Economia

L’Italia dei data center richiede molta energia: ma chi pagherà il conto?

Dopo centri commerciali e logistici, la corsa all'Intelligenza Artificiale sta portando nel nostro Paese una nuova generazione di infrastrutture energivore. Un rapporto di Osservatorio Energia ha elaborato alcuni scenari

Per vent’anni abbiamo riempito le periferie di centri commerciali. Poi è arrivata l’era dell’e-commerce e abbiamo cominciato a riempirle di giganteschi centri logistici, spesso proprio mentre il commercio tradizionale e gli stessi centri commerciali iniziavano a fare i conti con la concorrenza delle vendite online.

Adesso è cominciata la terza ondata. Non sono luoghi nei quali andremo a comprare qualcosa e neppure capannoni dai quali partiranno i nostri pacchi. Sono edifici molto più silenziosi, pieni di server, trasformatori, gruppi di continuità e sistemi di raffreddamento: i data center.

E questa volta dietro la corsa c’è soprattutto l’Intelligenza Artificiale, la stessa tecnologia che promette enormi aumenti di produttività ma alimenta anche il timore che molte attività oggi svolte dall’uomo possano essere automatizzate.

C’è però un paradosso. Più l’economia diventa “virtuale”, più ha bisogno di infrastrutture estremamente fisiche. ChatGPT, il cloud e gli algoritmi non vivono nell’etere: vivono dentro edifici che consumano elettricità 24 ore al giorno, devono essere raffreddati, collegati alla rete elettrica, alimentati anche durante i blackout e costruiti da qualche parte. Ed i numeri italiani cominciano a essere impressionanti.

Le richieste di connessione

Un nuovo rapporto di Osservatorio Energia (associazione di imprese e think tank energetico indipendente), pubblicato nella collana Scenari Energetici, prova a quantificare che cosa potrebbe significare per l’Italia la corsa ai data center da qui al 2035.

Il dato dal quale partire è quasi incredibile. Le richieste di connessione alla rete di trasmissione nazionale riconducibili ai data center sono passate da circa 5 GW alla fine del 2023 a 30 GW alla fine del 2024, 69 GW alla fine del 2025 e 78,8 GW a gennaio 2026. Terna conferma per gennaio 2026 il dato di 449 pratiche per un totale di 78,79 GW.

Attenzione, però, perché proprio qui si trova forse la distinzione più importante di tutto il rapporto: una richiesta di connessione non è un data center. Una richiesta deve diventare un progetto autorizzato; il progetto deve trovare i finanziamenti; deve essere costruito; deve entrare in esercizio e, infine, deve assorbire realmente la potenza prenotata.

A fronte dei quasi 79 GW richiesti, a fine 2025 risultavano infatti contrattualizzati appena 1,53 GW. Per questo sarebbe sbagliato prendere i 78,8 GW e trasformarli automaticamente in consumi futuri.

Figura 1 – Data center in Italia: la corsa alle connessioni

Osservatorio Energia fa qualcosa di diverso: costruisce quattro scenari, dal più moderato a uno stress test deliberatamente estremo, chiedendosi che cosa accadrebbe se entro il 2030 e il 2035 diventassero operative frazioni progressivamente maggiori delle richieste oggi esistenti. Non sono previsioni e, soprattutto, non viene assegnata loro alcuna probabilità.

Quanta elettricità potrebbero consumare

Ed è qui che i numeri diventano interessanti. Nel 2024 i data center italiani consumavano già circa 5,8 TWh l’anno, poco meno del 2 per cento dei consumi elettrici nazionali.

Nello scenario A, quello di crescita più moderata, nel 2035 il consumo complessivo arriverebbe a 26,2 TWh, pari al 6,9 per cento della domanda elettrica italiana stimata dal modello.

Nello scenario B, definito “corsa ai data center”, salirebbe a 51,4 TWh, cioè il 12,7 per cento della domanda.

Lo scenario C, nel quale l’Italia diventa un importante hub europeo dell’AI, porta il consumo a 95,3 TWh, il 21,2 per cento.

Infine c’è lo scenario D, che non va scambiato per una previsione ma serve proprio a capire che cosa succederebbe in condizioni estreme: 189,4 TWh l’anno, equivalenti al 34,9 per cento dell’intera domanda elettrica italiana prevista nello scenario.

Figura 2 – Data center in Italia: quanto peseranno sulla domanda elettrica?

Numeri enormi, ma che vanno letti con cautela. Lo stesso rapporto sottolinea, per esempio, che il 12,7 per cento dello scenario B ricade nell’intervallo del 7-13 per cento indicato da uno studio del Politecnico di Milano per il 2035, ma precisa che questa coincidenza riguarda soltanto la quota energetica e non costituisce una validazione dell’intero scenario.

Il punto, dunque, non è sostenere che nel 2035 i data center consumeranno certamente il 12,7, il 21 o il 35 per cento dell’elettricità italiana. Il punto è capire quale ordine di grandezza potrebbe assumere il fenomeno a seconda della velocità con cui verranno autorizzati e realizzati i progetti.

La nuova concorrenza per il chilowattora

C’è poi una questione che dovrebbe interessare particolarmente il governo. L’Italia sta cercando contemporaneamente di elettrificare i trasporti, diffondere pompe di calore, elettrificare processi industriali, alimentare ferrovie e porti e sviluppare nuova capacità produttiva. A questa domanda dovrà aggiungersi quella dei data center.

Per dare un’idea delle dimensioni, nello scenario B considerato dal rapporto 1 GW di data center operativo consumerebbe circa 5,4 TWh l’anno, un quantitativo di energia equivalente, sul solo piano energetico annuale, a quello attribuito nel modello a circa 2,5 milioni di automobili elettriche. Non significa naturalmente che data center e auto siano tecnicamente intercambiabili: profilo di carico, infrastrutture e potenza richiesta sono completamente diversi. Serve soltanto a rendere intuitiva la quantità di elettricità in gioco.

La domanda diventa allora inevitabile: rete e generazione elettrica riusciranno a crescere abbastanza velocemente?

“L’Intelligenza Artificiale viene spesso percepita come qualcosa di immateriale, ma dietro il cloud esiste un’infrastruttura fisica che richiede enormi quantità di elettricità, reti, acqua e territorio”, osserva Claudio Pini, presidente di Osservatorio Energia. “La questione non è essere favorevoli o contrari ai data center: è capire quanti il nostro sistema energetico possa sostenerne, dove sia opportuno realizzarli e come evitare che una parte dei costi venga trasferita sulle imprese e sulle famiglie”.

Terna osserva già che la concentrazione geografica di richieste di connessione di grandi utenze rende necessaria un’analisi coordinata delle opere della rete di trasmissione che devono renderne possibile l’allacciamento. E soprattutto: chi pagherà queste opere?

Il conto in bolletta

È probabilmente questo il passaggio politicamente più importante dello studio. Un data center da centinaia di megawatt può rendere necessari nuovi elettrodotti, stazioni elettriche e potenziamenti della rete. Sono infrastrutture costose e con tempi di realizzazione lunghi.

Se però un operatore prenota una determinata potenza, la rete viene dimensionata per renderla disponibile e poi quella potenza viene utilizzata solo parzialmente – o il progetto procede molto più lentamente del previsto – nasce un problema di allocazione dei costi. Chi paga? L’operatore che ha determinato la necessità dell’investimento oppure l’insieme degli utenti attraverso le tariffe di rete?

Osservatorio Energia dedica a questo problema una parte significativa del rapporto e guarda a ciò che è già accaduto negli Stati Uniti, in particolare in Virginia, dove si trova la celebre “Data Center Alley”, la maggiore concentrazione mondiale di queste infrastrutture. La lezione americana è semplice: le regole vanno stabilite prima che gli investimenti raggiungano dimensioni gigantesche, non dopo.

Ed è qui che l’Italia si trova davanti a una scelta regolatoria importante. Il legislatore ha già introdotto un procedimento unico per l’autorizzazione dei centri dati, con una durata ordinaria non superiore a dieci mesi dalla verifica della completezza della documentazione e termini dimezzati per le valutazioni di impatto ambientale. L’obiettivo evidente è rendere più rapido e prevedibile l’iter degli investimenti.

Ma accelerare le autorizzazioni è soltanto metà del problema. L’altra metà consiste nello stabilire quali condizioni debbano rispettare i grandi data center e quale parte degli investimenti di rete resi necessari dalla loro presenza debba essere sostenuta dagli operatori stessi, evitando che il costo venga indiscriminatamente trasferito sulla generalità delle bollette. Non si tratta di ostacolare gli investimenti. Al contrario: regole definite in anticipo riducono anche l’incertezza per chi investe.

Non solo elettricità

Il rapporto mette inoltre in luce un aspetto spesso dimenticato quando si parla di “economia digitale”: i data center consumano risorse fisiche. C’è innanzitutto l’acqua necessaria ad alcuni sistemi di raffreddamento.

Nei quattro scenari analizzati, il consumo idrico diretto dei siti arriverebbe nel 2035 da 17,5 a 88,3 milioni di metri cubi l’anno, a seconda del caso considerato.

Il problema non è tanto il confronto con il consumo idrico dell’intera Italia, quanto la sua concentrazione geografica. Gran parte delle richieste si addensa infatti nel Nord del Paese, e soprattutto in Lombardia. Un consumo idrico relativamente modesto su scala nazionale può diventare molto più significativo quando si concentra nello stesso territorio e proprio nei mesi caldi, quando il raffreddamento può richiedere più risorse e l’acqua può essere contemporaneamente contesa da altri usi.

Poi c’è il territorio. Per la sola nuova capacità, gli scenari del rapporto producono al 2035 ordini di grandezza compresi fra circa 1.150 e 4.950 ettari, con un’incertezza che gli stessi autori sottolineano esplicitamente.

E c’è un’altra infrastruttura praticamente invisibile al grande pubblico: i generatori diesel di emergenza. Un grande campus può averne decine. Funzionano pochissimo durante un anno normale, ma devono essere sufficientemente potenti da mantenere operativo il sito durante un’interruzione dell’alimentazione. La potenza termica nominale complessiva installata può quindi superare i 150 MW termici, assumendo rilievo anche sotto il profilo delle autorizzazioni ambientali e delle emissioni locali durante test o emergenze.

A quali condizioni?

La conclusione più interessante del rapporto di Osservatorio Energia non è quindi un “no” ai data center. Sarebbe una posizione difficilmente sostenibile. Cloud computing, digitalizzazione e Intelligenza Artificiale hanno bisogno di infrastrutture e un Paese che decidesse semplicemente di respingerle rischierebbe di trasferire altrove investimenti, infrastrutture digitali e competenze. La questione è a quali condizioni accoglierle.

Il rapporto propone di valutare i progetti sulla base di criteri come efficienza energetica e idrica, provenienza dell’elettricità, flessibilità del carico, recupero del calore, consumo di suolo, utilizzo di aree industriali dismesse, impatto sulla rete e caratteristiche dei sistemi di emergenza. Propone inoltre di considerare gli effetti cumulativi quando molti impianti vengono concentrati nello stesso territorio.

È probabilmente questa la discussione che dovrebbe iniziare adesso. Perché l’errore sarebbe affrontare la terza grande trasformazione delle nostre periferie come abbiamo spesso affrontato le precedenti: valutando un progetto alla volta senza domandarci che cosa accade quando centinaia di progetti cambiano insieme il territorio e la domanda di infrastrutture.

I quasi 79 GW oggi richiesti non diventeranno 79 GW di data center. Il rapporto lo dice chiaramente. Ma proprio per questo il momento migliore per fissare le regole è adesso, quando la maggior parte di quei progetti esiste ancora soltanto sulla carta.

L’Intelligenza Artificiale potrà creare valore enorme. La domanda politica non dovrebbe essere se fermarla, ma come fare in modo che chi trae beneficio dalla nuova corsa digitale sostenga anche una quota appropriata dei costi infrastrutturali che essa rende necessari, senza presentare il conto, qualche anno dopo, nelle bollette di tutti gli altri.

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