Economia

Dem al Congresso, ma l’America vota per la proprietà contro il Fisco predone

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre scorso, negli Stati Uniti, sono state accompagnate da numerosi referendum su imposte, proprietà privata e spesa pubblica. Pur nella diversità delle proposte, le consultazioni hanno sollevato una questione di fondo: fino a che punto il potere politico può disporre della ricchezza dei cittadini?

Le imposte immobiliari

È un interrogativo che investe direttamente il rapporto tra libertà individuale e imposizione fiscale. Particolarmente significativo è il caso delle imposte immobiliari. Una casa può aumentare di valore senza procurare al proprietario alcun reddito aggiuntivo. Eppure, quella rivalutazione può tradursi in un maggiore carico fiscale, fino a costringere chi non dispone della liquidità necessaria a vendere il proprio immobile per pagare le imposte. La proprietà finisce così per diventare una fonte di obblighi crescenti, indipendentemente dalla capacità economica effettiva del suo titolare.

Per questo hanno un significato politico le proposte americane dirette ad ampliare le esenzioni sull’abitazione principale o a limitare l’aumento del valore imponibile. Anche quando non eliminano il tributo, contestano l’idea che la rivalutazione di un immobile autorizzi automaticamente l’erario a pretendere di più. La proprietà dovrebbe garantire stabilità e indipendenza; diventa invece precaria quando il suo mantenimento dipende da un pagamento periodico all’amministrazione.

È quanto avvenuto, ad esempio, in Florida, dove gli elettori hanno approvato, con circa il 62 per cento dei voti, l’emendamento costituzionale n. 3. La misura aumenta l’esenzione fiscale sull’abitazione principale, per le imposte diverse da quelle scolastiche, da 50.000 a 150.000 dollari nel 2027 e a 250.000 nel 2028. Riduce inoltre dal 10 al 5 per cento il limite annuo di incremento del valore imponibile degli altri immobili.

Limite costituzionale

Il confronto investe anche il rapporto fra potere pubblico e contribuenti. Ogni proposta di riduzione delle imposte incontra l’obiezione secondo cui verrebbero a mancare le risorse necessarie ai servizi. Ma se la spesa esistente viene considerata intoccabile, qualsiasi alleggerimento fiscale diventa impossibile. Si afferma in tal modo una concezione per cui le esigenze dell’apparato pubblico precedono sistematicamente i diritti di chi lavora, risparmia e investe, al quale rimane soltanto ciò che il fisco decide di lasciargli.

È proprio per contenere queste pretese che assume rilievo il referendum svoltosi nell’Iowa, dove, secondo i risultati disponibili, gli elettori hanno approvato l’emendamento costituzionale n. 1, che richiede una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere legislative per aumentare le aliquote delle imposte sui redditi personali e societari o introdurre nuove imposte sui redditi. La misura pone così un limite costituzionale alla possibilità di accrescere il prelievo attraverso una semplice maggioranza parlamentare.

Un argine alla spesa

Il problema non è nuovo. Già Alexis de Tocqueville, nella Democrazia in America, osservava che “le enormi spese della democrazia sono, del resto, meno temibili a misura che il popolo diviene proprietario”, spiegando che chi possiede beni è meno incline ad approvare imposte destinate a colpire anche il proprio patrimonio. La diffusione della proprietà può dunque costituire un argine all’espansione della spesa pubblica, perché rende più evidente ai cittadini il costo delle decisioni politiche.

Da questa consapevolezza dovrebbe discendere un principio fondamentale: è il prelievo fiscale a dover essere rigorosamente giustificato, mentre ogni spesa pubblica dovrebbe dimostrare la propria effettiva utilità. Tanto più quando a essere colpito è il patrimonio immobiliare, che costituisce una base imponibile particolarmente esposta alle pretese dell’amministrazione finanziaria. A differenza di altri capitali, infatti, un immobile non può essere trasferito altrove per sottrarsi a un’imposizione eccessiva.

La super-patrimoniale

Un altro terreno di scontro è la tassazione dei grandi patrimoni, come dimostrano i referendum svoltisi in California. La Proposition 40 prevedeva un’imposta straordinaria del 5 per cento sui patrimoni dei miliardari, destinata principalmente alla sanità. Secondo i risultati diffusi, prevale il voto contrario, con circa il 55 per cento dei consensi.

Nello stesso Stato, la Proposition 42, diretta a vietare nuove imposte sul possesso di attività finanziarie e di altri beni mobili, nonché gran parte dei prelievi retroattivi, registra invece una prevalenza di voti favorevoli, pari a circa il 53 per cento. Le due consultazioni sembrano dunque indicare un orientamento contrario all’introduzione di nuovi prelievi patrimoniali.

L’argomento utilizzato per sostenere la tassazione delle grandi ricchezze è apparentemente persuasivo: chiedere di più a chi possiede molto sembra non comportare alcun costo per gli altri. Ma la ricchezza non è necessariamente denaro custodito in cassaforte. È costituita in larga parte da partecipazioni societarie, impianti, immobili e capitali investiti nelle imprese. Colpirne fiscalmente il valore può quindi sottrarre risorse alla produzione, all’innovazione e all’occupazione.

Vi è poi una questione di principio. Se il semplice possesso di un patrimonio elevato è considerato una ragione sufficiente per imporre un prelievo aggiuntivo, quale limite impedisce di estenderlo, domani, a chi dispone di molto meno? La soglia oltre la quale scatta l’imposta è stabilita dalla politica e può essere abbassata da qualsiasi maggioranza successiva. Una misura inizialmente riservata ai miliardari rischia così di trasformarsi in un precedente per allargare progressivamente la platea dei contribuenti.

Una delle acquisizioni fondamentali della scienza economica è che l’economia di mercato non è un gioco a somma zero: la ricchezza può aumentare senza che il guadagno di qualcuno comporti una perdita per altri. Quando un imprenditore realizza un prodotto che incontra il favore dei consumatori, il suo profitto deriva da scambi nei quali anche gli acquirenti ritengono di ottenere un vantaggio.

Lo stesso accade quando un investimento crea nuove attività, accresce la produzione e offre opportunità di lavoro. Il successo economico, dunque, può generare benefici che si estendono ben oltre chi lo consegue. Come ha spiegato Ludwig von Mises, il risparmio e l’accumulazione di capitale sono essenziali per aumentare la produttività e migliorare le condizioni di vita. Tassare quel capitale significa anche rischiare di sottrarre risorse agli investimenti dai quali dipende la prosperità futura.

Non tutti i referendum americani esprimono la medesima filosofia. In California, ad esempio, gli elettori hanno approvato anche la Proposition 3, che rende permanenti le aliquote maggiorate sui redditi elevati. Né un voto favorevole a un’esenzione fiscale rappresenta necessariamente un’adesione al liberalismo. La varietà delle proposte rende interessante il confronto: le regole del prelievo e i limiti del potere pubblico diventano materia di discussione politica, anziché essere considerati intangibili.

Lezione per l’Italia

La lezione riguarda da vicino l’Italia. L’Imu grava sul possesso anche quando l’immobile non produce reddito; al tempo stesso, il proprietario incontra vincoli urbanistici, restrizioni nell’utilizzo del bene e limitazioni della libertà contrattuale. Gli si chiedono responsabilità e spese, mentre si riduce lo spazio delle sue decisioni.

Una società libera dovrebbe partire da un presupposto semplice: il patrimonio legittimamente acquisito appartiene al suo titolare. Qualunque prelievo costituisce un’eccezione da giustificare, non un diritto originario del potere politico. Quando il fisco tratta la proprietà come una rendita da cui attingere indefinitamente, il cittadino finisce per somigliare a un affittuario dei propri beni.

I referendum americani ricordano che questo rapporto può essere rimesso in discussione. Il punto decisivo non è stabilire quanto il governo sia disposto a lasciare ai cittadini. È stabilire quanto i cittadini siano disposti a concedere al governo. La differenza è tutta qui: nella prima domanda comanda il fisco; nella seconda comanda la libertà.

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