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Bernabè, un manager afflitto dal complesso di superiorità

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Nella vita Franco Bernabè ha percorso tutti i mari, da Reviglio boy fino a diventare, a settant’anni, un baby grillino all’affannosa ricerca dell’ennesima poltrona. Il suo ultimo libro dall’impegnativo titolo A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano (Feltrinelli) certamente non verrà adottato dalle università, anche perché è solo qualcosa in più dei curriculum alla Conte. L’autore, infatti, con l’aiuto di Giuseppe Oddo, si racconta munificamente magari tralasciando qualche pecca, come gli scarsi risultati avuti principalmente in Eni e Telecom, tant’è che uno come Bassanini, che di Tim sa tutto, twitta: “Nel 98 avvertii Bernabè che girava voce di un’Opa ostile su Tim: ci rispose con sicurezza (e un filo di arroganza) che godeva della fiducia dei suoi azionisti” e si è visto come è andata a finire, con l’altoatesino alla porta.

Gli importanti accadimenti dell’epoca, per il manager, sono solo una cornice per dare risalto al suo ‘solitario’ operato contro tutto e tutti. Cita personaggi che negli anni ’80 erano di primo piano e ne scrive quasi sempre con malcelata superiorità: da Raul Gardini (“A palazzo Prandi tutto era eccessivo come il suo proprietario”) a Enrico Cuccia (descritto alla fine come imbelle e maltrattato da Maranghi), da Gabriele Cagliari a Gianni De Michelis (“Velleità di un ministro capoazienda”) al povero Ernesto Pascale (“Non potevamo permetterci investimenti azzardati come quelli effettuati in Telecom negli anni ’90…quando l’allora capo della Stet Pascale aveva varato il progetto Socrate per cablare 10 milioni di abitazioni”). Senza però dire che, se un trio di fenomeni, Ciampi, Prodi e la star di oggi Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, non l’avessero fermato e rimosso, l’Italia sarebbe stato il Paese più cablato d’Europa.

Non possono rispondere né Pascale né De Michelis, così come Gardini e Cagliari, tutti defunti, ma forse appaiono ancora in qualche incubo notturno del prode autore. E, a onor del vero, è utile rammentare, visto che nel ‘saggio’ non ve n’è traccia, che l’unico a comparire sempre nella storia della Enimont, uscendo indenne dalle inchieste, sin dai tempi della sua costituzione in cui era intimissimo di Franco Reviglio, fu proprio lui, che, pur di estromettere Gardini dalla ‘chimica’, fece una valutazione della quota in mano ai Ferruzzi molto più alta di quella realmente pagata.
Ma da chi Bernabè sembra essere davvero ossessionato, e non si sa perché, è Lorenzo Necci, che tutti oggi ricordano come il padre dell’alta velocità i cui meriti nessuno può prendersi, nemmeno Mauro Moretti, per il quale vale sempre la massima di Andreotti “la gratitudine è il sentimento della vigilia”.

Di Necci, scomparso tragicamente, “l’impavido” autore arriva persino a dire che regalò, alla fine di un pranzo celebrativo, una cazzuola, episodio che i presenti ancora vivi smentiscono categoricamente ma che consente a Bernabè, custode ortodosso di purezza, di sentirsi vittima di complotti massonici e trame oscure di Servizi Segreti. Dovrebbe però rammentare che deve la sua fortuna alla circostanza di essere stato chiamato  – era il 1992 – da Francesco Cossiga, il cui amaro pentimento per la scelta è noto, a far parte di una commissione per la riforma dei Servizi e che da manager di alcune aziende ha privilegiato, come ricordano ancora oggi in Telecom, l’audit e la direzione della security perché ciascuno doveva sempre avere il timore di essere attenzionato in nome di un controllo compulsivo.