Potremmo trovarci di fronte ad una vera accelerazione del processo negoziale per porre fine alla guerra in Ucraina, una sorta di ultimo miglio, ma potremmo anche scoprire di trovarci di fronte ad un nuovo giro di giostra che dimostra solo che Kiev e Mosca hanno imparato a giocare al gioco di Trump, ad assorbire le spinte dell’amministrazione Usa, alleggerire la pressione ed evitare le ire della Casa Bianca, per poi al dunque ritirarsi sulle proprie posizioni.
L’ora più dura
Con realismo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha respinto il piano, si è detto disponibile a lavorarci e a parlarne con il presidente Trump e gli alleati europei. Ieri ha discusso di molti dettagli della proposta americana con il vicepresidente JD Vance e il segretario dell’Esercito Dan Driscoll.
Abbiamo concordato di lavorare insieme agli Stati Uniti e all’Europa a livello di consiglieri per la sicurezza nazionale per rendere il percorso verso la pace veramente realizzabile. L’Ucraina ha sempre rispettato e continua a rispettare il desiderio del presidente Trump di porre fine al spargimento di sangue, e consideriamo positivamente ogni proposta realistica. Abbiamo concordato di mantenere un contatto costante, e i nostri team sono pronti a lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Con altrettanto realismo, Zelensky sta preparando gli ucraini ad una scelta difficile, che anche nella migliore delle ipotesi comporta rinunce dolorosissime e fiducia in un futuro incerto, popolato da un vicino aggressivo e inaffidabile e da alleati riluttanti, al di là come al di qua dell’Atlantico.
È uno dei momenti più difficili della nostra storia. In questo momento, la pressione sull’Ucraina è tra le più pesanti che ci siano mai state. L’Ucraina potrebbe presto trovarsi di fronte a una scelta molto difficile: la perdita della dignità o il rischio di perdere un partner chiave. O i complicati 28 punti, o un inverno estremamente duro – il più duro – e ulteriori rischi: una vita senza libertà e dignità, senza giustizia, e fidarsi di qualcuno che ci ha invaso due volte.
Significative le parole successive: “Lavoreremo con calma con l’America e con tutti i partner. Ci sarà una ricerca costruttiva di soluzioni. Presenterò argomenti, convincerò e offrirò alternative”. Zelensky è consapevole dell’importanza di “non dare al nemico un motivo per dire che l’Ucraina non vuole la pace, che è l’Ucraina a ostacolare il processo, o che non siamo pronti per la diplomazia”.
Il pressing di Trump
Nel frattempo, parlando a Fox News, il presidente Donald Trump ha detto che “giovedì prossimo” sarebbe un “momento appropriato” per il sì di Kiev all’accordo, osservando però anche che ha dato “un sacco di deadlines” ma “se le cose vanno bene, tendi a prorogare le scadenze“. Insomma, se c’è la volontà di arrivare a dama e i colloqui sono costruttivi, non va preso come un termine ultimativo.
E ha poi aggiunto che le sanzioni Usa contro le compagnie petrolifere russe entreranno in vigore “molto presto” e che non ha intenzione di revocarle. “Sono molto potenti. Rende molto difficile vendere il petrolio. È una cosa importante. La loro intera economia si basa sul petrolio. Ma no, non sto facendo nulla che abbia a che fare con la revoca delle sanzioni”, ha spiegato.
Il rilancio di Putin
Che succede intanto a Mosca? Vladimir Putin ha convocato il suo consiglio di sicurezza nazionale e ammesso di aver ricevuto il piano in 28 punti, circostanza negata fino a poche ore prima. Ha affermato che Washington ha chiesto a Mosca di mostrare flessibilità ma che non può garantire l’accordo dell’Ucraina; è tornato ad accusare Kiev e ribadito che la Russia è pronta per i colloqui ma è soddisfatta delle dinamiche attuali sui campi di battaglia. “Non rapidamente come vorremmo, ma ci arriveremo”.
Nella sua prima dichiarazione il leader russo ha parlato di “piano americano per l’Ucraina”, disconoscendo la “paternità” di un testo che i retroscena della stampa occidentale gli attribuivano, ha affermato che non sarebbe stato discusso nei dettagli con Mosca ma che potrebbe servire come base per un definitivo accordo di pace.
Se Kiev dovesse accettare il piano senza modifiche sostanziali, in teoria dovrebbe arrivare a stretto giro la risposta positiva anche da Mosca. Tuttavia, il rischio che intravediamo è che Kiev dica sì al piano, non senza profonde lacerazioni interne, a livello politico e tra leadership politica e militare, ma Putin decida di alzare ulteriormente l’asticella, gettando nel caos e insinuando il sospetto tra le file nemiche, e tra l’Ucraina e i suoi alleati. Un esito che sarebbe devastante anche per la credibilità dell’amministrazione Trump.
L’origine del leak
Il fatto che il piano in 28 punti sia trapelato alla stampa ancora prima che arrivasse a Kiev e a Mosca non depone a favore della sua riuscita. Tutto è possibile, naturalmente, ma il sospetto è che se fossimo davvero vicini ad un epilogo condiviso, nessuna delle parti avrebbe trovato conveniente passare il piano alla stampa.
Le versione uscita su Axios era praticamente la lista dei sogni bagnati del Cremlino, senza quasi nessuna citazione dei punti positivi per Kiev (sì, ci sono anche quelli). La logica suggerisce che il leak abbia avuto origine dalla parte russa, o attraverso funzionari dell’amministrazione Usa più inclini a soddisfare le richieste russe e a mettere pressione su Zelensky.
Un indizio si può rinvenire in un post su X di Steve Witkoff, subito cancellato, in cui l’inviato speciale Usa riferendosi al giornalista di Axios scriveva “deve averlo preso da K.”, dove per K. bisogna intendere presumibilmente il negoziatore russo, uomo di fiducia del presidente Putin, Kirill Dmitriev.
In effetti, i punti riportati da Axios hanno alimentato uno spin favorevole a Mosca. Presentato addirittura come un “piano Usa-Russia”, con l’Ucraina esclusa, il piano è stato quasi unanimemente in Occidente etichettato come una capitolazione per Kiev.
Non sorprende che media occidentali come Axios e altri si siano buttati a capofitto su questa versione, evidentemente più interessati a riproporre la narrazione ostile a Trump di una svendita dell’Ucraina a Putin che preoccupati di contribuire allo spin russo mettendo in difficoltà innanzitutto proprio la leadership ucraina.
I funzionari dell’amministrazione Trump, dallo stesso Witkoff al segretario di Stato Marco Rubio – che giovedì declassava i punti del piano ad “un elenco di idee potenziali”, aperto ai “contributi di entrambe le parti” – hanno passato le ore successive impegnati nel damage control, a precisare che non si tratta di un testo chiuso, ma di una bozza di lavoro aperta a cambiamenti su singoli punti non condivisi.
“Gli Stati Uniti non hanno ancora definito un progetto specifico e continueranno a consultarsi con le parti in conflitto. L’accordo finale potrebbe includere elementi di entrambi“, confidava un funzionario Usa al Wall Street Journal. Insomma, quello che per Politico era un “fatto compiuto”, 24 ore dopo per Axios era un “documento vivo”.
Su queste basi il presidente ucraino Zelensky riceveva il piano a Kiev, probabilmente in anticipo rispetto al previsto e, dimostrando di aver imparato come reagire alle provocazioni, si diceva disponibile a lavorare sul testo e parlarne con il presidente Trump.
Verosimile che dopo gli incontri di Witkoff in Florida con il russo Dmitriev e l’ucraino Umerov fosse ancora in corso un lavoro preparatorio, di collage e matching tra le richieste delle parti. Ma una volta fatto trapelare il piano, presumibilmente dai russi per spostare la pressione su Kiev approfittando anche dello scandalo corruzione, e presentato come una capitolazione ucraina, è stato inevitabile farlo arrivare frettolosamente sulla scrivania di Zelensky.
Ad avvalorare la nostra tesi la circostanza singolare che a recapitare il piano nelle mani del presidente ucraino sia stato Driscoll, accompagnato dal capo di Stato Maggiore, Randy George, in visita a Kiev per tutt’altri motivi (la cooperazione nell’industria della difesa, in particolare sui droni militari) e il fatto che il testo integrale poi diffuso in serata da fonti ucraine appare disordinato nell’ordine dei punti, con alcuni sviluppati nel dettaglio e altri del tutto generici, spesso di poche parole.
I punti critici del piano
Sebbene due in particolare risultino difficilmente accettabili per Kiev, certamente Zelensky e gli europei chiederanno di modificarli, non si tratta di una capitolazione per l’Ucraina ma di un primo ridimensionamento degli obiettivi di guerra russi dall’inizio del conflitto.
Il punto più critico per Kiev è di natura militare: l’Ucraina non può accettare limiti alle sue forze armate e cessioni territoriali che comprometterebbero la sua capacità di difendersi da un nuovo attacco russo.
1) Riguardo l’esercito ucraino, sarebbe limitato a 600 mila effettivi (una riduzione di circa il 40 per cento rispetto agli attuali), mentre non vi è traccia di un limite sui missili a lungo raggio, presente invece nei punti diffusi inizialmente da Axios. Qui bisogna osservare che nel febbraio del 2022, prima dell’invasione, ma comunque in una situazione di fatto già di guerra a otto anni dall’annessione della Crimea, l’esercito ucraino contava circa 200 mila effettivi e che secondo fonti del Ministero della difesa britannico Kiev sarebbe in grado di mantenere in tempo di pace circa 500 mila soldati.
2) Riguardo i territori, Kiev e gli alleati europei proveranno a mettere in discussione la cessione a Mosca, prevista dal piano, delle zone del Donbass non ancora occupate dai russi, sebbene rimarrebbero zone demilitarizzate in cui le forze armate russe non potrebbero entrare per usarle come trampolino per una nuova invasione.
Va detto che il piano prevede un riconoscimento de facto, non de iure, del Donbass (Donetsk e Luhansk) e della Crimea alla Russia, e il riconoscimento sempre de facto delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia lungo le linee del fronte attuali. Una sorta di soluzione “coreana”, che non obbliga né Kiev né l’Ue ad un riconoscimento de iure delle annessioni unilaterali di Mosca e non esclude la possibilità teorica di una futura riunificazione.
Le garanzie di sicurezza
Tuttavia, il piano va valutato non solo sulle concessioni territoriali, ma soprattutto nella sua capacità o meno di mettere in sicurezza l’Ucraina come stato sovrano e sempre più integrato all’Occidente. Purtroppo, la cessione dei territori è un fatto puntuale, con un timing preciso, mentre la messa in sicurezza di Kiev può essere anche scritta nel modo più esplicito sulla carta, ma è un processo, richiede una volontà e azioni da parte dei partner che inevitabilmente dovranno svilupparsi e continuare nel tempo.
Se la messa in sicurezza e l’integrazione avvenissero come previsto nel piano, sarebbe una sconfitta strategica per la Russia, che si ritroverebbe sì il Donbass, ma un’Ucraina di fatto occidentalizzata, economicamente integrata nell’Ue e bene armata, politicamente poco influenzabile da Mosca, non potendo più contare sul bacino elettorale filorusso delle regioni del sud-est.
I punti del piano a favore di Kiev, non scontati, sono l’adesione all’Unione europea, un vasto programma di ricostruzione finanziato con denaro occidentale, più 100 miliardi di dollari in asset russi congelati e, per la prima volta, esplicite garanzie di sicurezza degli Stati Uniti, oltre che di alcuni importanti Paesi europei della Nato.
Garanzie in stile Nato
In un protocollo separato, riportato ieri da Axios, le garanzie di sicurezza sarebbero definite sul modello dell’articolo 5 Nato, con validità dieci anni, rinnovabili di comune accordo, qualcosa che è molto difficile che Putin possa accettare.
Il presente quadro stabilisce le condizioni per un armistizio tra l’Ucraina e la Federazione Russa e fornisce una garanzia di sicurezza modellata sui principi dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, adattata alle circostanze di questo conflitto e agli interessi degli Stati Uniti e dei suoi partner europei.
Un attacco armato significativo, deliberato e prolungato da parte della Federazione Russa attraverso la linea di armistizio concordata in territorio ucraino sarà considerato un attacco che minaccia la pace e la sicurezza della comunità transatlantica. In tal caso, il presidente degli Stati Uniti, nell’esercizio dell’autorità costituzionale e dopo immediate consultazioni con l’Ucraina, la Nato e i partner europei, determinerà le misure necessarie per ripristinare la sicurezza. Tali misure possono includere l’impiego di forze armate, assistenza logistica e di intelligence, azioni economiche e diplomatiche e altre misure ritenute appropriate. Un meccanismo di valutazione congiunto con la Nato e l’Ucraina valuterà qualsiasi presunta violazione.
I membri della Nato, tra cui Francia, Regno Unito, Germania, Polonia e Finlandia, affermano che la sicurezza dell’Ucraina è parte integrante della stabilità europea e si impegnano ad agire di concerto con gli Stati Uniti nel rispondere a qualsiasi violazione qualificante, garantendo una posizione deterrente unitaria e credibile.
Nonostante questo testo sia quanto di più avanzato e simile alla Nato in cui Kiev possa sperare come garanzie di sicurezza, resta improbabile che Usa e Paesi europei entreranno mai in guerra contro la Russia per difendere l’Ucraina. Quindi, la garanzia più importante, è che l’Ucraina divenga una fortezza “armata fino ai denti”, senza limiti alle sue capacità militari e con un massiccio sostegno militare occidentale.
Vincere la pace
Ora, come ha osservato su X lo storico Niall Ferguson, non un filo-russo e nemmeno un trumpiano, “contrariamente alle recenti speculazioni della stampa, il piano è in realtà una base ragionevole per i negoziati”.
I giornalisti possono lamentarsene come si sono lamentati del piano di 20 punti per Gaza. Ma le guerre non si concludono con articoli di fondo. Le guerre terminano o con la vittoria o con il compromesso. Questo piano afferma la sovranità dell’Ucraina. Fornisce all’Ucraina una garanzia di sicurezza sostenuta dagli Stati Uniti. Prevede la ricostruzione ucraina. Naturalmente, i termini territoriali e l’amnistia per i crimini di guerra sono difficili da accettare. Ma se vuoi riconquistare il territorio e processare Putin, devi vincere la guerra. E realisticamente l’Ucraina non è mai stata in una posizione per sconfiggere la Russia. I critici dovrebbero anche riconoscere che il presidente Trump ha corso qualche rischio qui. Non ritengo che sia nell’interesse del popolo ucraino prolungare la guerra per un altro anno. I rischi mi sembrano troppo grandi. Gli ucraini hanno combattuto eroicamente per la loro indipendenza. È ora il momento di consolidare ciò che hanno ottenuto attraverso la diplomazia.
In altre parole, l’Ucraina può vincere la pace attraverso un accordo che le consenta, sebbene mutilata, di far parte dell’Occidente attraverso l’integrazione economica e la cooperazione militare.
Il panico Ue
E in quest’ottica, piuttosto che l’amministrazione Trump, a preoccupare è l’Unione europea, che sembra spaventata dalla prospettiva di un accordo, come ha osservato Wolfgang Munchau, perché avverte che la pace sarebbe più costosa della guerra, perché emergerebbero divisioni sull’adesione di Kiev e sul bilancio Ue, e dovrebbe accelerare i propri investimenti militari.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


