Politica

Anatomia delle rivolte: lo Stato che compra consenso e raccoglie rancore

Il paradosso del Leviatano e l'Europa che odia se stessa: se i giovani crescono nella convinzione che la nostra civiltà sia una sequenza di crimini, non stupisce che inizino a prenderla a sassate

Parigi, Torino, Milano, Bruxelles: la geografia cambia, il copione no. Blocchi, cortei, occupazioni, bandiere onnipresenti e lo stesso mantra urlato a ogni angolo di strada: “Siamo poveri perché ci tagliano il welfare”. È una storia semplice, consolatoria, politicamente conveniente. Peccato che non regga neanche il primo urto con i numeri.

Il caso francese

Prendiamo il caso francese, diventato la vetrina di queste nuove rivolte studentesche. Secondo i conti ufficiali, la spesa pubblica complessiva si aggira intorno al 57 per cento del Pil: una delle quote più alte del mondo sviluppato. Eppure nelle piazze si continua a recitare la litania dell’“austerità neoliberista”, come se fossimo in un laboratorio di tagli draconiani. Se questo è un Stato in ritirata, viene da chiedersi come sarebbe uno Stato “presente”: probabilmente appollaiato su ogni scrivania, dietro ogni cattedra, dentro ogni conto corrente.

La verità è più prosaica e molto meno poetica. Le rivolte non sono la conseguenza di un welfare in via di estinzione, bensì di un Leviatano ipertrofico che da anni succhia ossigeno dall’economia reale, promette protezione a tutti e finisce per deludere quasi tutti. È la rabbia di cittadini cresciuti a pane e sussidi, che scoprono all’improvviso quanto sia fragile un sistema fondato sul debito e sull’illusione che la spesa pubblica possa comprare non solo servizi, ma armonia sociale permanente.

Il pardosso del Leviatano

L’Europa continentale ha coltivato una fede quasi teologica nello Stato sociale. Più spesa, più programmi, più trasferimenti: ogni problema viene affrontato aggiungendo una nuova voce di bilancio, una norma, un ente, un fondo speciale. Il marchio di qualità politica diventa il numero di miliardi annunciati, non la capacità di misurare l’effetto concreto di quelle cifre.

Poi arriva l’inevitabile resa dei conti. Crescono le imposte sul lavoro e sull’impresa, si gonfia il debito pubblico, si accumulano interessi su interessi. I servizi si degradano, ma il costo per mantenerli aumenta. La macchina amministrativa procede lenta, frammentata, spesso incapace di coordinare ciò che ha promesso. E i cittadini, a cominciare dai giovani, si ritrovano schiacciati tra due frustrazioni: aspettative irrealistiche e performance reali desolanti.

Il risultato è un paradosso esplosivo. Lo Stato sociale, nato per pacificare i conflitti, si trasforma nel bersaglio della rabbia che esso stesso ha alimentato: abituati a considerarlo l’unico garante possibile del loro destino, i cittadini incolpano immediatamente il “sistema” quando le promesse non si materializzano o si materializzano solo per alcuni. È la tempesta perfetta: uno Stato onnipresente, onnisciente e onnipotente nella retorica, fallibile e incoerente nella pratica.

L’Europa che si odia da sola

Su questo terreno economico già instabile prospera un humus culturale ancora più corrosivo. Da anni le élite intellettuali di mezzo continente coltivano una forma di auto-denigrazione sistematica. Il discorso pubblico dominante si comporta come se la civiltà occidentale fosse soltanto una sequenza di crimini: colonialismo, sfruttamento, oppressione, razzismo. Il resto – stato di diritto, libertà di stampa, diritti individuali, pluralismo politico, progresso scientifico – scivola sullo sfondo o viene liquidato come ipocrisia.

Non c’è nulla di sano in questo gioco di specchi deformanti. Non è critica; è caricatura. In molti campus universitari, criticare l’Occidente è diventata la scorciatoia retorica per sentirsi dalla “parte giusta” della storia. In decine di talk show, la parola “Occidente” viene usata come sinonimo di ingiustizia, mentre qualsiasi rivolta etichettata come “anti-sistema” viene automaticamente promossa a ribellione morale.

Il risultato è devastante per le generazioni più giovani: crescono immerse nella convinzione che la società in cui vivono sia irrimediabilmente marcia, che le libertà di cui godono siano solo una facciata, che chiunque alzi la voce contro il “modello occidentale” vada sostenuto a prescindere dai metodi. Quando si interiorizza l’idea che la propria casa sia intrinsecamente cattiva, non stupisce che si inizi a prenderla a sassate.

La sociologia del corteo: studenti, periferie, opportunisti

Dentro le nuove rivolte studentesche si muovono mondi molto diversi. Da un lato gli studenti dei licei e delle università, spesso figli di ceti medi che percepiscono la scalata sociale tradizionale come bloccata: lauree sempre meno distintive, professioni intellettuali saturate, concorrenza globale resa invisibile e poi improvvisamente percepita quando si scopre che il posto “naturale” non è più garantito.

Dall’altro lato, nelle grandi periferie urbane, c’è una gioventù cresciuta in quartieri che sono ormai micro-sistemi autonomi: elevata disoccupazione, scarsa presenza dello Stato in termini di scuole funzionanti e servizi essenziali, densità di economia informale, anomia culturale. In molti di questi quartieri la componente di origine musulmana è significativa, e lì prosperano narrazioni che dipingono l’Occidente come un nemico organico: la Francia o l’Italia non come Paesi in cui costruirsi una vita, ma come potenze ostili da sabotare.

Non è la fede religiosa a produrre questo odio, ma la sua versione ideologizzata, ibridata con un vittimismo permanente e con l’illusione che ogni frustrazione personale sia la prova definitiva della malvagità dell’Occidente. In questo clima, il rifiuto della cultura ospitante diventa una medaglia identitaria, e la violenza un linguaggio di appartenenza.

Infine c’è la terza componente, quella che ogni cronista riconosce subito: opportunisti, bande criminali, frange radicali che non hanno alcun interesse nell’istruzione o nelle riforme sociali. Per loro la rivolta è un’occasione: casse da svuotare, locali da depredare, città da incendiare senza pagare il conto. Si muovono nel cono d’ombra della protesta “politica”, ma hanno obiettivi perfettamente privati.

Quando queste tre componenti si sovrappongono – studenti che cercano visibilità, periferie intrise di subculture anti-occidentali, opportunisti che cercano bottino – la distinzione tra protesta e disordine evapora. Da fuori, tutto sembra una grande mobilitazione idealista; da vicino, si nota che ogni gruppo sta giocando una partita diversa sullo stesso tavolo.

L’estrema sinistra e la nostalgia del ’68

In mezzo a questo caos controllato non poteva mancare il vecchio protagonista delle rivoluzioni riuscite e fallite: l’estrema sinistra. Partiti minuscoli, collettivi universitari, sindacati radicali vedono nelle piazze ogni anno un’occasione per riconquistare il ruolo che i numeri delle urne hanno tolto loro da tempo.

La strategia è nota da decenni: non potendo governare per via elettorale, si cerca di governare per via emotiva. Si delegittima il Parlamento, si descrive ogni compromesso come tradimento, si trasformano le manifestazioni in plebisciti simbolici e si pratica un costante transfert di legittimità: la minoranza che occupa le strade viene presentata come “il popolo”, mentre milioni di cittadini che non scendono in piazza vengono retrocessi al ruolo di spettatori senza voce.

È una forma di diritto di veto extraparlamentare. Se un governo prova a riformare il mercato del lavoro, interviene il corteo. Se tocca le pensioni, interviene il corteo. Se modifica il sistema scolastico, interviene il corteo. Non siamo di fronte a una normale dialettica tra poteri, ma a un uso sistematico della pressione di piazza come strumento per scoraggiare qualsiasi cambiamento che non preveda semplicemente più spesa, più sussidi, più Stato.

In questo senso, le rivolte studentesche non sono un nuovo ’68. Sono la versione aggiornata di un vecchio riflesso: quando si teme di scomparire dal paesaggio politico, si cerca di incendiarlo.

Il mito del “povero oppresso”

Il racconto dominante sui disordini europei è pieno di personaggi semplici: studenti oppressi, immigrati respinti, lavoratori schiacciati, governi cinici. Funziona bene nei talk show, molto meno nella realtà. Le democrazie occidentali, con tutti i loro difetti, offrono strumenti che vanno ben oltre il corteo del venerdì: voto, sindacato, magistratura indipendente, media plurali, associazioni, petizioni, campagne.

Presentare la violenza come unico linguaggio possibile è una forma di disprezzo verso i cittadini. Significa considerarli incapaci di usare gli strumenti ordinari della politica e costringerli a scegliere tra rassegnazione e devastazione. È la logica perfetta per chi vive di conflitto permanente: se la società resta calma, non c’è spazio; se la società è costantemente agitata, ogni agitato può rivendicare un ruolo fondamentale.

In fondo la domanda vera per l’Europa non è se le rivolte siano giustificate, ma se la politica è ancora in grado di assorbirne le cause senza imitare i metodi. Un continente adulto dovrebbe saper dire due cose insieme: che molte paure dei giovani sono fondate – precarietà, stagnazione, fallimenti educativi, integrazione mal gestita – e che nessuna di queste paure si risolve con la moltiplicazione di molotov, barricate e saccheggi.

Meno Leviatano e vittimismo, più responsabilità

C’è qualcosa di profondamente infantile nel binomio che domina oggi il dibattito europeo: da un lato lo Stato che si presenta come genitore onnipotente, dall’altro il cittadino che si presenta come figlio perennemente tradito. L’uno promette tutto, l’altro pretende tutto. Quando il gioco si rompe, si invoca la rivolta.

Un’Europa più adulta dovrebbe cominciare altrove. Da una revisione seria del proprio Stato sociale, a partire dai numeri e non dagli slogan. Da una politica che si assume la responsabilità di dire che alcune promesse non sono sostenibili. Da una università che smette di trattare l’Occidente come un mostro unico e i suoi avversari come santi automatici. Da periferie in cui la legge vale, punto, e lo Stato non appare solo sotto forma di volante o assegno.

La protesta resterà una componente essenziale della vita democratica. Ma il suo valore dipenderà sempre meno dalla quantità di fumogeni e sempre più dalla capacità di parlare la lingua dei fatti, delle riforme e delle responsabilità condivise. L’Europa del welfare ad altissima spesa e del rancore crescente ha un problema strutturale. Non lo risolverà aggiungendo una nuova stagione di rivolte alla sua già lunga collana di fallimenti.

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