Rubio vola alto ma, a Monaco, un contrasto ideologico non riassorbibile

Per il secondo anno l'amministrazione Trump viene a Monaco per spingere gli europei a smettere il proprio lento suicidio, ma gli europei si negano ancora. I no di Macron e Merz, il passo avanti di Meloni

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Abbiamo letto, voracemente, i grandi discorsi pronunciati alla Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera. E ci pare di riconoscere un contrasto ideologico non riassorbibile, fra americani che volano molto alto ed europei che pasturano molto basso.

Mattarella

Cominciamo dalle basi, esposte un anno orsono da Sergio Mattarella: non casualmente lui e non casualmente in Francia. In un discorso nel quale egli aveva ben spiegato come – secondo lui – non esisterebbe una civiltà occidentale ma, anzi, l’Europa e l’America ne avrebbero due distinte.

Per poi concludere – preso atto della detta asserita radicale distanza valoriale e, addirittura, civilazionale, fra Europa ed Usa – che la Nato è – per Mattarella – transeunte, cioè destinata a passare, in quanto soggetto alla legge del divenire. Chiosavamo: “addio, caro vecchio Occidente, e avanti verso il nuovo che emerge, avanti verso i Brics”.

Rubio

Un annetto più tardi, a Mattarella risponde Rubio: “siamo parte di una sola civiltà – la civiltà occidentale”. Cioè, di una cosa che per Mattarella non esiste. E non una civiltà qualunque, bensì “una grande e nobile civiltà”, “la più grande civiltà nella storia umana”.

Una civiltà, “che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme”: noi, europei e americani. Non: noi discendiamo da voi, in un rapporto culturalmente gerarchico. No no, noi entrambe “apparteniamo l’uno all’altro”. Che è come dire: noi siamo voi come voi siete noi. Una unica civiltà, che non è la civiltà europea e non è la civiltà americana … ma è la “civiltà occidentale”, appunto.

Casomai qualcuno non avesse capito, aggiunge che, a questa civiltà quì, appartengono: non solo Cristoforo Colombo, i coloni inglesi, i “contadini e artigiani tedeschi” del Midwest, i “commercianti di pellicce ed esploratori francesi” della Valle del Mississippi, i cavalli-ranch-rodei che “nacquero in Spagna”, gli olandesi di New Amsterdam. Ma pure “Lorenzo e Catalina Geroldi” di  “Casale Monferrato nel Regno di Piemonte-Sardegna”, che sarebbero gli antenati suoi, di Rubio. E pure lui stesso: Rubio … evidentemente con tutti noi parte di una stessa civiltà … checchè ne dica Mattarella.

La povera Italia

Stabilito che di una sola civiltà si tratta, Rubio ce ne mostra il cemento: “i ricordi, le tradizioni” va bene, ma pure “la fede cristiana … come eredità sacra, un legame indissolubile tra il vecchio mondo e il nuovo”. D’altronde, il gran merito di Colombo è che “portò il cristianesimo nelle Americhe”.

A parte Colombo e gli antenati propri, di fronte agli uditori Rubio lascia scorrere Dante, Michelangelo, Da Vinci e la Cappella Sistina: che fanno 4 delle 10 meraviglie menzionate dal nostro. Non trascurabile. A condizione di comprendere bene che tali meraviglie non sono solo nostre: italiane. Ma pure loro: in quanto discendenti de li medesimi, allo stesso titolo al quale ne siamo discendenti noi: “ciò che abbiamo ereditato insieme”.

C’è anche un secondo passaggio rivelatore: i “sacrifici che i nostri antenati hanno fatto insieme per la civiltà comune della quale siamo eredi”. I nostri antenati, non i vostri antenati. Ed è come se dicesse: non furono i vostri antenati a fare il culo ad Annibale e al Gran Turco, a liberare Gerusalemme … ma i nostri antenati: di tutte e due.

Laddove non si sfugge da una impressione forte: che l’America che sta a parlarci, non sia solo la vecchia nazione Wasp. Bensì anche una America profondamente ibridata della sua più recente latinità: ben impersonata da Rubio stesso il cubano e da Donaldo il nuovayorkese (una parte del mondo dove di italiani ce n’è tanti, ma tanti tanti). Noialtri cittadini della povera Italia, avremo più a che fare con loro? O con un estone ed un finlandese? La risposta, a noi, pare scontata.

Il legame transatlantico

Quanto sopra, cosa conta? Moltissimo. Il riconoscimento che “ciò che abbiamo ereditato insieme è qualcosa di unico, distintivo e insostituibile”, questo “è il vero fondamento del legame transatlantico”. Kapish?!

Non è per esigenze geopolitiche che gli americani han sostenuto la Guerra Fredda, ma perché “migliaia di anni di civiltà occidentale erano in bilico”. E, quando quella Guerra Fredda è stata vinta, “una civiltà è stata nuovamente resa integra”: una civiltà, che è sempre la civiltà occidentale. E quella Guerra Fredda è stata vinta per una ragione specifica: “eravamo uniti non solo da ciò contro cui combattevamo; eravamo uniti da ciò per cui combattevamo” … la civiltà occidentale.

Civilizational Erasure

Dopo, però, le cose sono cambiate. Dopo è cominciata la “civilizational erasure”. Un’espressione letteralmente traducibile in “cancellazione della civiltà”. Non di qualsiasi civiltà, ma di una in particolare: la civiltà occidentale. Così ben descritta nel resto del discorso.

Cancellazione della civiltà occidentale, spinta da forze che Rubio non rifugge affatto dall’elencare: (i) la “idea sciocca” della fine della storia, “che avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”; (ii) “una visione dogmatica del libero commercio senza freni”, che ha portato alla deindustrializzazione; (iii) l’aver “esternalizzato la nostra sovranità a istituzioni internazionali”; (iv) l’aver investito in “enormi stati assistenziali, a scapito della capacità di difendersi”; (v) il “culto climatico”; (vi) le “migrazione di massa” che è “una minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza della stessa nostra civiltà”. Non cita (vii) la repressione della libera espressione, ma tanto già ci aveva pensato l’ottimo Vance, un anno prima. Tutti questi sono “errori” che abbiamo “commesso insieme”: europei e americani.

Rinnovamento e restaurazione

Ma che ora gli americani hanno riconosciuto come tali. Di più: hanno maturato la volontà di “ricostruire”: tradotto, ricostruire la civiltà occidentale. Il ruolo di Trump, per la precisione, è di “rinnovamento e restaurazione”, “rinnovare la più grande civiltà nella storia umana”: tradotto, rinnovare e restaurare la civiltà occidentale. In difetto, saremmo deboli: “ciò ci rende più deboli”.

Va bene, gli americani lo hanno capito. Ma gli europei? Gli europei, no: “non vogliamo alleati deboli … non vogliamo alleati incatenati dalla colpa e dalla vergogna”, tutti intenti ad “espiare i presunti peccati delle generazioni passate”. Perciò, non disposti a difendersi: “vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e del loro patrimonio, che comprendano di essere eredi della medesima grande e nobile civiltà, e che, insieme a noi, siano disposti e capaci di difenderla”. Perché, “solo se saremo senza vergogna per la nostra comune eredità ed, anzi, orgogliosi di essa”, sapremo difenderla.

Ed è questo il cuore del discorso:

quanto spendiamo per la difesa o dove, come la dispieghiamo, queste sono domande importanti. Ma non sono quelle fondamentali. La domanda fondamentale che dobbiamo porci è: cosa stiamo difendendo. Perché gli eserciti non combattono per astrazioni: gli eserciti combattono per un popolo; combattono per una nazione; combattono per uno stile di vita. Ed è questo che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha ogni motivo di essere orgogliosa della propria storia, fiduciosa nel proprio futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico.

Kapish?!

Un nuovo secolo occidentale

Funzionerebbe? Alla grande: “un nuovo secolo occidentale”. Di più, “è una strada che abbiamo percorso insieme in passato” … quando abbiamo fatto il culo ai sovietici, appunto.

Se gli Europei lo capiranno, meglio: “la nostra preferenza e la nostra speranza è di farlo insieme a voi, amici qui in Europa”. Se non lo capiranno, amen: “siamo pronti, se necessario, a farlo da soli”, “per noi americani, la nostra casa può essere nell’emisfero occidentale, anche se saremo sempre figli dell’Europa”.

Appendice ucraina

Due parole due sull’Ucraina: “è servita la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi qui oggi, solo per portare le due parti al tavolo in cerca di una pace ancora elusiva”. Di nuovo, nelle Q&A: “la domanda alla quale non possiamo rispondere è se esista un risultato con cui l’Ucraina possa convivere e che la Russia accetterà. E direi che, sino ad oggi, la risposta è stata elusiva”. Evidentemente, non è l’Ucraina il problema principale. Manifestamente, la fine del delirio gretino conta molto più del Donbass.

Reazioni leuropee

La reazione è venuta da tre politici assai sfortunatamente di primo piano: tre che più leuropei non si può. Cominciamo dal fondo della sentina, dalla Kaja Kallas. Per la quale: “contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire: l’Europa woke e decadente non sta affrontando alcuna cancellazione della civiltà. In effetti, gente vuole ancora unirsi al nostro club”. Come se l’adesione della Moldova potesse motivare i najoini francesi a morire per Chișinău. Una che non ci fa, ma ci è.

Venendo a Macrone, il suo discorso a Monaco è zeppo di “un’Europa più forte”, “l’Europa deve diventare una potenza geopolitica”, “il potere, il potere ora, è il potere a livello europeo”, etc. insomma, la solita zuppa.

Da notare solo il passaggio ove egli difende la repressione della libertà d’espressione: “dobbiamo proteggere la nostra sovranità e l’integrità del dibattito pubblico, la nostra democrazia” il problema – per lui – sarebbero “le menti e i cuori dei giovani che potrebbero non condividere i nostri valori“ … cioè, tradotto, potrebbero non voler tagliarsi il pisello o sopportare bande propal che vanno in giro ad ammazzare chi non la pensa come a sinistra (testé accaduto a Lione). In sostanza, Macron sta ancora rispondendo al discorso di Vance: sta un anno in ritardo. Ma sta comunque rispondendo: Non!

Merz, infine: “l’Europa deve diventare un attore geopolitico con una propria strategia di politica di sicurezza”, “ho avviato, con il presidente francese, i primi colloqui sulla deterrenza nucleare europea”. Insomma, le solite palle.

Da nuovo, solo un accennato tentativo di trasformare il retorico e vuoto art. 42 TEU (“qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel proprio territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”) in qualcosa di più stringente: “ora dobbiamo definire come vogliamo organizzare questo a livello europeo”. Roba molto macronica e da evitare come la peste.

Pure in materia di repressione della libertà di espressione, egli è molto macroniano: “la libertà di parola finisce, qui da noi, quando questa parola si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione”. Solo, a differenza di Macrone, Merz fa un temino un poco più completo, elencando la propria macronicità pure in tema di politiche commerciali, organizzazioni internazionali, Groenlandia. Complessivamente, nei rapporti con gli Usa, “sospetto che in futuro saremo più spesso in disaccordo rispetto al passato”. Che è un bello e grosso: Nein!

Contro-reazione italiana

È ai tre leuropeissimi incapaci che risponde una ottima Giorgia Meloni. Con poche parole sul se condivida le riflessioni di Merz: “no, direi di no”. Soprattutto, con un passo diplomatico molto spesso: aderire al Board of Peace voluto da Trump, sia pur come osservatore. Ciò di cui la ringraziamo sentitamente.

Conclusioni

È il secondo anno che l’amministrazione Trump viene a Monaco, per spingere gli europei a smettere il proprio lento suicidio. Ed è il secondo anno che gli europei si negano. Di nuovo, c’è solo una spessa analisi ideologica di parte americana: che recide fin dalle radici la mala pianta del delirio leuropeo. Una spessa analisi che non sapremmo come non condividere e per la quale gioiamo.

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