
Conclusioni del vertice a Washington conformi a quanto era logico attendersi, così come già erano state le conclusioni del vertice in Alaska. Proviamo il sollievo che provavamo da giovani quando, dopo discussioni infinite con procuratori ed assistenti vari, finalmente si presentavano gli amministratori delegati: da quel momento, potevi essere sicuro che un qualche contratto sarebbe stato concluso.
Alaska o il tavolo politico
Ciò è accaduto in Alaska, al tavolo politico: lì, i due han cominciato a parlare di cose serie. Raggiungendo una bozza di accordo sui principi negoziali. I quali sono in parte già conosciuti, in parte non ancora conosciuti.
Quelli già conosciuti sono quattro:
(1) rinuncia alla pretesa russa sulla parte non occupata degli Oblast di Cherson e Zaporizhzhia;
(2) land swap in cambio del resto dell’Oblast di Donetsk;
(3) rinuncia alla demilitarizzazione dell’Ucraina;
(4) rinuncia di Kiev all’ingresso nella Nato.
Fra quelli non ancora conosciuti, sono:
(5) il destino delle sanzioni statunitensi;
(6) il destino degli attivi di banca centrale russa.
I primi sono stati proclamati in partenza, il terzo si è aggiunto in Alaska, il quarto è stato sancito a Washington. Il quinto ed il sesto verranno pattuiti e rivelati quando al tavolo politico piacerà.
Il primo e secondo principio negoziale
Sul primo principio negoziale, nessun movimento. Anche se si legge di possibili tentativi, in preparazione verso la città di Zaporizhzhia. Vero o falso, non sappiamo.
Sul secondo principio, il land swap, abbiamo già detto ciò che c’era da dire: in sintesi, si tratta di stabilire quanta parte del Donbass non occupato valgano la centrale nucleare di Zaporizhzhia e le particelle occupate degli Oblast di Kharkov e Sumy. Lo conferma Zelensky: “è qualcosa che lasceremo alla discussione fra me e Putin”. Cioè al tavolo tecnico: precisamente come atteso.
Il terzo principio negoziale
È sul terzo principio che ci piace concentrarci. Perché esso era già conosciuto dopo l’Alaska, ma in troppi non se ne erano accorti: Putin ha rinunciato alla demilitarizzazione dell’Ucraina.
Scrivevamo che le garanzie americane all’Ucraina certamente consisterebbero “nel trattato minerario bilaterale e nella fornitura di sistemi d’arma, anche avanzati”.
Perciò, siamo stati tutto meno che stupiti ascoltando Zelensky dire che le garanzie di sicurezza includono due parti: “primo, forte esercito ucraino … rafforzare il nostro esercito, riarmare … E si tratta di armi e persone e missioni di addestramento e intelligence; secondo”, i soldi per pagare tali armi.
E che non si tratti di bubbole, lo spiega Zelensky: “ad esempio, la questione della difesa aerea … ci lavoreremo con la produzione, la produzione americana. Nessuno in Europa ha così tante difese aeree, come i Patriots, ad esempio”.
Chi paga?
Tutto logico, sin qui. Ma chi paga? Noi, cioè, gli Stati europei (e, vabbè, un pochino pure il trattato minerario bilaterale e un pochino pure gli altri “volonterosi”, questi ultimi non a caso assenti da Washington).
Così Trump: “non stiamo dando nulla, oggi stiamo vendendo armi”. Gli risponde Zelensky: “ora abbiamo la capacità di comprare armi dagli Usa. Siamo loro grati per questo programma e questa opportunità. E siamo grati agli europei: loro pagano per tali armi”. Ricaricava Trump: noi americani “vendiamo l’attrezzatura alla Nato … so che vogliono che tu abbia l’attrezzatura e stanno ottenendo la migliore attrezzatura del mondo. Ma ci pagano”.
Ed ecco spiegati i complimenti di Donald agli europei: “la prima linea di difesa perché sono lì. Sono l’Europa”, nonché “Paesi molto potenti, molto grandi e persone fantastiche, tutti amici miei e dell’Ucraina”.
Complimenti canzonatori, considerato che, oltre al riarmo ucraino, gli Stati europei dovranno saldare pure il riarmo proprio e la ricostruzione ucraina. Senza dimenticare che, in caso di ingresso ucraino nell’Ue, probabilmente diverrebbe contribuente netta perfino la Bulgaria.
Lo stesso Zelensky, al termine degli incontri, pareva sconsolato: “I nostri partner europei debbono capire che dobbiamo trovare fonti di finanziamento per un periodo abbastanza lungo, ciò che fa parte delle garanzie di sicurezza”. Cioè, non lo capiscono.
Tutte questioni che avevamo già discusso, restituendo come possibile un’unica chiave di lettura: che tutto ciò è incompatibile con la moneta unica. Una ragione in più per essere grati al Signor Donald.
Il quarto principio negoziale
L’Ucraina non entrerà nella Nato. Trump è stato scultoreo: “se guardi indietro a molto prima del presidente Putin, è sempre stato affermato che non avrebbero mai permesso all’Ucraina di entrare nella Nato”.
Con l’occasione, affondava pure la stravagante idea di “garanzie di sicurezza che si ispirino all’articolo 5 della Nato”. A domanda diretta, rispondeva: “non so se le definirei in questo modo”. Cioè, niente garanzie americane (vulgo: garanzie Nato).
Ma garanzie europee? Trump si fa di nuovo canzonatorio: “abbiamo, nell’altra stanza, le persone più grandi d’Europa, esse vogliono offrire la propria protezione e si esprimono molto fortemente al riguardo”. È a un Macrone il quale va vantando un proprio contributo militare alla sicurezza militare ucraina, che risponde Trump quando accenna alla potenza della propria aviazione: ma solo in via ipotetica, come argomento di una trattativa commerciale, l’oggetto della quale non è chi difende, bensì chi paga la difesa.
Mentre Zelensky si fa di nuovo sconsolato: “alcuni potrebbero essere pronti a discutere della presenza dei propri militari, alcuni possono discutere di intelligence, altri di sicurezza aerea. Alcuni potrebbero non avere il potere costituzionale di inviare truppe, ma possono finanziare la produzione nazionale ucraina”. Tutte forme, nelle quali l’occhio cinico riconosce il legittimo scopo, di ciascuno Stato, di limare la propria bolletta finanziaria. Perché di questo si tratta, quando si parla di garanzie europee.
Chiosa Zelensky: “sono questioni ampie e profonde: aspettiamo che tutto sia chiarito in dettaglio”. Oggi Reuters scrive di “grande incertezza” e “vaghezza”. Aspettiamo con loro, ma forse più scettici di loro.
Il quinto e sesto principio negoziale
Che fine faranno le sanzioni americane, in caso di successo del tentativo trumpiano, è facile dire: verranno abbandonate, lentamente e non totalmente quanto si vuole. E non immaginiamo nemmeno un secondo che le sanzioni europee non seguano.
Più difficile prevedere il destino degli attivi di banca centrale russa, sequestrati ma non espropriati: fin dal principio, configuravamo uno scambio degli ostaggi. Ma qui occorre prevedere un qualche tentativo, degli Stati europei, di farne uso per limare la propria bolletta finanziaria. Anche se a discapito dei legittimi diritti dei privati i quali, a suo tempo, si sono visti colpiti dai contro-sequestri russi.
Solo a questo punto, gli europei entreranno veramente nella trattativa: a cose fatte, uno ad uno e per la porta di servizio. Con che esito, lo si vedrà.
Cessate-il-fuoco o trattato di pace?
Trump insiste per un trattato di pace, venendo incontro ad una richiesta moscovita. Quest’ultima, però, curiosamente contraddetta dallo stesso Putin il quale, poche settimane fa, affermava di voler negoziare con Zelensky, ma di non voler firmare un trattato altri che con il vincitore di nuove elezioni presidenziali ucraine. Dalché, appare arguibile che il vero scopo moscovita sia guadagnare tempo per proseguire la lenta avanzata, piuttosto che assicurarsi il riconoscimento de jure dei futuri nuovi confini.
Tale secondo scopo, peraltro, già lo dicemmo dal raggiungimento tutt’altro che scontato: più facile che Kiev ceda su tutto il resto, piuttosto che sul riconoscimento ufficiale delle annessione. Anche se in presenza di un (parziale? totale?) riconoscimento statunitense.
Sicché, è con un certo piacere che abbiamo osservato il colpo migliore messo a segno da Zelensky, a Washington. Quando ha fatto presente che, per tenere una campagna presidenziale, “abbiamo bisogno di una tregua, ovunque, sul campo di battaglia, nel cielo, nel mare, per consentire alle persone di fare elezioni democratiche, aperte e legali”.
Dalla congiunzione delle due intenzioni, moscovita e kievana, si deduce come l’esito coreano resti sempre il più probabile.
Prossimi passi
Il programma era: prima un bilaterale Trump-Putin (Alaska), poi un bilaterale Trump-Zelensky (Washington), poi un nuovo bilaterale Trump-Putin (da definirsi), solo dopo un trilaterale Trump-Putin-Zelensky (da definirsi).
E tale sembra restare, ancorché Trump (seguito da Zelensky e Starmer) abbia aperto ad una inversione degli ultimi due incontri. Ma con non eccessive chance di successo, a nostro modesto avviso: almeno non prima di qualche buona riunione di qualche gruppo di lavoro, al tavolo tecnico … o di un nuovo deciso spintone di Trump, al tavolo politico.
Sempreché, Putin non rinneghi i principi negoziali concordati (per esempio, tornando a chiedere il disarmo ucraino): nel qual caso, di una trattativa torneremmo a parlare fra un anno o due. Mentre una mera continuazione dei combattimenti non sarebbe un ostacolo, così Trump: “noi possiamo lavorare a un accordo di pace, mentre loro combattono”, per poi aggiungere una risposta parecchio secca al buon Merz.
Conclusioni
Insomma, non sappiamo se la guerra veramente stia per finire. Ma vediamo che lo schema analitico tavolo politico-tavolo tecnico continua a funzionare. E vediamo che i vari attori stanno discutendo del dopo-guerra. Chi con parecchio mestiere: Trump. Chi con dignità: il buon Zelensky. Chi con speranza, chi con timore: gli europei con terrore.
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