
Sicuramente ha sottovalutato la guerra in Ucraina, come ha riconosciuto lui stesso. Ha frainteso gli obiettivi russi. E sicuramente si esprime rozzamente, ad un livello che però viene compreso anche da chi non sia esperto di politica internazionale. Ma quando vuole spiegarsi, difficilmente dice cose che non abbiano un loro fondamento sul piano pratico.
Così Donald Trump, durante l’incontro con i vertici delle Big Oil, ha fornito la più estesa spiegazione fino ad oggi della sua insistenza per l’acquisizione la Groenlandia. E paradossalmente la dichiarazione congiunta dei cinque leader politici groenlandesi conferma la fondatezza dell’approccio della Casa Bianca: “Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi. Vogliamo essere groenlandesi”.
Un territorio vulnerabile
Ora, è proprio questa aspirazione all’indipendenza, oltre all’ampia autonomia politica già riconosciuta, che rischia di spalancare le porte alla penetrazione di potenze ostili. Un’isola enorme, con una popolazione irrisoria di 50 mila abitanti, non sufficienti risorse proprie, quindi deficit commerciale e di bilancio, e per di più ad altissimo valore strategico sia come posizione geografica che come risorse naturali, non riuscirebbe a restare indipendente molto a lungo.
Questo fa della Groenlandia un territorio vulnerabile, esposto alle ingerenze straniere. Forse non nell’immediato, ma la preoccupazione Usa che Cina e Russia riescano in relativamente poco tempo a portare la Groenlandia sotto il loro controllo, de facto se non de jure, come hanno fatto, per esempio, con il Venezuela e Panama, non è infondata. Le prime avances cinesi per lo sfruttamento delle risorse e il controllo delle infrastrutture dell’isola risalgono già a qualche anno fa.
O gli Usa, o Cina e Russia
Sebbene gli analisti concordino da tempo sulla corsa delle grandi potenze all’Artico, di questa enorme isola strategica collocata geograficamente in America ma politicamente in Europa nemmeno se ne parlava finché il tema non è stato posto da Trump. Come spesso è capitato durante i suoi mandati, non ha iniziato Trump questa corsa, l’ha solo resa evidente e sta suonando la sveglia agli alleati.
Non sto parlando di soldi per la Groenlandia, per ora. Potrei parlarne. Ma al momento, stiamo per fare qualcosa sulla Groenlandia, che gli piaccia o no, perché se non lo facciamo noi, la Russia o la Cina prenderanno il controllo della Groenlandia, e non avremo la Russia o la Cina come vicini. (…) Non lasceremo che la Russia o la Cina occupino la Groenlandia. E questo è esattamente quello che faranno se non agiamo noi.
Quanto tempo ci è voluto prima che arrivasse alla Casa Bianca un presidente determinato a riprendersi Venezuela e Panama? Da qui la convinzione che la miglior forma di garanzia, che costringa anche le future amministrazioni Usa a difendere la Groenlandia, sia l’acquisizione dell’isola, sebbene in forme che ne preservino l’autogoverno. Ecco come Trump ha spiegato perché non sarebbe sufficiente espandere la presenza militare Usa in Groenlandia:
Perché quando ne siamo proprietari, la difendiamo. Non difendi gli affitti allo stesso modo, devi possederla. (…) I Paesi devono avere la proprietà. E difendi la proprietà. Non difendi gli affitti. E dovremo difendere la Groenlandia. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Cina o la Russia. (…) Non li voglio come vicini in Groenlandia. Non succederà.
La debolezza dell’Europa
Oggi appartiene alla Danimarca, che a sua volta fa parte della Nato e dell’Ue (ma la Groenlandia non fa parte di quest’ultima). Solo dopo tre anni di guerra e le sberle di Trump, l’Europa ha cominciato ad assumersi maggiori responsabilità nella difesa di Kiev. È da poco uscita da una decennale dipendenza dalla Russia, mentre è ancora terra di penetrazione cinese (e islamica). Basti pensare alle suicide politiche energetiche e immigrazioniste, che non a caso Trump ha ricordato.
L’Europa ha fatto così tanto per l’Ucraina, ma non è stato abbastanza, e ovviamente direi che il presidente Putin non ha paura dell’Europa. Ha paura degli Stati Uniti guidati da me. Non dell’Europa. Sapete, l’Europa è rimasta indietro. E J.D. l’ha detto molto chiaramente (…) L’Europa è un posto diverso, sta cambiando. L’Europa deve mettere ordine nelle sue cose. Io amo l’Europa, le mie radici sono in Europa. Ma l’Europa è un posto diverso. Devono mettere ordine nelle loro cose. (…) devono essere molto cauti con la loro politica sull’immigrazione, ci sono certi posti in Europa che sono molto importanti e che non sono più riconoscibili. (…) E devono fare attenzione all’energia perché stanno mettendo pale eoliche dappertutto e perdendo una fortuna. Stanno distruggendo il loro Paese.
È un altro fatto poco discutibile che cinesi e russi non rispettino l’Europa, che hanno visto e vedono tuttora come terra di conquista, in termini di penetrazione economica e influenza politica. Questo raccontano decenni di appeasement e dipendenza energetica dal gas russo (via Nord Stream, mentre Berlino abbandonava il nucleare) e di delocalizzazioni in Cina. Ora, se l’illusione russa è in gran parte svanita, ma c’è voluta l’invasione dell’Ucraina, l’illusione cinese è ancora forte e diffusa.
Quanto è credibile un’Europa che ha perso il controllo dei suoi confini, dismesso la sua energia e mostra di non saper ragionare in termini strategici ma, al massimo, commerciali? Non può sorprendere, quindi, che dal punto di vista americano la Danimarca e l’Europa non forniscano sufficienti garanzie di resistenza alle mire cinesi e russe sull’isola e che la miglior forma di deterrenza, preferibile a dover intervenire ex post, come in Venezuela, sia l’acquisizione della Groenlandia da parte Usa.
Le materie prime
Anche sul fronte delle materie prime, ce la vedete voi Copenhagen, immersa nella follia green-europeista, aprire in fretta all’estrazione di idrocarburi e altre materie prime in Groenlandia?
L’azione in Venezuela dimostra che Washington intende controbilanciare il predominio cinese sulle materie prime e, scottata dal recente ricatto di Pechino sulle terre rare, si sta muovendo con un senso di urgenza ancora sconosciuto in Europa.
Un nuovo accordo
No, come ha fatto capire anche il segretario di Stato Marco Rubio, non ci sarà un’invasione militare della Groenlandia, se non altro perché servirebbe l’autorizzazione del Congresso – estremamente improbabile.
Ma la retorica aggressiva del presidente Usa va presa sul serio. Facendo leva sulla sua imprevedibilità, il suo obiettivo è spingere tutti fuori dalla loro comfort zone, costringere i suoi interlocutori a pensare come un’opzione ciò che fino a poco tempo prima era impensabile. A quel punto, scongiurata l’ipotesi peggiore, accetteranno con sollievo tutte quelle intermedie.
Trump farà leva sull’aspirazione all’indipendenza dei groenlandesi, offrendo loro una prospettiva realistica di protezione e prosperità una volta abbandonata la Danimarca.
Se Copenhagen e l’Europa mettessero da parte il loro orgoglio e le loro illusioni di grandeur già smentite dalla realtà, potrebbero intavolare con l’amministrazione Trump una discussione seria sulla difesa e lo sfruttamento delle materie prime della Groenlandia che non preveda la sua cessione.
L’analista Velina Tchakarova ha proposto una “Dottrina del corridoio settentrionale”, un nuovo accordo di difesa (sul modello AUKUS tra Usa, Regno Unito e Australia), per la chiusura del cosiddetto “GUIK gap”, e un consorzio per l’estrazione di materie prime tra Stati Uniti, Regno Unito e membri occidentali del Consiglio Artico.
Da che parte sta l’Europa
Ma la Danimarca e gli europei devono muoversi in fretta e seriamente, riconoscendo la fondatezza delle preoccupazioni Usa. La corsa all’Artico non aspetta i comunicati stampa di Bruxelles o Parigi. La sicurezza collettiva dell’Occidente non si costruisce con l’indignazione morale, ma con alleanze serie, capacità militari reali e controllo delle materie prime.
Chi si assicura il controllo della Groenlandia – un controllo vero, non un possesso solo formale – si assicura il controllo dell’Artico, delle materie prime e delle future rotte strategiche dell’economia mondiale.
Dall’America Latina all’Indo-Pacifico, passando per l’Articolo e il Medio Oriente, è in corso una Seconda Guerra Fredda. Da che parte si schiera l’Europa? Concetti come “autonomia strategica”, esercito europeo e Stati Uniti d’Europa, sono buoni solo per le nascondere l’inconsistenza delle leadership europee alle proprie opinioni pubbliche.
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