Alleati inaffidabili e svolta trumpiana di Merz

Le decisioni di Starmer e Sanchez sulle basi una prova tangibile di quanto siano fondate le critiche all'Europa nella strategia di sicurezza nazionale Usa. Da Pechino è tornato un Merz diverso

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Le reazioni europee all’attacco di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano hanno fornito una prova tangibile di quanto siano fondate le critiche all’Europa contenute nella strategia di sicurezza nazionale Usa, vissute come ingiuste e indebite interferenze nelle capitali del Vecchio Continente.

In questi giorni stiamo toccando con mano quanto le politiche in tema di energia e immigrazione, su cui si concentrano le critiche trumpiane, abbiano un impatto non trascurabile per la sicurezza nazionale del nostro storico alleato, nel momento in cui si traducono nella impossibilità o non volontà di collaborazione.

Vulnerabilità energetica

L’attacco al regime iraniano, necessario per debellare una minaccia diretta non solo a Israele ma anche alle basi Usa e all’Europa stessa, evidenzia la vulnerabilità europea agli shock esterni nell’approvvigionamento energetico, a causa di scelte autolesioniste, come la rinuncia tedesca al nucleare o il mancato sfruttamento di fonti fossili autoctone. Secondo il Telegraph, Trump avrebbe esortato Londra ad aprire immediatamente e ampliare la produzione di petrolio e gas nel Mare del Nord.

Islamizzazione

La decisione del premier britannico Keir Starmer (poi rivista) e di quello spagnolo Pedro Sanchez di negare l’uso delle basi all’alleato Usa, ma anche le critiche del presidente francese Emmanuel Macron, che ha parlato di “violazione del diritto internazionale”, vengono viste a Washington come la prova che i Paesi europei in via di islamizzazione non possano più essere considerati alleati affidabili.

“Non abbiamo a che fare con un Churchill”, ha detto Trump di Starmer, tornando a criticare l’accordo per la cessione delle isole dove è situata la base di Diego Garcia e lasciando intendere che negando inizialmente le basi il premier abbia voluto compiacere l’elettorato islamico.

Passano poche ore e troviamo Starmer celebrare la fine del Ramadan niente meno che a Westminster Hall. Parlando ai leader della comunità musulmana presenti ha rivendicato che il Regno Unito “non è e non sarà coinvolto negli attacchi all’Iran”, prima di definire i musulmani il “volto della Gran Bretagna moderna” e ricevere il caloroso abbraccio dell’ambasciatore palestinese, mentre in sottofondo il muezzin intonava “Allahu Akbar”.

Ancora più duro il presidente Usa con Sanchez: “Alcuni dei Paesi europei sono stati utili, altri no – e ne sono molto sorpreso. La Germania è stata fantastica… La Spagna terribile, ho detto a Bessent di tagliare tutti i rapporti commerciali, non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna”.

La svolta di Merz

A distinguersi il cancelliere tedesco Friedrich Merz: “Siamo in sintonia, questo terribile regime a Teheran deve andarsene”, ha detto seduto accanto a Trump nella Sala Ovale, riconoscendo che “tempi difficili richiedono partnership solide”, che l’Iran “mette in pericolo noi e i nostri partner” e quindi che esiste un chiaro interesse comune.

Prima di partire per Washington aveva preso ancor più marcatamente le distanze da Parigi, riconoscendo i limiti dell’Europa: le disquisizioni sul diritto internazionale “servono a poco, non è il momento di fare la predica ai nostri alleati. Condividiamo molti dei loro obiettivi, anche se non possiamo raggiungerli noi stessi. Anche senza chiarezza su ciò che accadrà il giorno dopo, lavoreremo con Stati Uniti, Israele e i partner europei per plasmare il post-conflitto”.

Qualcosa dev’essere scattato nella testa di Merz durante la sua visita in Cina. Proprio su queste colonne abbiamo parlato del suo disagio per la performance dei robot umanoidi cinesi. Alcune fonti riferiscono di una “discussione intensa” con Xi Jinping sulla questione Taiwan.

Fatto sta che, dal suo ritorno da Pechino, Merz si è affermato in poche ore come il leader europeo più trumpiano, o il meno anti-trumpiano, scavalcando Giorgia Meloni. Un raro esempio di guarigione fulminea dalla sindrome anti-Trump. Che Berlino abbia compreso finalmente le sue vulnerabilità e l’indispensabilità Usa?

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