
Commentiamo un articoletto di tal Robin Brooks, un economista anglo-tedesco, basato a Francoforte e di una certa notorietà. Articoletto assai intrigante, in quanto suggerisce di far fuori l’orrido euro.
Preteso strumento
Comincia con un proclama: “un’uscita della Germania dall’euro libererà spazio fiscale per tutti”. Lasciando il lettore incerto su cosa intendere per i due termini del problema: lo strumento e l’obiettivo.
Asseritamente, lo strumento è l’uscita della Germania dall’euro. Per amor di precisione, non la Germania che torna al marco tedesco e gli altri che si tengono l’euro, no: più oltre specificherà che, per tutti, si tratta di “ritorno alle valute nazionali”. Perciò, è Germania che torna al marco, Francia che torna al franco, Italia che torna alla lira, etc..
Meglio avrebbe potuto dire smantellamento dell’euro, ma dice uscita della Germania dall’euro in quanto, per lui:
- esplicitamente, “i Paesi periferici non staccheranno mai la spina … spetta quindi alla Germania staccare la spina”;
- implicitamente, se la Germania stacca la spina, l’euro non può sopravvivere in forma ridotta (per esempio, un euro-sud esteso ai soli Paesi latini).
Due ipotesi che ci paiono sensate.
Preteso obiettivo
Asseritamente, l’obiettivo è liberare spazio fiscale per tutti. Per amor di precisione, liberare spazio fiscale vuol dire incrementare la spesa pubblica: che i singoli Stati, oggi membri dell’euro, tornino a spendere di più. Addirittura, tornare a spendere di più sarebbe “ciò di cui molti paesi dell’Ue hanno bisogno più di ogni altra cosa”.
Il che suona assai strano in quanto, tradizionalmente, spendere di più sarebbe anatema, per un economista basato a Francoforte. Conscio dell’ovvia obiezione, egli si preoccupa di accatastare buone cause di spesa: “sostenere l’Ucraina, tener lontano le tariffe statunitensi, tener lontano il mercantilismo cinese”.
Laddove, non pare immediatamente ovvio comprendere come spendere di più consentirebbe di tener lontano le tariffe statunitensi, ovvero di tener lontano il mercantilismo cinese. Ad esempio, aumentare la spesa pubblica aumenterebbe la domanda aggregata e, quindi, le importazioni da entrambe.
Al contrario, è immediatamente ovvio come spendere di più consentirebbe di sostenere l’Ucraina: comprando più armi e trasferendo più soldi a Kiev. Non a caso, solo a tale primo argomento l’autore dedica estesa attenzione:
l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha messo in luce la mancanza di spazio fiscale … né Spagna, né Italia sono in grado di aiutare l’Ucraina in modi che siano lontanamente commisurati alle dimensioni delle loro economie … L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sottolinea una dura realtà: Spagna e Italia hanno esaurito il margine di bilancio. Loro negano, ma le azioni parlano più delle parole.
Insomma, asseritamente l’euro deve essere smantellato perché l’Ucraina possa essere aiutata: ha stato Kiev! Sin qui la faccia apparente dell’articoletto.
Il reale obiettivo
Ma è davvero possibile che un economista basato a Francoforte voglia sacrificare l’euro per aiutare l’Ucraina? O ci sta pigliando per i fondelli? Per rispondere, dobbiamo dimenticare i predetti slogan ed addentrarci sulla faccia nascosta dell’articoletto.
Ciò accade quando l’autore spiega perché l’euro non consente agli Stati membri di spendere di più:
- “i Paesi ad alto debito superano per numero e di gran lunga quelli a basso debito”;
- “inesorabilmente, ciò significa che il potere politico si piega a mantenere in vita oneri del debito altrimenti insostenibili, cooptando Bce”;
- ciò che accade attraverso “trasferimenti a tempo indeterminato” (open-ended transfers), cioè versamento di fondi tedeschi a beneficio di Spagna, Italia, destinati a non finire mai.
E questo sarebbe lo status-quo: nel gergo economicistico “un cattivo equilibrio … che rende tutti più deboli”. Tutti, quindi pure la Germania: indebolita, si deve immaginare, da tali fantomatici trasferimenti a beneficio nostro, che tanto assillano l’autore.
Germania che, senza l’euro, sarà più forte: uscire dall’euro consentirà a Berlino ed ai nanerottoli virtuosi amici suoi di “rimettere in moto le proprie economie (invece di sostenere gli insostenibili oneri del debito della periferia)”. Molto bene.
Sottaciuti vantaggi per l’Italia
Molto bene, a livello di esiti: pure noi siamo convinti che la Germania sarà più forte senza l’euro … ma pure l’Italia e pure la Spagna, etc..
E questo l’ammette pure l’autore, ancorché a fatica: scrive che l’uscita dall’euro comporterà un “debt write-downs”, letteralmente riduzione del valore nominale del debito. Con il corollario che, a subire tale riduzione, sarebbero i creditori domestici (residenti nei Paesi che riducono il valore nominale del proprio debito): “bailing in households”, letteralmente riducendo il valore nominale dei loro crediti. Dopodiché, gli Stati nei quali tali creditori domestici sono residenti potranno finalmente spendere di più (“la riduzione del valore nominale del debito, in Italia e Spagna, finalmente consentirà a quei Paesi di ricominciare a spendere”) e tutto finirà in gloria.
Laddove non è chiaro se, per riduzione del valore nominale del debito, l’autore intenda il valore nominale in valuta forte (l’euro di oggi, il marco tedesco di domani), oppure in valuta debole (la lira italiana di domani). Plausibilmente la seconda, giacché non è affatto evidente che, finito l’euro i Btp, oltre che essere convertiti in lire, debbano pure veder ridotto il proprio valore nominale in lire. Mentre è del tutto evidente che il loro valore nominale espresso domani in marchi tedeschi sarà senz’altro inferiore al loro valore nominale espresso oggi in euro.
Sottaciuta preoccupazione per la Francia
Meno bene, a livello di analisi: i fantomatici trasferimenti che l’autore tanto lamenta, invero non esistono (l’Italia è contribuente netto al bilancio Ue; il Pnrr è debito buttato nel cesso ma che l’Italia dovrà comunque rimborsare con soldi propri; Bce comprava tanto debito tedesco quanto italiano in proporzione al Pil; nel 2011 i soldi italiani non salvarono i crediti tedeschi e francesi verso la Grecia; etc.).
Laddove, non pare immediatamente ovvio comprendere la necessità di nascondersi dietro una simile balla: non fosse che tale balla rischia di inverarsi con un Paese che l’autore accuratamente evita di menzionare: la Francia. La Francia di Macrone ormai nel più completo sbando politico e fiscale.
Ciò si comprende da due vistose omissioni, nell’articoletto:
- la prima omissione, nel già richiamato passaggio in cui l’autore denuncia il basso contributo, in proporzione al Pil, di Spagna e Italia al sostegno dell’Ucraina: egli lo fa mostrando un grafico in cui spicca l’altrettanto basso contributo della Francia … la quale, però, non viene citata;
- la seconda omissione, in un altro passaggio nel quale egli denuncia come la ricchezza netta mediana delle famiglie spagnuole ed italiane superi di gran lunga quella delle famiglie tedesche: egli lo fa mostrando un grafico in cui spicca l’altrettanto alta ricchezza delle famiglie francesi … la quale, però, non viene citata.
La Francia, insomma, è il convitato di pietra dell’articoletto che andiamo commentando: il soggetto spiacevole e minaccioso, che l’autore cerca di ignorare, ma che continua a ripresentarsi.
E qui dobbiamo riconoscere che l’economista anglo-tedesco non racconta più balle: nello sbando in cui è precipitata Parigi, il rischio che Bce debba veramente comprare tanto ma tanto debito francese è reale. E piuttosto imminente.
Certo non si tratterebbe di trasferimenti fiscali, bensì di espansione monetaria: questa volta per davvero (e non per finta come nel caso della espansione monetaria a favore dell’Italia, che non c’è stata).
Un esito che la Germania mai ha accettato e mai accetterà: “qualcosa che i tedeschi e gli altri nordeuropei non vogliono”. A torto? A ragione? Non è importante. L’importante è che Nein vuol dire Nein. Insomma, l’euro deve essere smantellato perché Parigi non può essere aiutata: ha stato Parigi! Non Kiev.
Salvare il mercato unico
Perciò, la verità è che l’economista basato a Francoforte vuole sacrificare l’euro per non aiutare la Francia. Ed è un grosso sacrificio, considerato quanto la Germania ci ha guadagnato con l’euro: un saccheggio durato 25 anni del resto del continente, la cui industria è stata virtualmente ridotta da concorrente diretto a sub-fornitore delle catene di valore tedesche.
Ma un sacrificio grosso abbastanza perché Berlino voglia accuratamente evitarne un secondo: il mercato unico. Sul punto l’autore è categorico: “il più grande ostacolo al ritorno alle valute nazionali è che una rottura dell’euro sarebbe turbolenta. In realtà, non deve esserlo: come in un divorzio, è nell’interesse di tutte le parti separarsi pacificamente e con un trambusto minimo”.
Laddove appare evidente che far saltare il mercato unico sarebbe, invero, un trambusto enorme. Tradotto, l’euro deve morire perché il mercato unico viva. E noi non potremmo essere più d’accordo, mentre rivolgiamo un pensiero di scherno e ludibrio a quelle legioni di leuropeisti che, per una generazione, ci hanno ammorbato fantasticando che, con l’euro, sarebbe crollato pure il mercato unico.
Avremmo pure potuto scrivere l’euro deve morire perché l’Ue viva, ma abbiamo scelto scientemente di non farlo, in quanto l’Ue senza l’euro sarà ben minor cosa, rispetto all’Ue con l’euro: per la semplice ragione che le mancherà la forza ricattatoria di una Bce sempre pronta ad accondiscendere i più turpi disegni imperialistici della casa-madre tedesca, ricattando gli altri Stati con dichiarazioni minacciose ed analfabete, delle quali si sono resi protagonisti tutti i suoi presidenti (dal Trichet della lettera a Berlusconi del 2011, al Draghi dello Omt col Mes, alla Lagarde del “we are not here to close the spreads”).
Salvare le banche tedesche
Un ultimo spunto, dove l’autore scandisce: “come parte di un tale divorzio, la periferia europea chiederà senza dubbio sostegno finanziario alla Germania. Questo è un prezzo che vale la pena pagare”.
Laddove non occorre essere un esegeta, per comprendere come tale sostegno finanziario sarà offerto, non agli Stati debitori che escono dall’euro, bensì alle banche tedesche creditrici di quegli Stati: le quali, quelle sì, scrivendo i propri bilanci in valuta forte, subiranno una riduzione del valore nominale del debito. E, quindi, registreranno perdite che l’autore propone al governo tedesco di coprire: infine rivelando cosa veramente egli intenda per spendere di più in Germania … spendere di più per le banche tedesche. Brutto da vedere, ma cinicamente inevitabile da fare.
Slogan
Il resto dell’articoletto è una dichiarazione di buoni sentimenti: “l’euro è in realtà solo un sistema di ancoraggi al tasso di cambio [“peg”]. Il ritorno alle vecchie valute nazionali non esclude una politica estera comune, né esclude una spesa congiunta per la difesa”. Parole vuote, come se fosse possibile che l’Italia tornata alla lira torni ad impiccarsi ad una nuova Wehrmacht, nella quale armi e generali sarebbero tutti tedeschi, i fanti mandati a morire tutti italiani.
Parole vuote, come la vista asserita intenzione di smantellare l’euro perché l’Ucraina possa essere aiutata. Parole utili, però, a preparare il terreno ai vari Mattarella: i quali dovranno pure condire il fallimento della politica di tutta una vita, con un rilancio laqualunque. Laqualunque, come queste ultime parole del nostro economista basato a Francoforte.
Punti non esplorati
Manca, nell’articoletto, qualunque riferimento a cosa accadrà alla libera circolazione dei capitali.
Manca qualunque riferimento ai saldi Target2, rispetto ai quali, però, già sappiamo che l’autore ha una posizione molto diversa dalla nostra (qui e qui).
Manca un apprezzamento dell’entità della rivalutazione del marco tedesco, che certamente sarà tanto maggiore, quanto peggiori sono i saldi esteri di ogni particolare altro Paese oggi membro dell’euro: ed i saldi esteri francesi fanno veramente cagare. Mentre quelli italiani splendono di luce propria. Ma non se ne può fare, all’autore, una colpa: è un piccolo articolo, un ballon d’essai.
Conclusioni
Riassumendo, l’Ucraina è solo una scusa, la Francia il problema: Berlino non vuole che Bce finanzi Parigi. Al punto da preferire rinunciare alla tetta che, per lei e lei soltanto, è stata l’euro.
Un armistizio, dunque. Ma un armistizio capitolato: a condizione di salvare il mercato unico e le proprie banche.
Ed un armistizio convinto: al punto da portarsi avanti proponendo slogan vuoti a sufficienza da essere compresi dai nostri leuropeisti. Ai quali volentieri proporremmo un’amnistia generale, a condizione che non insistano ulteriormente a difendere l’indifendibile e rapidamente ci consentano di tornare a vivere in un Paese normale, con una moneta normale.
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