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Benetton, come si difenderanno?

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Come i lettori del Cameo sanno mi spaccio da studioso (dilettante, quindi incompetente per definizione) dei processi decisionali applicati al business, al management, e pure alla politica. Il caso Morandi è per me importante per le ricadute che avrà sul (ahimè ultimo) libro che sintetizzerà tre lustri di studi “da strada” sul Ceo capitalism. Se uscirà sarà grazie al mio giovane amico accademico coautore, con il supporto tecnico-culturale di un giovane giornalista tornato fra noi dopo una seconda vita vissuta in un altro pianeta.

La mia assumption nell’analisi “Morandi” è sempre la stessa da Ferragosto. Il “Morandi” non poteva cadere mentre dei veicoli lo percorrevano, punto.

Poteva essere stato mal progettato, non costruito a regola d’arte, aver avuto una manutenzione non adeguata per certi aspetti (già 39 anni fa lo stesso progettista Riccardo Morandi lo paventava), e allora chi aveva la responsabilità della gestione (Autostrade-Atlantis) doveva chiuderlo, ripararlo, al limite abbatterlo. Parlo in termini civilistici, il penale compete alla magistratura, agli indagati (persone fisiche), ai familiari delle vittime morte o colpite, punto. Noi della stampa dobbiamo essere attenti che non si mischi il penale e il civile, come avvenne nell’infelice stagione di Mani Pulite. E raccontare tutto, stando sempre dalla parte della verità, quindi dei cittadini, senza riconoscere bonus ad alcuno.

È molto probabile che si scopriranno responsabilità a livello dei vertici delle burocrazie ministeriali romane e periferiche ma queste riguarderanno loro e Atlantia: gestore-controllore. Il gestore potrebbe dimostrare ritardi nelle autorizzazioni ministeriali ma queste non potranno mai diventare giustificazioni. Sua è la responsabilità di aprire-chiudere i caselli d’ingresso ai veicoli. Questo macigno della responsabilità di aver permesso la circolazione dei veicoli, Autostrade-Atlantis, i loro vertici, i loro azionisti, non la possono scansare, è lì, implacabile.

In termini di scenario ero curioso di capire quale delle due opzioni possibili avrebbe scelto la Famiglia Benetton per la difesa:

1. Strategia “Mani Pulite”. Ovvero mischiare tutti i problemi, creando caos informativo: “penale vs. civile”, “management vs proprietà”, “funzionari pubblici vs. funzionari privati”. Un grande minestrone comunicazionale, farlo bollire, bollire, fino a diventare un passato di verdura. Questa strategia scommette sulla caduta del governo Conte e un ritorno di Pd-Fi.

2. Strategia “Thanatos”. Ovvero assumere una modalità tipica di certi animali che in particolari situazioni di pericolo irrigidiscono artatamente il corpo simulando uno stato di morte apparente. Quindi scontando (ob torto collo) una durata del Governo Conte per l’intera legislatura, ponendosi in una situazione di sottotraccia continua, cercando disperatamente di guadagnare tempo.

Del Procuratore si sa poco, è molto stimato all’interno della magistratura, è di una corrente centrista, dalle prime mosse non pare uno da porto delle nebbie.

La presa di posizione dei Benetton è stata ben rappresentata da La Stampa di giovedì 23 agosto:

1 “Atlantia al contrattacco: il governo tuteli i risparmiatori”.

2 “Tra dolore e amarezza i Benetton pronti alla sfida con l’esecutivo”.

3 “Il mistero del documento ignorato: il ponte può crollare sulle case”.

Al di là dei titoli, confesso però che l’ambiguità delle poche dichiarazioni fatte non mi permette di capire su quale delle due opzioni strategiche si orienteranno. Perché noi giornalisti possiamo (dobbiamo) tenere separati i due piani penale e civile, ma il management, gli azionisti, la Famiglia Benetton in primis, il tarlo del “penale” (preoccupazione personali, di immagine, di patrimonio) credo non li abbandonerà più. E la loro scelta avrà impatti psicologici enormi sui vertici manageriali delle aziende: ognuno dovrà decidere se fare il capro espiatorio o difendersi (e se sì come), dire una sua verità, “pentirsi”. Impossibile ipotizzare come finirà, la psicologia dei singoli avrà la meglio sui disegni dei vertici.

Se poi il governo Conte abbandona l’idiozia della nazionalizzazione e cavalca, come suggerivo sommessamente nella mia intervista a List: da “1999 il business è il contratto” a “2018 il contratto è il business”, enfatizzando l’aspetto economico, allora sì che ne vedremo delle belle.

Presto si spegneranno le luci, calerà il sipario, lo spettacolo “Tutti i nodi vengono al pattine” inizierà. Una riflessione personale: che tristezza scrivere copioni con 43 morti e un quartiere operaio della Superba scomparso, e i suoi abitanti dispersi.

Riccardo Ruggeri, 24 agosto 2018