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Appello alla Meloni: riporti la sicurezza nelle stazioni italiane

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Giorgia Meloni è stata saggia a sparire dal radar dopo il successo elettorale, non dandosi la pena di rispondere alle provocazioni e alle illazioni dell’informazione orientata; ma adesso è tempo che dia segni di sé. Non a livello social o gossip, questo non serve precisarlo, ma per far sapere che è vigile e non in attesa: non basta più apprendere che la premier in pectore è preoccupata, che non vuole tradire gli italiani ed altre formule scontate. Sì, d’accordo, i tempi tecnici, il rispetto del dettato costituzionale, Mattarella che vigila (a senso unico…), la necessità di fare le cose per bene, le richieste oscene degli “alleati” (quei ministeri alle impresentabili!): solo che qui la transizione ordinata rischia di rivelarsi una transizione infinita, una permanenza dell’immanenza di quell’altro: Draghi ai vertici, Draghi in Europa, Draghi che dà le mancette alla lobby glbt, Draghi che dà appuntamento al prossimo consiglio dei ministri: ancora? La sensazione, giorno dopo giorno, è che il voto sia stato un reality bestiale ma fine a se stesso. O a illudere i volonterosi.

Ma le urgenze si affastellano e non riguardano solo il caro bollette, che pure sarà letale. Alla nuova, probabile, possibile primo ministro – Mattarella permettendo – ne suggeriamo una: la sicurezza diffusa, che ormai è sicurezza solo di insicurezza, garanzia di malaffare, crimini, aggressioni, fatti incresciosi dalle Alpi a Capo Passero. Prendiamo le stazioni dei treni. Ieri a Roma Termini l’ennesimo casino, un rogo misterioso, una puzza irrespirabile, motorini in parcheggio che esplodono, la gente che si accascia, soffocata, che si strozza di tosse, che cerca aria. Scene assurde in una Capitale di una nazione occidentale, postindustrializzata. A Termini la sicurezza s’è arresa e il consiglio è: guardatevi le spalle, accelerate il passo e raccomandatevi a Dio. Alla Centrale di Milano non è meglio, militarizzata ma inutilmente o quasi, appena esci sei circondato da bivacchi di balordi, distribuiti per zone: maghrebini, subsahariani, balcanici che ti scrutano, ti approcciano incuranti delle camionette di polizia. Qualche settimana fa un senza dimora sudamericano minorenne è stato quasi ammazzato a calci in faccia e in pancia da un africano, l’ha salvato una ragazza anche lei del giro, i passanti assistevano inorriditi ma si guardavano dall’intervenire, la polizia è arrivata come sempre in leggero ritardo.

Le stazioni sono esemplari, ma come epicentro di situazioni dilatate. Nel capoluogo lombardo i trapper “italiani di seconda generazione” dai nomi idioti, Simba la Rue e Baby Gang, mandano a far sparare agli spacciatori concorrenti, senegalesi, “quei negri di merda”: con quelle faccette odiose, patinate che sembrano usciti da un reality, roba che solo a vederli vorresti trasformarti in Hank Voight, il sergente d’acciaio di Chicago P.D. che quelli così li terrorizza, li porta in un posto chiamato “i silos” da dove non escono più. A Roma in cinque balordi minorenni decidono di massacrare un down e “j’amo fatto saltà er naso e rientrà n’occhio”. Avendo curadi filmarsi se no non c’è pubblicità e non c’è mito criminale. Perché questi sono influencer, del crimine ma sempre influencer. All’ombra della Madonnina extracomunitari assaltano una donna e se quella invoca aiuto le ringhiano “chiama pure la polizia tanto ti violento”; all’ombra del Cupolone lo stupratore della Garbatella, clandestino notorio, colpisce a ripetizione e si dilegua nel buio: a prenderlo ci vuole l’Uomo Ragno?

Ma torniamo agli scali ferroviari. Di Termini si è detto, della Centrale a Milano si è detto, ma a Tiburtina non è diverso e c’è in accoppiata il Terminale delle corriere che è da sempre feudo degli zingari. Basta girarlo il paese dissetato, collegando con i puntini le mappe delle sue stazioni che tracciano un percorso criminale: a Firenze come a Bologna, a Napoli come a Genova, a Milano e a Roma. Sono tutte città, vedi caso, governate dal Pd che di tolleranza zero non ha mai voluto sentire parlare, che col suo lassismo interessato ha favorito una situazione forse inevitabile ma quanto meno arginabile. Non essendo pensabile, non essendo accettabile che si rischi la pelle solo per dover prendere un treno. Tutti sanno che a Milano come a Roma come a Firenze come a Bologna il partito rosso ha chiuso gli occhi di fronte all’immigrazione balorda, all’integrazione che non c’era, alla sostenibilità insostenibile per miserabili questioni di tornaconto elettorale; se adesso i mocciosi esaltati come i Simba la Rue e i Baby Gang si sfidano a colpi di machete da corso Como fino in periferia, è perché gli è stato concesso: il sindaco Sala, con il suo assessore alla mobilità che è più oltranzista di Greta, pensa alle alchimie per stroncare il traffico con questa precisa motivazione: “I milanesi hanno diritto all’aria pura”. Cioè qualcosa che non hanno mai avuto e mai avranno, non vivendo in alta montagna. Ma i milanesi, come i romani di Gualtieri, avrebbero anzitutto diritto a respirare come che sia, a spostarsi e a non farsi staccare la testa dal collo. In via Padova le gang dei sudamericani e degli africani si sfidano e non da oggi, da almeno 20 anni. Chi scrive il paese lo gira, lo respira proprio a partire dalle sue stazioni: Padova sembra un sobborgo di Nairobi ed è il nucleo di una organizzazione mafiosa dedita al racket della prostituzione e allo spaccio. Cesena non ne parliamo. Si scende di dimensioni, non di qualità malavitosa.

Abito in un borgo marinaro da quindicimila anime e lo scalo non ha più neanche un’edicola, appena 3 binari, nessun convoglio dell’alta velocità. Ma hanno più volte sfasciato tutto, hanno aggredito, molestato e alla fine, lo spettacolo grottesco di una stazioncina di paesello blindata dalle forze dell’ordine. Due giorni fa hanno fermato nei paraggi un tredicenne che spacciava, il giorno dopo condannato per lo stesso reato un sedicenne. Non hanno tensioni sociali, confusioni metropolitane, ma si complicano la vita da soli: risse, regolamenti di conti, gruppuscoli di minorenni aggressivi. Locali o “nuovi italiani”. Passo con la Vespa e c’è un drappello di questi “nuova generazione” che mi provocano, mi insultano. Saranno emuli dei Simba la Rue, dei Baby Gang ma hanno sbagliato articolo, scendo dalla Vespa e gli spiego chiaramente cosa sto per fare: a tutti e cinque sei quanti sono. Anche se colorati, sbiancano. Ovviamente vengo rampognato da quanti mi conoscono, cosa sei, un giornalista o un teppista di 58 anni? Hanno ragione, ma sono anche uno dei tanti che, a un certo punto, si sono rotti i coglioni di fingere di non sentire, di rassegnarsi all’assurdo, di quel lassismo alimentato, anche qui, nel borgo marinaro, da decenni di politiche “inclusive”.

Cara Giorgia Meloni, il paese ti ha scelto anche per queste cose, se non soprattutto per queste cose. Pensando o sperando di poter contare su una che condivide l’insofferenza per le manfrine piddine che hanno reso il paese irrespirabile. La tolleranza zero ci vuole e parte dalle stazioni, tutto il resto viene dopo, anche le bollette e non è questione di transizione ordinata e non soccorrerà l’Unione Europea dei “passi in avanti” e del prendere tempo, tanto è ancora estate. Per questa roba, bastava Draghi, o Wanna Marchi, ma l’urgenza di poter vivere di tempo non ne ha più.

Max Del Papa, 8 ottobre 2022