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Attentato al Gay Pride di Berlino: cosa dicono oggi gli LGBT che sfilano con la bandiera della Palestina?

L'attacco al Christopher Street Day riporta sotto i riflettori il terrorismo islamista e le contraddizioni dell'Occidente

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Ieri sera, durante il Christopher Street Day, il Gay Pride di Berlino, partecipato da centinaia di migliaia di persone, un furgone si è scaraventato sulla folla. Il bilancio è pesante: un morto e 29 feriti, tre dei quali in pericolo di vita. È caccia all’attentatore: il sospetto non si chiama né Federico né Mark, ma Abdul B., 21 anni, uscito a maggio dal riformatorio, noto alle autorità e legato ad ambienti islamisti radicali.

È fuggito a piedi dopo che il furgone bianco si è schiantato contro un albero. Si ritiene che il lupo solitario fosse invece in branco: pare che ci siano altri complici fuggiti dal veicolo che, durante la fuga, avrebbero ferito con armi da taglio diverse persone.

I buoni per definizione sono entrati fin da subito in modalità “Sì, però” e condiscono le ricostruzioni da “caso isolato” con l’attenuante automatica del “disagio giovanile”. Come sempre, in queste circostanze, non vi è a sinistra una sola presa di posizione netta che, oltre la cronaca, indaghi a fondo le cause. Il cortocircuito ideologico, nel caso dell’attentato di Berlino, è più evidente che mai: la tensione tra le folli politiche di accoglienza, tanto care ai progressisti, e la difesa delle libertà occidentali, inconciliabili con i dogmi dei gruppi religiosi più estremisti.

Macabra ironia della sorte: con chi si schiera la sinistra, adesso? Quelli che predicano il globalismo e, sull’onda del cretinismo, si presentano ai Gay Pride con le bandiere della Palestina, oggi cosa dicono? La sinistra che asseconda la dissonanza cognitiva di quelli che, stracciandosi le vesti per i diritti della comunità LGBTQ+, scendono in piazza con le bandiere arcobaleno affianco a quelle della Palestina, dove l’omosessualità è illegale, oggi cosa dice? L

a fanghiglia ideologica che sciorina fiumi di retorica sull’universo LGBTQ+ e su desinenze reinventate dall’impostazione conformista delle icone del politicamente corretto, mentre sventola bandiere palestinesi, acclama i finanziatori dei tagliagole di Hamas, gli stessi che quel miscuglio esibizionista lo condannerebbero a morte, riesce a tacere anche stavolta, cuocendo nel brodo dell’ipocrisia.

In realtà, questo non è che l’ennesimo attacco alla società libera da parte di una cultura incompatibile con la nostra. Sono modelli opposti: da un lato la società aperta europea, che promuove i diritti, le libertà e l’inclusione; dall’altro la visione teocratica o integralista radicale legata alla matrice islamista. Il piano di conquista è preciso, gli obiettivi sono facili e sfruttano un lassismo suicida nelle politiche migratorie (o, per meglio dire, immigrazioniste) dell’Unione europea: si chiama jihad.

Francesco Catera, 26 luglio 2026

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