Oggi il Senato della Repubblica ha approvato all’unanimità il disegno di legge che istituisce nel codice penale italiano il reato autonomo di femminicidio, inteso come l’uccisione di una donna per motivi di odio, disprezzo, discriminazione o rifiuto della relazione. Superficialmente, l’iniziativa sembrerebbe sacrosanta: una risposta simbolica e giuridica a una piaga culturale e sociale di inaudita gravità. Eppure, sotto il commovente unanime consenso parlamentare, si cela un disegno profondamente populista e che potrebbe sottendere una grave forma di disuguaglianza di genere.
La legge introduce un’asimmetria normativa gravissima: riconosce un reato autonomo esclusivamente se la vittima è di sesso femminile. In tal modo, l’ordinamento si allontana dall’universalità del diritto penale che dovrebbe punire il fatto e non la persona. Lo stesso atto (l’uccisione del partner per motivi di gelosia o controllo) risulterebbe più gravemente punito se la vittima è donna e non se è uomo. Ne deriva una forma di discriminazione inversa, forse culturalmente comprensibile, ma giuridicamente inaccettabile. Nel caso opposto (ad esempio, una donna che uccida un uomo in un contesto di rottura o in un estremo tentativo di possesso relazionale) non è previsto un reato apposito. O meglio sì, ma è il “semplice” omicidio.
Si legittima così una disparità fondata sull’identità biologica della vittima, e non sulla gravità dell’atto compiuto. Questa deriva normativa potrebbe pertanto contrastare palesemente l’art. 3 della Costituzione, che impone eguale trattamento davanti alla legge, senza distinzione di sesso.
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Sotto la spinta mediatica e sociale, il Senato sembra essersi abbandonato a una sorta di populismo legislativo, secondo il quale il sistema penale dovrebbe essere piegato a finalità simboliche ed emancipatorie. Tuttavia, il diritto penale non può farsi strumento di lotta culturale. Spostare l’asse della colpevolezza sul sesso biologico della vittima rischia di alimentare una logica vendicativa e misantropa (che già abbonda), anziché correggere le dinamiche di violenza.
La vera giustizia non può fondarsi sull’asimmetria: essa non si ottiene favorendo una categoria in risposta all’oppressione subita.
Ogni cittadino deve essere tutelato in egual misura, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale o dallo status relazionale. Per questo il DDL Zan era un abominio giuridico, per questo lo è anche oggi il ddl femminicidio.
Una legge che considera l’uccisione di una donna più grave dell’uccisione di un uomo sottintende che la vita femminile ha un valore penale superiore, e questo è un messaggio eticamente dubbio e giuridicamente osceno. Il reato autonomo di femminicidio, così come concepito, legittima una gerarchia delle vittime che contraddice i fondamenti stessi dello Stato di diritto.
Infine, l’idea che un inasprimento delle pene possa risolvere un problema culturale è un’illusione pericolosa, semplicistica e populista. La violenza (in particolare quella di genere) non nasce nei tribunali ma nelle famiglie, nelle scuole, nelle dinamiche culturali che plasmano l’immaginario maschile e femminile. È lì che occorre intervenire con decisione: attraverso programmi educativi, investendo nella formazione sentimentale e tramite la promozione del rispetto reciproco. Non è nel codice penale che si estirpa il “patriarcato”, ma nell’educazione civica. Finché questo messaggio non sarà metabolizzato e poi applicato, ogni legge resterà una risposta tardiva, una sentenza sul sangue, più che una soluzione costruita in tempo per evitare di versarlo.
Alessandro Bonelli, 23 luglio 2025
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