Come i Pro Pal manipolano le parole per distorcere la realtà

Come nel mondo dei media e della cultura si cerca di modificare gradualmente l'uso delle parole ritenute corrette al fine di orientare il dibattito pubblico in senso anti-ebraico

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Nel film del 1979 Brian di Nazareth, una parodia della storia di Gesù realizzata dal gruppo comico britannico dei Monty Python, vi è un gruppo di ebrei che si ribellano contro la dominazione romana sulla loro terra e che si fanno chiamare “Fronte Popolare di Giudea”. Un nome che richiamava il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che negli anni ’70 esercitava una certa attrazione negli ambienti di estrema sinistra.

Gesù: ebreo o palestinese?

Pur ispirandosi a nomi e simboli filopalestinesi, i Monty Python ebbero almeno il buonsenso di riconoscere il legame storico tra il popolo ebraico e quella che all’epoca di Gesù veniva chiamata Giudea, mentre il termine Palestina venne coniato dai romani solo nel 135 d.C., oltre un secolo dopo. Lo fecero ispirandosi all’antico popolo dei filistei, nemici giurati degli ebrei, per scoraggiare le rivendicazioni ebraiche sul territorio in seguito alla rivolta di Bar Kochba, che tentò senza successo di cacciare via i romani.

In anni recenti, altri comici hanno deciso invece di riscrivere la storia, facendo credere che Gesù fosse palestinese: lo ha fatto Enzo Iacchetti, subito ripreso su Facebook da Andrea Scanzi, e prima ancora lo aveva già fatto nel 2015 Maurizio Crozza, il quale ospite di Giovanni Floris su La7 disse che “tutti quelli del presepe erano arabi”, e che quell’evento “è accaduto in Palestina 2000 anni fa”.

Questo revisionismo storico è stato denunciato nel gennaio 2025 dal rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. Ospite di un evento sul dialogo interreligioso a Milano in occasione del Giubileo, Arbib ha detto:

Ci sono una serie di precetti, nella Torah, che riguardano la terra d’Israele e questo ci dice molto sul legame fortissimo tra il popolo ebraico e la terra d’Israele. Uno dei fenomeni a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno in maniera eclatante, è stata la negazione di quel legame. (…) Significa delegittimare non lo Stato d’Israele, ma tutta la tradizione ebraica.

Un fenomeno più ampio

Questo è solo un esempio di un fenomeno di più ampia portata. Nei media e nel mondo della cultura, spesso si cerca di modificare gradualmente l’uso delle parole ritenute corrette al fine di orientare il dibattito pubblico. Lo si è visto con le ultime derive dei movimenti femministi e Lgbtq, che hanno cercato di imporre schwa e asterischi in nome dell’inclusività, e dopo il 7 Ottobre è emerso in modo preponderante anche per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese. Tanto che persino Wikipedia ha adottato il linguaggio propal.

Questa manipolazione del linguaggio non si manifesta solo nelle sue forme più evidenti, quali ad esempio associare il sionismo e Israele a termini come “colonialismo” e apartheid, ma anche in altre forme apparentemente più innocue, ma al tempo stesso più subdole e striscianti.

Capitale: Gerusalemme o Tel Aviv?

Uno dei casi più eclatanti è il modo in cui la maggioranza dei giornalisti italiani si ostina a descrivere Tel Aviv come la capitale d’Israele invece di Gerusalemme, al punto che in quasi tutte le notizie di cronaca si fa riferimento al “governo di Tel Aviv”.

Chi utilizza questa terminologia sembra ignorare che Israele ha proclamato Gerusalemme la propria capitale già nel 1950; come spiega la Treccani, se all’epoca controllava solo la zona ovest della città, mentre la zona est era sotto l’occupazione giordana, dopo la vittoria nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 Gerusalemme è stata riunificata sotto la piena sovranità israeliana. E oggi, a Gerusalemme hanno sede il governo, la Knesset (il parlamento israeliano) e la Corte Suprema.

Pertanto, dire che Gerusalemme è la capitale d’Israele significa semplicemente riconoscere la realtà dei fatti, in quanto vi hanno sede tutti i principali organi amministrativi, legislativi e giudiziari dello Stato ebraico.

Nonostante ciò, in molti in Italia si ostinano a negare la realtà, arrivando persino a sanzionare chi invece la riconosce: nel maggio 2020, una concorrente del quiz-show televisivo L’Eredità su Rai 1 ha risposto “Tel Aviv” alla domanda su quale fosse la capitale d’Israele, ma il conduttore Flavio Insinna l’ha corretta dicendo “Gerusalemme”. Ciò ha provocato numerose proteste, tanto che sotto la sede della Rai di Viale Mazzini a Roma si tenne una manifestazione propal.

Nel novembre 2024, il Tribunale di Roma ha condannato la Rai costringendola a fare una rettifica, riconoscendo Tel Aviv come capitale basandosi sulle decisioni dell’Onu, nonostante quest’ultima non sia affatto imparziale su Israele. Curiosamente, tra coloro che avevano guidato le proteste contro il servizio pubblico vi era un tale di nome Mohammed Hannoun.

Sebbene la maggior parte delle ambasciate straniere in Israele si trovino a Tel Aviv, dal 2018 ad oggi sempre più Paesi le hanno aperte o trasferite nella capitale. Nel momento in cui scriviamo, sono sette i Paesi aventi le loro ambasciate in Israele a Gerusalemme: Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Paraguay, Kosovo, Papua Nuova Guinea e Fiji. Più di recente, anche l’Argentina e la Repubblica Ceca hanno annunciato di voler aprire delle ambasciate a Gerusalemme nel corso del 2026. In particolare, la Repubblica Ceca diventerebbe il primo Paese dell’Unione europea a compiere questo passo.

Hamas: terroristi o miliziani?

Un altro utilizzo manipolatorio delle parole riguarda la terminologia con la quale vengono definiti i membri di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche antisraeliane. Contrariamente a quanto fatto per al-Qaeda e l’Isis, in questo caso sempre più media e istituzioni si rifiutano di classificarli come terroristi, preferendo utilizzare termini più neutri come “miliziani” o “militanti”.

In tal modo, viene di fatto riconosciuta a queste organizzazioni una legittimità che non è stata concessa (giustamente) ai jihadisti che dall’11 settembre 2001 ad oggi hanno compiuto numerosi attentati anche in Occidente.

Coloro che attaccano Israele appellandosi al “diritto internazionale”, in questo caso sono i primi a violarlo: sebbene l’Onu non riconosca Hamas come organizzazione terroristica, essa è stata designata come tale oltreché da Israele anche dall’Unione uropea (e di conseguenza anche dall’Italia), nonché dai seguenti Paesi: Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Ecuador, Argentina e Paraguay.

In altre parole, chi in Italia si rifiuta di riconoscere quelli di Hamas come dei terroristi contravviene a quanto stabilito dal Consiglio d’Europa. A dimostrazione del fatto che il diritto internazionale ha valore solo quando fa comodo.

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