Ucraina, ecco i 6 principi negoziali per arrivare all’accordo

Il piano in 28 punti non sbuca dal nulla, ma prende forma da principi negoziali discussi da agosto. Ora l'approccio rigido per chiudere, prima che Putin li rinneghi

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donald trump piano pace ucraina

Ieri, Federico Punzi ha ben spiegato che il piano di Trump in 28 punti per l’Ucraina è “una base ragionevole per i negoziati”. Oggi vogliamo mostrare come esso non sbuchi dal nulla, bensì sia conforme alle conclusioni del vertice a Washington di agosto, così come già alle conclusioni del vertice in Alaska e, ancora prima, a quanto era logico attendersi.

I principi negoziali

Nell’ultimo nostro articolo, di agosto, descrivevamo la bozza di accordo che Usa e Russia avevano raggiunto, su sei principi negoziali. Dei quali quattro già conoscevamo: (1) rinuncia alla pretesa russa sulla parte non occupata degli Oblast di Cherson e Zaporizhzhia; (2) land swap in cambio del resto dell’Oblast di Donetsk; (3) rinuncia alla demilitarizzazione dell’Ucraina; (4) rinuncia di Kiev all’ingresso nella Nato.

Mentre, di altri due, conoscevamo l’esistenza, ma non il contenuto: (5) il destino delle sanzioni statunitensi; (6) il destino degli attivi di banca centrale russa.

Perciò, la novità del piano in 28 punti, non è aver rivelato lo schema negoziale bensì, solamente, aver svelato il contenuto di tutti quanti i principi negoziali. Vediamoli, uno a uno:

1. Il principio dell’uti possidetis a Cherson e Zaporizhzhia

Che Putin avesse accettato di rinunciare alle parti non ancora occupate negli oblast (pur formalmente annessi) di Cherson e Zaporizhzhia era cosa nota sin da agosto. Sicché, oggi, siamo tutto meno che stupiti di trovar scritto, nei 28 punti, che “Cherson e Zaporizhia saranno congelate sulla linea di contatto, il che comporterà un riconoscimento de facto sulla linea di contatto”.

Semmai, ciò che è cambiato rispetto ad agosto è che, oggi, la Russia controlla una parte molto più grande dell’oblast di Zaporizhia (vedi alla voce Huljajpole). E tanto più ne controllerà, quanto più oltre si prolungheranno le negoziazioni in corso.

2. Il principio del land swap

Che Trump avesse accettato lo scambio della parte non occupata del Donbass, con la parte occupata degli oblast di Sumy, Dnipropetrovsk e Kharkov, era anch’essa cosa nota sin da agosto. Sicché, oggi, siamo tutto meno che stupiti di trovar scritto, nei 28 punti, che “la Russia rinuncia ad altri territori che controlla al di fuori delle 5 regioni (Crimea, Luhansk, Donetsk, Cherson, Zaporizhia).

Semmai, ciò che è cambiato rispetto ad agosto è che, oggi, la Russia controlla una parte più grande: sia del Donbass (vedi alla voce Pokrovsk), sia di Dnipropetrovsk e Kharkov (vedi alla voce Kupiansk). In termini cinicamente negoziali, ciò significa che il land swap si fa progressivamente più favorevole a Kiev.

3. Il principio della demilitarizzazione

Che Putin avesse rinunciato alla smilitarizzazione dell’Ucraina era cosa nota sin da agosto. Quanto Trump: (a) presentava insieme land swap e 100 miliardi di nuove armi americane … insieme, zusammen, ensemble: come due principi negoziali, appunto; (b) descriveva i 100 miliardi come “garanzie di sicurezza”, in esplicito riferimento al dopoguerra. Tutto ciò, senza che Putin battesse ciglio.

Ad adiuvandum, i retroscena di stampa del tempo si concentravano unicamente sui territori: prova provata che, della demilitarizzazione, non si preoccupava più nemmeno Zelensky.

Sicché, oggi, siamo tutto meno che stupiti di trovar scritto, nei 28 punti, che l’Ucraina potrà tenere, sul piede di guerra, un esercito di ben 600.000 uomini … più del doppio di quanti ne aveva prima della guerra. Nonché più o meno quanti ne ha realmente oggi … depurando le statistiche ufficiali da quanti abbiano disertato o non siano effettivamente adatti al combattimento.

4. Il principio della rinuncia di Kiev alla Nato

Che Trump avesse rinunciato a far entrare l’Ucraina nella Nato, è cosa nota sin da agosto. Egli era stato scultoreo: “se guardi indietro a molto prima del presidente Putin, è sempre stato affermato che non avrebbero mai permesso all’Ucraina di entrare nella Nato”.

Sicché, oggi, siamo tutto meno che stupiti di trovar scritto, nei 28 punti, che “l’Ucraina accetta di sancire nella propria Costituzione che non aderirà alla Nato, e la Nato accetta di adottare una disposizione nel proprio statuto che stabilisca che non accetterà l’Ucraina in nessun momento in futuro”.

Eppure, qui qualcosa si è mosso, rispetto ad agosto: con riguardo alle garanzie di sicurezza alle quali Kiev avrebbe lo stesso avuto accesso. Ad agosto, era esplicito che tali garanzie di sicurezza consistevano nei 100 miliardi di nuove armi americane appena citate e che avrebbero dovuto essere acquistate dagli europei e, da loro, donate a Kiev.

Il problema è che, nel frattempo, gli europei ne hanno comprate davvero pochine: pochissime quasi tutti, nessuna noialtri italiani ed i francesi. E ciò cambia parecchio le cose, in quanto qualche altra garanzia di sicurezza, al posto della vecchia, andava trovata.

La soluzione è una garanzia di sicurezza offerta dagli Usa: “se la Russia invade l’Ucraina, oltre ad una decisa risposta militare coordinata, tutte le sanzioni globali saranno ripristinate e il riconoscimento del nuovo territorio e tutti gli altri benefici di questo accordo saranno annullati”.

Lasciando il lettore ad interrogarsi cosa debba intendersi per decisa risposta militare coordinata. Dubbio sciolto da altre indiscrezioni, secondo le quali si tratterebbe di misure le quali “possono includere forze armate, intelligence e assistenza logistica, azioni economiche e diplomatiche e altri passi ritenuti appropriati”. Cioè, non direttamente un intervento militare bensì, abbastanza esplicitamente, la ripetizione di ciò che accade oggi, nel corso della presente guerra. Tutt’altro che una contraddizione rispetto al principio negoziale della rinuncia di Kiev alla Nato.

I principi negoziali dal contenuto prima sconosciuto

Ma pure i due principi negoziali dei quali conoscevamo l’esistenza ma non il contenuto, pur’essi debbono essere stati negoziati insieme ai precedenti, come si evince dalla loro stretta reciproca coerenza.

1. Il destino delle sanzioni statunitensi

Le sanzioni restano un’arma usata solo in guerra: “la Russia sarà reintegrata nell’economia globale: la revoca delle sanzioni sarà discussa e concordata a tappe e caso per caso”. Apparentemente, nel contesto di due futuribili accordi: (a) un “accordo di cooperazione economica a lungo termine”, fra Usa e Russia; nonché (b) un “patto generale di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa”.

L’ulteriore novità è che nuove sanzioni potranno essere usate anche contro l’Ucraina: “il presente accordo sarà legalmente vincolante … saranno imposte sanzioni per le violazioni”.

2. Il destino degli attivi di banca centrale russa.

Tutto ciò lascia aperto un problema irrisolto: con che soldi Kiev potrà mai riarmare il proprio futuro esercito dei 600.000. Un affare piuttosto colossale.

Non solo con i soldi europei, manifestamente: l’incapacità degli Stati europei di acquistare i miliardi di nuove armi americane ne è il segno tombale. E Zelensky ha avuto, fin qui, ragione a pretendere che tali soldi arrivino, prima di sedersi al tavolo.

Sicché, il punto non può essere evaso. Ma bisogna leggere fra le righe. Anzitutto, viene presentato il capitolo di spesa: “un Fondo per lo Sviluppo dell’Ucraina, per investire in … tecnologia, data center e intelligenza artificiale” … tutta roba dal contenuto anche molto militare.

Di seguito, vengono elencate le fonti di finanziamento, che sostanzialmente sono:

  • la rendita gasiera: “gli Usa collaboreranno con l’Ucraina per ricostruire, sviluppare, modernizzare e gestire congiuntamente l’infrastruttura del gas ucraina, inclusi gasdotti e impianti di stoccaggio”;
  • l’accordo minerario: “estrazione di minerali e risorse naturali”;
  • le riserve di banca centrale russa, sequestrate ma non espropriate, divise in due: (a) “100 miliardi saranno investiti in sforzi guidati dagli Usa per la ricostruzione e investimenti in Ucraina” (probabilmente pure nell’Ucraina annessa da Mosca); (b) il resto sarà investito in un veicolo di investimento separato tra USA e Russia che realizzerà progetti congiunti in aree specifiche;
  • tanti soldi europei: (a) “l’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per aumentare l’ammontare degli investimenti disponibili per la ricostruzione dell’Ucraina” (probabilmente solo dell’Ucraina non annessa da Mosca); (b) “l’Ucraina ha diritto all’adesione all’Ue e riceverà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo durante la risoluzione della questione”. E ciò senza che l’Europa abbia accesso alcuno alle riserve di banca centrale russa: “i fondi europei congelati saranno sbloccati”.

Questi sono i soldi per la ricostruzione ucraina, ma pure per il riarmo ucraino: non pochi, anche se con l’attenta precisazione che non sono soldi americani, bensì soldi che Washington estrarrà dall’Ucraina stessa e poi gestirà alla maniera delle potenze protettrici con lo Stato soggetto e protetto.

Al contrario dell’Europa, che dovrà metterci i propri soldi di suo, con le ricadute politiche e finanziarie che possiamo immaginare (e che potrebbero serenamente travolgere l’infame Leuro, come già spiegammo).

Ma pure con le ricadute geopolitiche evidenti nell’assunzione americana del controllo sui gasdotti ucraini: il gas russo tornerà sì in Europa, ma solo quanto e quando Washington vorrà. Con tanti saluti all’infame gasdotto Nord Stream ed alla perduta indipendenza energetica della Germania: la quale finisce come il grande sconfitto di questa lunga guerra … e davvero non è un gran male.

Principi negoziali secondari

Oltre a questi sei principali, esistono tutta una serie di altri principi negoziali, sui quali non ci soffermiamo. Ad esempio, l’abrogazione del divieto all’uso della lingua russa, l’abrogazione del divieto alla comunione religiosa col Patriarcato di Mosca, la riduzione della pretesa denazificazione a poco più di un divieto formale alla ricostituzione del partito nazista. E molti altri.

Due parole soltanto sull’impegno a che “la Nato non si espanderà ulteriormente” … parole con conseguenze regionali significative (vedi alla voce Moldavia), ma globalmente piuttosto irrilevanti.

E poi, sull’impegno ad una “un’amnistia completa per le azioni compiute durante la guerra” … a salvare il destino personale dei dirigenti russi certo, ma pure di quelli ucraini ed anche in materia di uso distorto degli enormi finanziamenti militari ricevuti in questi anni.

Infine, la questione dei bambini: “tutti i detenuti e ostaggi civili saranno restituiti, inclusi i bambini. Sarà implementato un programma di riunificazione familiare”. A coprire almeno quegli infanti, i quali abbiano ancora una famiglia, di qua o di là del nuovo confine.

Pre-deal e Deal

Tutto ciò premesso, ci appare evidente come davvero i principi negoziali siano stati concordati, da Usa e Russia, sin da agosto. E che davvero la loro accettazione, da parte dell’Ucraina, costituisca condicio sine qua non per l’avvio della trattativa formale.

Accettazione che deve valere come un precontratto: un impegno reciproco a che tali principi reggeranno pure il deal (=trattato armistiziale) finale. Ultimamente, Putin ha ribadito che i principi negoziali contenuti nei 28 punti sono pure i suoi: “non è un segreto che il piano di pace del presidente Trump per risolvere la situazione intorno all’Ucraina sia stato discusso anche prima del nostro incontro in Alaska … una nuova versione, una versione modernizzata, essenzialmente il piano in 28 punti”.

Alla formalizzazione della quale, dice Putin, manca solo il consenso kievano: “detto ciò, gli americani … sembrano incapaci di ottenere il consenso dell’Ucraina sui suoi elementi fondamentali”. Ed è ovvio che Zelensky fatichi ad accettare formalmente il principio negoziale del land swap. E le circonvoluzioni degli ultimi mesi testimoniano che Trump e Zelensky fossero alla ricerca di altro spazio negoziale.

Ma tale ulteriore spazio negoziale non c’è. Sicché, siamo rimasti a lungo ad attendere il giorno che si giungesse all’unico esito possibile, il seguente: dichiarare apertis verbis i principi negoziali. Ciò che, finalmente, è accaduto con la pubblicazione dei 28 punti.

Con la precisazione che l’inviato militare americano a Kiev ha ben detto come: “non negozieremo i dettagli dell’accordo” … cioè, si tratta di un accordo chiuso, da accettare o rifiutare. Così lo stesso Trump: a Zelensky, l’accordo “dovrà piacere. E, se non gli piace, allora, sai, potranno solo continuare a combattere, immagino … ricordi che, non molto tempo fa nello Studio Ovale, ho detto: non hai le carte”.

Con buona pace degli europei, i quali stillano che: “l’attuazione degli elementi relativi all’Ue e alla Nato richiederebbe rispettivamente il consenso dei membri Ue e Nato”. Col ministro Guido Crosetto intento a lagnarsi che “il piano proposto è, a mio avviso, molto duro nei confronti dell’Ucraina e contiene punti che penso non potranno mai essere accettati”. Saggiamente smentito da Giorgia Meloni, la quale fa sapere della “importanza di sostenere gli sforzi negoziali in corso”.

Tale approccio rigido presenta due sostanziali vantaggi: (a) consentire a Putin di fidarsi della adesione americana, pure se in assenza di parallela adesione kievana; (b) aprire un tavolo ministeriale (probabilmente in Svizzera), al quale Zelensky verrà posto di fronte all’alternativa secca fra aderire pure lui, ovvero continuare la guerra da solo (cioè, senza satelliti Usa: vedi alla voce Kursk).

Conclusioni

Sicché, l’esito delle cose pare scritto … scritto sin da agosto, almeno. Anche se quando assisteremo a tale esito, ancora non lo sappiamo.

A meno che Zelensky attenda davvero ancora troppo tempo … troppo perché l’avanzata russa non prosegua abbastanza da convincere qualcuno, a Mosca, a rinnegare i principi negoziali. Il che sinceramente speriamo non accada, comunque sinora non è accaduto.

Ma l’ultima capitale a poter desiderare un simile esito, sarebbe proprio Kiev. Sicché, non pare impossibile immaginare che al deal si giunga, infine. Se con Zelensky, o un altro patriota ucraino al posto suo: questo lo vedremo. Ma non è la cosa più importante.

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