Politica

Quando persino la violenza diventa un diritto

Una sinistra più preoccupata di sottolineare le ragioni del malcontento che di ribadire le responsabilità di chi devasta. Un'indulgenza nel linguaggio, una continua ricerca di attenuanti

C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle immagini delle città trasformate in scenari di guerriglia urbana. Vetrine infrante, attività commerciali danneggiate, arredi pubblici distrutti, forze dell’ordine aggredite. E, in mezzo al caos, giovani e giovanissimi che sembrano aver smarrito ogni percezione del limite, quasi che devastare fosse diventato un gioco, una sfida, un’occasione per sentirsi protagonisti.

La sinistra che giustifica

Non è soltanto una questione di ordine pubblico. È il sintomo di una crisi molto più profonda, che riguarda l’educazione, la cultura della responsabilità e il significato stesso della libertà.

Perché quando la distruzione diventa una forma di divertimento, quando il vandalismo viene confuso con la ribellione e la paura delle conseguenze sembra svanire, non siamo più davanti soltanto a una protesta degenerata. Siamo di fronte a una società che dovrebbe interrogarsi seriamente su ciò che sta trasmettendo alle nuove generazioni.

Eppure, davanti a questi episodi, il dibattito pubblico sembra riproporre sempre lo stesso copione.

Bisogna comprendere la rabbia, interpretare il disagio, contestualizzare le tensioni. Individuare le responsabilità della società, delle istituzioni, della politica.

Tutto legittimo. Ma a una condizione: che comprendere non diventi sinonimo di giustificare.

Perché nessuna causa, per quanto nobile possa apparire, autorizza a distruggere ciò che appartiene agli altri.

È qui emerge una contraddizione che la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. C’è anche qualche esponente della sinistra che, davanti a manifestazioni segnate da episodi di violenza, sembra più preoccupato di sottolineare le ragioni del malcontento che di ribadire la responsabilità di chi devasta. Non necessariamente una difesa esplicita degli scontri, ma un’indulgenza nel linguaggio, una continua ricerca di attenuanti, un bisogno di distinguere e contestualizzare che rischia di rendere meno netta la condanna.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché tanta attenzione alle motivazioni di chi distrugge e così poca alle conseguenze subite da chi lavora? Perché il commerciante che trova la propria vetrina infranta dovrebbe diventare il prezzo da pagare per una protesta? Perché un imprenditore, magari dopo anni di sacrifici, dovrebbe vedere compromessa la propria attività per una causa che non ha scelto di sostenere? E perché un cittadino dovrebbe rinunciare alla libertà di attraversare la propria città per timore di essere coinvolto negli scontri?

La libertà degli altri

La libertà di manifestare non può cancellare la libertà degli altri di vivere, lavorare e sentirsi al sicuro. Dietro ogni negozio danneggiato ci sono persone, famiglie, investimenti, responsabilità. Ci sono uomini e donne che ogni mattina aprono un’attività, pagano stipendi, affrontano difficoltà economiche e contribuiscono, con il proprio lavoro, alla vita del Paese. Non sono figure secondarie di un conflitto politico. Sono cittadini che meritano rispetto e tutela.

La questione educativa

Ma il problema non si esaurisce nelle responsabilità di chi scende in piazza con intenzioni violente. C’è una questione educativa che non possiamo più permetterci di ignorare.

Abbiamo progressivamente costruito una cultura nella quale si parla moltissimo di diritti e sempre meno di doveri. Nella quale il limite viene talvolta percepito come un’imposizione ingiusta, l’autorità come un ostacolo da contestare e la responsabilità individuale come qualcosa da ridimensionare attraverso spiegazioni sociali e psicologiche.

Naturalmente, comprendere le fragilità dei giovani è indispensabile. Ma educare non significa eliminare ogni limite. Significa insegnare a riconoscerlo, comprenderne il valore e assumersi le conseguenze delle proprie scelte. Un ragazzo che cresce senza una chiara percezione della responsabilità rischia di confondere la libertà con l’arbitrio.

E quando questa confusione incontra il gruppo, l’emulazione, la ricerca di visibilità e la convinzione di poter agire senza conseguenze, il passaggio dalla trasgressione alla violenza può diventare pericolosamente breve. Non possiamo sapere quanto questa percezione di impunità sia diffusa, ma sarebbe irresponsabile sottovalutarne gli effetti.

Una società che rinuncia a educare al rispetto delle regole non diventa più libera. Diventa più fragile. E non si tratta di invocare metodi autoritari o di rimpiangere un passato idealizzato. Si tratta di recuperare il significato dell’autorevolezza, che non coincide con la repressione, ma con la capacità di indicare confini chiari, coerenti e comprensibili.

La condanna a intermittenza

La famiglia, la scuola, le istituzioni e la politica hanno ciascuna una parte di responsabilità in questo processo. Non possiamo chiedere ai giovani di rispettare le regole se il mondo adulto è il primo a trattarle come principi negoziabili, da applicare con rigore agli avversari e con indulgenza ai propri sostenitori.

È anche questa una forma di diseducazione. Quando il giudizio sulla violenza cambia a seconda della bandiera sotto la quale viene esercitata, il messaggio che arriva è devastante: non conta ciò che fai, conta la parte dalla quale stai. E questo principio è incompatibile con qualsiasi autentica idea di democrazia.

La violenza non può essere condannata a intermittenza. Non esistono devastazioni moralmente accettabili perché compiute in nome della pace, della giustizia sociale o di qualsiasi altra rivendicazione. Non esistono aggressioni meno gravi perché rivolte contro chi rappresenta un’istituzione contestata.

Le idee possono essere radicali. I comportamenti devono rispettare i diritti degli altri. È una distinzione elementare, eppure sembra necessario ribadirla continuamente.

L’assuefazione al caos

C’è poi un altro elemento che dovrebbe preoccuparci: l’assuefazione. Ci stiamo abituando alle immagini degli scontri, alle città blindate, alle saracinesche abbassate per precauzione, alle strade presidiate dalle forze dell’ordine. Quasi che tutto questo fosse diventato una componente ordinaria della vita democratica.

Ma una democrazia non dovrebbe considerare normale che una manifestazione possa trasformarsi in una minaccia per la sicurezza dei cittadini. Il dissenso è una risorsa della libertà. La devastazione ne rappresenta la negazione. E chi confonde le due cose finisce per danneggiare anche coloro che manifestano pacificamente, che sono spesso i primi a vedere oscurate le proprie ragioni dalla violenza di pochi.

Difendere il diritto di protestare significa anche impedire che venga sequestrato da chi utilizza il caos come strumento di pressione. Ma soprattutto significa smettere di considerare la responsabilità individuale un concetto secondario. Le condizioni sociali possono spiegare un comportamento. Non lo rendono automaticamente giustificabile. Il disagio può aiutare a comprendere la rabbia. Non attribuisce il diritto di aggredire.

La giovane età può richiedere risposte educative e giuridiche differenti. Non trasforma la distruzione in un gesto innocuo. E la politica dovrebbe avere il coraggio di affermarlo senza paura di perdere consenso.

Perché una classe dirigente che cerca sempre di compiacere la propria parte, anche quando dovrebbe richiamarla al rispetto delle regole, non sta esercitando una funzione educativa. Sta rinunciando a una delle proprie responsabilità fondamentali.

Il punto, dunque, non è scegliere tra libertà e sicurezza. È comprendere che non può esistere una libertà autentica senza il riconoscimento dei diritti altrui. Una città devastata non è il simbolo di una battaglia vinta. È il segno di una sconfitta collettiva.

Una vetrina distrutta non rappresenta un gesto rivoluzionario. È un danno concreto inflitto a qualcuno. Un giovane che considera il vandalismo un divertimento non è necessariamente un ribelle consapevole. Può essere il segnale di un vuoto educativo che merita attenzione prima ancora che diventi una frattura irreparabile.

E una politica che fatica a distinguere la comprensione dalla giustificazione contribuisce ad alimentare quella confusione morale dalla quale nasce l’idea che tutto sia consentito, purché si invochi una causa.

Forse è arrivato il momento di tornare a pronunciare parole semplici, ma fondamentali: rispetto, responsabilità, dovere, conseguenze. Non sono concetti superati. Sono le condizioni indispensabili della convivenza civile.

Perché una società che insegna ai giovani a rivendicare ogni diritto, ma dimentica di educarli al rispetto dei doveri, non sta formando cittadini liberi. Sta preparando generazioni convinte che tutto sia consentito, purché si trovi una causa con cui giustificarlo.

E quando la libertà perde il senso del limite, quando la politica cerca alibi invece di assumersi responsabilità e quando la violenza diventa una consuetudine, non nasce una società più giusta.

Nasce il caos.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version