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Boccaccio e la pandemia a scuola

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Mare piatto. Una distesa silente di testoline attente… che soddisfazione, che pace!

Sfoglio compresa: “Andate a pagina 225.”

Pare quasi che il silenzio in classe sia foriero di indiscutibili virtù.

Leggo: “…Sentenziò il dottore che ebbe studiato, come sapeva fare, l’orina di Calandrino.”

Esplode una risata dal fondo della classe; si sa, gli elementi scatologici scatenano sempre un grasso divertimento.

“Shh!”

Proseguo interpretando il testo con il pathos della Duse: “Vedi, Calandrino, a parlarti come amico, tu non hai altro male se non che sei gravido.”

Questa volta, qua e là, altri si lasciano andare, anche le più contenute, per un istante, sghignazzano, si ricompongono, glisso.

“Shh!”

“Calandrino spalancò prima gli occhi, poi la bocca e cominciò a gridare forsennato rivolto alla moglie: “Tessa, questo m’hai fatto tu!”.

Poi prega il dottore, mastro Simone: “Ho qui con me duecento di quelle lire[…] se le prenda tutte e mi liberi, perché io sento che le donne hanno un gran dolore quando stanno per partorire che io credo, se avessi quel dolore, che mi morrei prima che io partorissi”.

Li guardo, ridono di gusto, probabilmente di narrazioni politicamente scorrette, ma di cui intendono perfettamente il contesto e, quindi, il senso.

L’approccio al mondo eclettico e sorprendente della novella li educa alla complessità della realtà che li circonda e del mondo che hanno dentro di loro, facendoli divertire.

Si sbellicano dal ridere, nessuno si trattiene.

Li guardo stupita, non sono più abituata a quella immediata e ilare semplicità; mi stanno insegnando come si leggono i grandi, con il cuore e la mente disponibili, liberi da pregiudizi intellettuali, così da intuire e poi comprendere valori emozionali essenziali per la convivenza civile e per la lettura intelligente degli atteggiamenti umani.

Il miracolo della letteratura riaccade oggi come sette secoli fa grazie a Boccaccio, in una seconda media mascherata e distanziata; hanno ragione loro e, sotto la mascherina, me la rido anch’io.

Fiorenza Cirillo, 9 giugno 2021