura televisiva, con la differenza che gli omicidi erano reali e, a un certo punto, pressoché quotidiani; ma già il simbolo finiva sulle magliette dei Clash, collettivo musicale del genere punk, presto deflagrato sotto le sue stesse contraddizioni.

E tutti gli esponenti di vertice della casa madre si sarebbero presto riciclati in figurine spesso patetiche del presepe pop a cominciare dal capo militarista, l’irriducibile Mario Moretti. Oggi qualche moccioso imbecille innalza la bandiera senza remota coscienza, senza sospetto di quegli anni di piombo reale, così, per una goliardata, come si dice, per dire far parlare di sé, per finire magari in qualche reality, tanto non c’è più discrimine tra “impegno” cialtrone e spettacolo cialtrone, Debord è ampiamente superato, travolto. Già, pare che i responsabili della “bravata”, come subito il moralismo della sinistra-pompiere l’ha chiamata, siano stati identificati, e che non facciano niente per nascondersi. Capace che la solita Schlein ne candida qualcuno, se appena maggiorenne.

L’altra conseguenza certa è che il gesto, di stampo arditista, non suscita indignazione alcuna, proprio in ragione della matrice goliardica o pop. Come a dire ma sì, stanno scherzando, stiamo giocando. Tutto un contestualizzare, uno storicizzare nella più losca e ridicola tradizione del populismo ipocrita comunista e post comunista. Ma sì, sono i nostri ragazzi e, come noi un tempo, come i nostri padri, lottano in fondo per un mondo migliore.
Quanti ne abbiamo sentiti, in mezzo secolo, di avvocati non richiesti, e molti erano politici, amministratori, figurine dell’altro presepe, quello intellettuale cioè mediatico: “Sì, avranno anche ammazzato, ma la causa era buona”.

Una bandiera a 5 punte non scandalizza più perché, non nascondiamoci dietro un pugnetto chiuso, è sempre molto popolare nei licei di tutta la penisola. Fatevi un giro, da Milano a Roma, da Bologna a Firenze, dove volete, dove vi trovate: di stelle a 5 punte, di evocazioni, di slogan del bel tempo che fu i nostri licei sono pieni e nessuno si sogna, men che meno i cattolici, di contestarli o di rimuoverli: “Stanno bene dove stanno”. Così professori, presidi, genitori del reazionarismo nostalgico. Chi scrive ne ha lette di chat di reduci: “Prima noi, adesso i nostri figli”, con l’orgoglio degli imbecilli, spelacchiati ma mai maturati. I licei italiani, come il Carducci milanese, sono quelli in cui, tra una evocazione delle BR e una di Hamas, pura ideologia delirante pop, non manca mai un cartonato o un pupazzo della Meloni appeso alla rovescia o fatto bruciare e anche in questo caso, a parte qualche patetica protesta isolata, nessuno si sogna di dissociarsi da niente.

Non l’ha fatto, che si sappia, neppure il liceo forlivese interessato, mentre una sezione locale del Partito Comunista, archeologia che si credeva estinta, ha preso sì le distanze, ma alla maniera dei paraculi: “Le Brigate Rosse furono una invenzione di Stato”. Non proprio, non esattamente, ma qui andremmo troppo lontano nella ricostruzione storica. Siamo, comunque, sempre alla contraddizione per cui i terroristi erano album di famiglia, compagni che sbagliavano (ma neanche tanto), però non esistevano di per sé, erano sedicenti, erano fascisti coperti; figli spuri della resistenza, armati, all’inizio, coi rottami smessi dai partigiani, in un filo rosso di continuità rappresentato dal compagno Lazagna che dava le istruzioni al redivivo compagno Franceschini, però allo stesso tempo non plausibili, non spendibili.

La verità stava altrove, anche se ai compagni, che la conoscevano benissimo, non è mai piaciuto ammetterla: le BR, sorte più o meno spontaneamente, subito infiltrate, manovrate il giusto, dense di ombre e di sospetti a cominciare proprio da Moretti, che era un triplogiochista, furono tollerate e anche difese da un Partito Comunista comprensivo fino a che non si accorse che gli erano sfuggite dal controllo: a quel punto, Berlinguer e Pecchioli, che era il tramite fra il Partito e i Servizi, si decisero a collaborare con Dalla Chiesa, sia nel 1974, sia nel 1978, dopo via Fani, quando il generale veniva richiamato in servizio da un Andreotti preoccupatissimo che emergessero dal memoriale Moro diverse questioni che lo riguardavano. Dalla Chiesa puntuale recuperava il memoriale, lasciava che venisse purgato come Andreotti voleva, mentre le BR nel giro di pochi mesi cessavano di esistere come organizzazione reale, minate dalle contraddizioni che il Generale seppe insinuare al loro interno e dall’anagrafe dei covi, protratta con i primi mezzi informatici che gli toglieva il terreno da sotto i piedi, privandoli di rifugi sicuri, cioè della clandestinità in cui agire. Ma queste cose non ditele ai reduci del PCI! E neppure ai pisciasotto del brigatismo pop. Sì, una lunga stagione tragica, insanguinata, ma fumettistica già allora, che non poteva finire se non in questo modo, da icona pubblicitaria, roba modaiola, del tutto sproblematizzata.

Possibile, però, che nel tempo della tecnologia del controllo, dei regimi concentrazionari per imporre i vaccini, quattro studentelli idioti possano piazzare una bandierina terroristica a loro totale piacimento?

Max Del Papa, 21 febbraio 2024

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