Ecco perché la deriva islamista di Erdogan non si affronta ignorando che la Turchia è un alleato Nato strategico

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Gli ultimi sviluppi del conflitto turco-curdo sul confine siriano e le dichiarazioni di ieri sono la conferma che da Washington non c’è mai stata alcuna “luce verde” all’operazione di Ankara. Ancora oggi l’informazione e le analisi mainstream sono avvolte in una cortina di forte emotività e risentono del solito spin anti-Trump, mentre gli screditati e irrilevanti leader Ue colgono al volo una facile occasione per provare a recuperare consensi intimando a Erdogan che tacciano le sue armi.

Nessuna “luce verde”, come abbiamo cercato di spiegare qui su Atlantico, né ritiro delle forze Usa dal nord-est della Siria. Ai 50-150 uomini già evacuati nei giorni scorsi dalle zone di confine interessate, se ne sono aggiunti ieri altri 1.000 circa, per evitare che restassero intrappolati negli scontri tra forze turche e curde (probabilmente affiancate presto da quelle siriane). Non tornano ancora “a casa”, ma vengono trasferiti in altre basi Usa più a sud. Una decisione così spiegata alle tv dal capo del Pentagono Mark Esper:

“Nelle ultime 24 ore abbiamo appreso che la Turchia probabilmente intende estendere la sua offensiva più a sud di quanto inizialmente pianificato e verso l’ovest della Siria. E che le milizie curde stanno provando a strappare un accordo con i siriani e con i russi per una controffensiva contro i turchi nel nord. Rimarremmo intrappolati tra due forze armate che avanzano, una situazione insostenibile”.

Nonostante abbia cercato di fare buon viso a cattivo gioco, vendendo agli americani un’uscita dalle endless wars, il presidente Trump è molto irritato con il presidente turco Erdogan, dal quale ha ricevuto la scorsa settimana una semplice comunicazione telefonica dell’avvio dell’operazione, che la Casa Bianca fin dal comunicato iniziale ha detto a chiare lettere di non avallare né sostenere, in alcun modo. Anzi, “se Erdogan esagera, distruggerò totalmente l’economia turca”, minacciava il presidente Usa. E ieri ha twittato:

“Stiamo lavorando con il senatore Lindsey Graham e molti membri del Congresso, Democratici compresi, riguardo l’imposizione di forti sanzioni alla Turchia. Il Dipartimento del Tesoro è pronto, potrebbe essere richiesta una legislazione aggiuntiva. Vi è un grande consenso al riguardo. La Turchia ha chiesto che non sia fatto. Rimanete sintonizzati!”

D’altra parte, vista l’insistenza di Ankara, l’alternativa all’evacuazione dei militari Usa nella zona sarebbe stata un inaudito scontro fra alleati Nato. Tuttavia, lo stesso Trump ha contribuito alla narrazione della “luce verde” a Erdogan, del “ritiro” dalla Siria e dell’abbandono dei curdi, presentandola al pubblico americano con un “We’re getting out of the endless wars”, uno degli impegni caratterizzanti della sua campagna elettorale. “Dobbiamo prima o poi riportare i nostri ragazzi a casa”.

Dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq, che qui continuiamo a ritenere un male necessario, il consenso degli americani per interventi militari all’estero, specie in Medio Oriente, è crollato verticalmente. È un dato di fatto che in una democrazia non può essere ignorato e con il quale deve confrontarsi chiunque, come noi di Atlantico, preferisce un mondo con più America ad un mondo con meno America: non possiamo continuare a considerare scontata la presenza dei militari Usa nelle aree di crisi, come se fosse una variabile indipendente rispetto al consenso dei cittadini americani, che pagano un prezzo alto, sia in termini di vite umane che economici. Semplicemente non è morale, anche considerando il contributo quasi nullo da parte Ue. Anzi, in alcuni casi, come Libia e Iran, sembra quasi che gli europei (soprattutto Francia e Germania) remino contro.

Per comprendere quanto il tema sia politicamente scottante in America, vi suggerisco di guardare gli ultimi cinque minuti della lunga conferenza stampa che Trump ha tenuto mercoledì nella Roosevelt Room, in cui ha raccontato quanto sia “duro” scrivere ai famigliari delle vittime di guerra e sostenerli.

Di quella conferenza stampa, durante la quale Trump ha messo in guardia dal “complesso militare-industriale”, citando il presidente Eisenhower, ha fatto notizia solo una frase di una ventina di secondi: “I curdi non ci hanno aiutato nella Seconda Guerra Mondiale, non ci hanno aiutato in Normandia. Combattono per la loro terra”. Un passaggio probabilmente infelice e irrispettoso, ma estrapolato ad hoc per farne, al solito, una caricatura. In realtà, un modo – rozzo quanto si vuole – per spiegare all’americano medio il succo della faccenda in Siria: la Turchia, per quanto possa non piacerci Erdogan, è un Paese Nato, alleato strategico dal 1952; i curdi, il PKK, un alleato valoroso ma pur sempre “a scadenza”. È una testarda realtà geopolitica, in queste ore però completamente ignorata e travolta da una narrazione un po’ troppo romantica delle milizie curde.

E lungi dal segnalare una pericolosa impulsività, la decisione di Trump di non opporsi militarmente all’operazione turca, dopo aver resistito tre anni alle pressioni di Erdogan, e di ritirare le forze Usa dall’area di conflitto, dimostra al contrario come abbia la piena cognizione del contesto e delle implicazioni, sia di politica interna che geopolitiche. La missione era sconfiggere l’Isis. Oggi che, seppure mai darlo per morto, l’emergenza è cessata, i soldati Usa non possono diventare surrettiziamente una forza di interposizione tra turchi e curdi (e tra breve siriani), cioè tra un alleato Nato e i suoi nemici storici.

Ma la vera notizia della conferenza stampa di mercoledì scorso, sfuggita ai più, era un’altra, e spiega molto della situazione in cui si trova Trump per responsabilità del suo predecessore. Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti ha ammesso pubblicamente che Washington ha lavorato con il PKK, riconoscendo quindi implicitamente che non c’è sostanziale differenza tra questo e le milizie YPG, braccio armato del PYD, che godono in Occidente di una simpatia non casualmente trasversale (e da prima della lotta anti-Isis), dall’estrema sinistra da sempre filo-Ocalan all’estrema destra filo-Assad e filo-Putin.

Ricordiamo che il PKK è considerato organizzazione terroristica non solo dalla Turchia, ma anche da Stati Uniti e Unione europea. E che, come testimoniato al Congresso nell’aprile 2016 dall’allora segretario alla Difesa di Obama, Ash Carter, le YPG hanno “legami sostanziali” con il PKK. Lo ha spiegato ad Atlantico Quotidiano Mariano Giustino, corrispondente da Ankara di Radio Radicale e uno dei pochi giornalisti italiani esperti di politica interna ed estera turca:

“Le Unità di protezione del popolo (YPG) sono l’ala armata del Partito di unità democratica (PYD) curdo-siriano. Questo partito fu fondato nel 2003 per volere di Abdullah Öcalan, leader storico del Partito dei lavoratori Kurdistan (PKK), in prigione del 1999, condannato all’ergastolo. Inoltre, questo partito curdo-siriano, fa parte del KCK, l’Unione delle comunità curde, una organizzazione ombrello che sovraintende tutto il movimento curdo indipendentista presente nei quattro Paesi della regione del Kurdistan (Turchia, Siria, Iraq, Iran). Il PYD ha le stesse idee e visione politica del PKK, oltre a condividerne il fine. È il partito più influente e meglio organizzato in tutta la regione del Kurdistan… E il comandante generale delle SDF, Mazlum Kobane, è anche considerato un leader del PKK”.

Proprio questa collaborazione tra Stati Uniti e PKK, seppure per affrontare un temibile nemico comune come l’Isis, è tra le cause più importanti delle divergenze tra Washington e Ankara che hanno portato quest’ultima, fondamentale alleato Nato, ad avvicinarsi pericolosamente alla Russia. L’episodio di svolta fu l’abbattimento di un caccia russo da parte turca nel 2015. Il distacco di Obama, per non disturbare Mosca e Teheran con le quali era impegnato nella stretta finale per il nuclear deal, ha convinto Erdogan di non avere alternative nella crisi siriana a vedersela direttamente con Putin, che non si è lasciato sfuggire l’occasione: nasce da allora il corso diplomatico turco-russo che avrebbe portato prima al processo di Astana e poi all’accordo sul sistema di difesa S-400.

Eppure, questi elementi vengono del tutto trascurati o sottovalutati, sia nelle analisi proposte dai media che nelle dichiarazioni dei governi europei.

Fu una scelta dell’amministrazione Obama appaltare di fatto al PKK, un attore locale, non statale e nemico giurato della Turchia, alleato Nato, la guerra on the ground all’Isis – e ci è comunque voluto un più deciso ruolo delle forze Usa, tra le prime decisioni dell’amministrazione Trump, per avere la meglio sullo Stato Islamico.

Ma a quella scelta si devono le insanabili contraddizioni di oggi. Fin dall’inizio appariva evidente infatti che sarebbe arrivato il momento, cessata l’emergenza Isis, in cui la Turchia non avrebbe potuto più tollerare ai suoi confini quello che di fatto, proprio grazie al sostegno militare e finanziario Usa, e come conseguenza della vittoria sul Califfato, è diventato un “quasi-stato” curdo nel nord-est della Siria dominato dal PKK.

La scelta che oggi appare come un “tradimento” dell’alleato curdo da parte di Trump è l’inevitabile conseguenza del “tradimento” di un alleato Nato da parte americana andato avanti per anni.

E fin dall’inizio le milizie YPG sapevano che la loro alleanza con Washington era temporanea e contingente. Tanto è vero che ci sarebbe già un’intesa con Damasco per far entrare le truppe siriane fedeli ad Assad a Manbij e a Kobane, rispettivamente a ovest e a est dell’Eufrate, e respingere l’offensiva turca, che invece Erdogan vorrebbe estendere. Armate, addestrate e finanziate dagli Stati Uniti, le milizie curde non hanno combattuto per farci un favore, ma per liberare la loro terra dall’Isis. Ed è grazie al supporto Usa che hanno esteso la loro influenza e il territorio da loro controllato ben oltre le loro più rosee aspettative, a tutto detrimento delle relazioni turco-americane. Come hanno osservato Michael Doran e Michael Reynolds sul Wall Street Journal, quindi, la Turchia ha motivi legittimi per lamentarsi con gli Stati Uniti.

Piuttosto che collaborare con Ankara, hanno scelto di sostenere l’ala siriana del PKK, che non solo Erdogan, ma la gran parte dell’opinione pubblica turca da decenni ritiene una minaccia esistenziale e responsabile di migliaia di morti. Tanto è vero che, come riferisce Mariano Giustino, “il via all’operazione è stato sostenuto da tutti i partiti presenti nel Parlamento turco, tranne che dal Partito democratico dei popoli, filo curdo, che ha votato contro la risoluzione che prorogava il consenso al Ministero della Difesa per procedere a operazioni all’estero. Anche se nel principale partito di opposizione, il Partito repubblicano del popolo, non mancano critiche all’intervento, ritenuto non efficace, e si chiede di riattivare il dialogo con Assad”. Molto probabile, dunque, che un’operazione di “messa in sicurezza” del confine sarebbe stata avviata anche da un governo kemalista e più filo-occidentale.

L’errore è a monte, dell’amministrazione Obama: avrebbe potuto mettere in piedi e guidare una coalizione regionale e non solo per combattere l’Isis, coinvolgendo gli alleati, invece ha optato per una politica anti-terrorismo che ignorava, anzi era in contrasto con le leggi della geopolitica, rigide quasi come quelle della fisica. E ora, nonostante l’Isis appaia al momento sconfitta, aver portato l’uno contro l’altro il secondo maggiore esercito della Nato e il principale e più efficace partner anti-Isis degli Stati Uniti rischia di rivelarsi controproducente anche in termini di lotta al terrorismo, essendo molto concreto il rischio che le migliaia di combattenti Isis prigionieri dei curdi tornino liberi, addirittura di tornare in Europa.

Dunque, la collaborazione con il PKK è stata una toppa che ha lasciato in eredità all’amministrazione Trump un dilemma strategico, una instabilità potenzialmente ancora più grande nella regione, e una posizione insostenibile da mantenere per le forze Usa sul terreno.

Ma perché l’amministrazione Obama ha scelto proprio le milizie YPG e, dunque, il PKK in funzione anti-Isis? La decisione viene spesso presentata come naturale, quasi inevitabile, nel pantano siriano. Ma in realtà, è la diretta conseguenza del principale obiettivo che l’amministrazione Obama si era data in Medio Oriente: un accordo strategico complessivo con l’Iran, ben oltre l’esigenza di non compromettere gli sforzi diplomatici per il JCPOA, l’accordo sul programma nucleare iraniano. La toppa curda era l’unica che permettesse di evitare di trasformare l’intervento anti-Isis in un aiuto ai ribelli anti-Assad e, quindi, di irritare iraniani e russi.

È questa la chiave per comprendere perché Obama si è rivolto al gruppo YPG/PYD, che ha una storia di buone relazioni con russi e iraniani e, soprattutto, non aveva alcuna intenzione di rovesciare Assad (oggi sembrano essersi tutti dimenticati dei suoi crimini). Ogni altro attore da sostenere in funzione anti-Isis aveva anche un’agenda anti-Assad.

Se il PKK non accetta che la questione curda siriana trovi una sistemazione di compromesso mediata dagli Stati Uniti e che risponda alle necessità di sicurezza nazionale della Turchia, non ha altra scelta che affidarsi ad Assad, cioè all’Iran e al suo asse, Russia compresa. E infatti, tanto era nelle cose il riallineamento, che sembra essere già pronta un’intesa per il soccorso siriano, o russo-siriano. Un esito che a Erdogan non dispiace troppo: sempre meglio che sia Assad (con Putin garante) ad avere il controllo delle città di confine, piuttosto che il PKK…

È anche vero che nelle prime fasi della guerra siriana la Turchia non si è dimostrata in grado, o più probabilmente non aveva la volontà di combattere con decisione l’Isis e, anzi, ha consentito che i suoi confini fossero attraversati da flussi di combattenti, mezzi e risorse a beneficio dello Stato Islamico. Ma Obama non ha nemmeno provato a chiedere conto a Erdogan della sua ambiguità.

La speranza è che almeno tutto questo serva a non eludere più il dilemma Turchia, cui abbiamo già accennato. La deriva autoritaria e islamista, la vicinanza alla Fratellanza musulmana, la visione neo-ottomana, l’ostilità a Israele, i ricatti e le minacce all’Europa, l’acquisto del sistema di difesa S-400 russo. Tutto sembra confermare la svolta anti-occidentale della Turchia di Erdogan. Che però, sarebbe suicida ignorarlo, è ancora un Paese membro Nato. Mentre Erdogan è al sedicesimo anno di potere, in Europa e negli Stati Uniti la riflessione strategica sul tema è all’anno zero. Ad oggi non ci sembra di intravedere alcun leader, in Europa o negli Stati Uniti, che abbia il coraggio di porre la questione della sua appartenenza all’Alleanza Atlantica. Tutti temporeggiano. E se poi la presa di Erdogan sul Paese non fosse così irreversibile? Se il suo progetto stesse già fallendo?

Per questo oggi occorre distinguere tra l’agenda di Erdogan e una questione di sicurezza nazionale per la Turchia come quella curda. L’obiettivo di impedire la nascita di uno stato o di un’entità autonoma curda dominata dal PKK, resa oggi una prospettiva concreta proprio dagli Usa, è largamente condiviso dall’opinione pubblica turca e da quasi tutti i partiti presenti in Parlamento.

Dunque, il rischio, per l’Occidente, adottando misure di ritorsione, è di alienarsi anche quella parte della società e della politica turca che si oppone a Erdogan – proprio nel momento in cui il suo consenso è in calo e ci sono segnali di risveglio democratico, come dimostra la vittoria di Ekrem İmamoğlu a Istanbul – e di spingere Ankara a cercare la cura dei propri interessi nazionali in una cornice russa e iraniana piuttosto che occidentale. Sarebbe l’ennesimo regalo che Putin non si lascerebbe sfuggire.

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