Politica

Renzi, attento al baratro: pur di battere Giorgia vale tutto?

Dal "Conte mai" all'avvicinamento al campo largo: che cosa resta della rottamazione e delle promesse fatte a chi ha creduto nel progetto riformista?

Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI

C’è una differenza sostanziale tra cambiare strategia e cambiare identità. La prima appartiene alla politica, la seconda impone almeno il dovere di una spiegazione. Soprattutto quando a pagare il prezzo delle nuove scelte rischiano di essere proprio coloro che, per anni, hanno continuato a credere in un progetto. Matteo Renzi dovrebbe ricordarlo.

La sua strategia di avvicinamento al campo largo sembra ormai rispondere a una priorità assoluta: sconfiggere Giorgia Meloni. Un obiettivo politico legittimo, certamente. Ma può diventare sufficiente a giustificare qualsiasi compromesso? Davvero per battere Giorgia vale tutto?

E gli attacchi a Conte?

Ricordiamo bene le durissime prese di distanza da Giuseppe Conte, le battaglie contro il populismo grillino, la rivendicazione di un’identità liberale, riformista, europeista e atlantista. Posizioni che hanno rappresentato, per molti, una ragione precisa per sostenere Italia Viva.

Oggi, invece, proprio Conte diventa un interlocutore con cui cercare convergenze, anche su questioni delicate come la difesa europea e gli impegni Nato. Una scelta che solleva interrogativi sulla coerenza di un percorso politico.

E poi c’è Elly Schlein. Espressione di una sinistra che, per cultura e impostazione, appare distante da molte delle idee sulle quali Renzi aveva costruito la propria stagione riformista. Non è impossibile immaginare un’alleanza tra sensibilità differenti. Ma un’alleanza non cancella automaticamente le differenze, né dovrebbe renderle irrilevanti.

Ex rottamatore

Dove finisce, dunque, la mediazione e dove comincia la rinuncia? La questione non riguarda soltanto gli equilibri parlamentari. Riguarda la storia stessa dell’ex rottamatore. Renzi aveva acceso aspettative importanti. Aveva promesso di cambiare la politica italiana, superare vecchie logiche, rompere gli schemi e inaugurare una stagione nuova. Moltissimi avevano creduto in quella visione, riconoscendovi una possibilità di cambiamento.

Alcune riforme sono state realizzate, altre sono rimaste incompiute o hanno prodotto risultati controversi. Ma per una parte di chi aveva condiviso quell’entusiasmo è rimasta soprattutto la distanza tra le aspettative iniziali e gli esiti di quella stagione. Ed è proprio a queste persone che oggi bisognerebbe rivolgersi.

Ai fedelissimi. A chi è rimasto anche quando sostenere Renzi non era conveniente. A chi ha difeso le sue idee nei momenti più difficili, non necessariamente per fedeltà a un uomo, ma perché credeva in un progetto politico riconoscibile. La fedeltà, però, non è obbedienza. E non è un assegno in bianco.

Un nemico comune basta?

Un leader può cambiare strategia, cercare alleanze e modificare le proprie posizioni. Ma non dovrebbe considerare scontata la fiducia di chi lo ha accompagnato. Perché la delusione politica raramente nasce da una singola decisione. Si accumula attraverso contraddizioni non spiegate, promesse percepite come disattese e scelte nelle quali diventa sempre più difficile riconoscersi.

Renzi ha fatto della rottamazione uno dei simboli della propria storia politica.

Oggi, proprio per questo, dovrebbe interrogarsi sul significato di quel progetto e sulla sua attualità. Non basta individuare un avversario comune per costruire una visione condivisa. Essere contro Giorgia Meloni non significa automaticamente essere d’accordo sul futuro dell’Italia.

E se l’obiettivo di sconfiggere il governo diventa il principale elemento di unione, resta una domanda: quale progetto politico dovrebbe nascere da quella convergenza? Renzi potrebbe rispondere che la politica richiede pragmatismo e che le alleanze non impongono di condividere ogni posizione. È vero. Ma il pragmatismo ha bisogno di limiti riconoscibili, altrimenti rischia di apparire come semplice convenienza.

Rinuncia all’identità

Renzi, attenzione. Attenzione a non confondere la disponibilità al compromesso con la rinuncia alla propria identità. Attenzione a non dare per scontati coloro che hanno continuato a sostenerti. E attenzione a non dimenticare che la credibilità, una volta compromessa, non si ricostruisce con un accordo elettorale.

Il problema non è soltanto capire se Conte e Schlein saranno disposti ad accogliere Italia Viva nel loro progetto. È comprendere che cosa Italia Viva intenda portare a quel tavolo e quali convinzioni voglia continuare a rappresentare. Perché le alleanze possono cambiare, ma la fiducia richiede coerenza, rispetto e spiegazioni.

Per sconfiggere Giorgia Meloni non può valere tutto. Non può valere il silenzio sulle contraddizioni. Non può valere la perdita di riconoscibilità politica. E soprattutto non può essere considerata irrilevante la delusione di chi aveva creduto nella promessa di un cambiamento.

Renzi conosce bene il significato della parola rottamazione. Dovrebbe ricordare, però, che anche chi ha costruito la propria fortuna politica promettendo di cambiare il sistema può ritrovarsi a dover rispondere delle aspettative che ha generato. Perché perdere un’alleanza significa perdere un’occasione. Perdere la fiducia dei fedelissimi significa mettere in discussione le proprie fondamenta.

E quando una strategia politica finisce per consumare proprio quelle fondamenta, il rischio non è più soltanto una sconfitta. È il baratro.

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