L’attacco degli Stati Uniti ai siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan segna una svolta nella strategia occidentale: un’azione preventiva volta a disinnescare un programma nucleare che rappresenta una minaccia esistenziale non solo per Israele, ma per l’intero ordine liberale internazionale.
L’Iran costituisce oggi una minaccia strategica per l’Occidente non solo per le sue ambizioni atomiche, ma per il suo ruolo attivo nella formazione e nel finanziamento di gruppi terroristici. L’addestramento delle cellule operative di Hamas, emerso dopo l’attacco del 7 ottobre contro Israele, ne è una prova concreta. Questo sostegno — logistico, ideologico e militare — fa dell’Iran un perno della rete di alleanze tra regimi autoritari.
Teheran gioca infatti un ruolo centrale in una sinergia globale tra potenze anti-occidentali:
• sostiene gruppi proxy in Medio Oriente (Hamas, Hezbollah, milizie sciite in Iraq e Yemen),
• aiuta il Venezuela a eludere le sanzioni internazionali,
• vende petrolio scontato alla Cina,
• fornisce droni e tecnologia bellica alla Russia, contribuendo alla guerra in Ucraina.
In questo quadro, un Iran ridimensionato e privato delle sue capacità distruttive è una buona notizia per l’Occidente: significherebbe colpire il cuore di un asse globale illiberale.
L’ideologia del regime: l’odio come liturgia
A confermare il carattere ideologico e sistemico della minaccia iraniana, vi è un elemento spesso sottovalutato: la ritualizzazione dell’odio politico-religioso all’interno delle moschee. Da anni, durante la preghiera del venerdì, in centinaia di luoghi di culto sotto il controllo del regime, viene regolarmente recitato lo slogan “Morte all’America”, su ordine diretto della Guida Suprema Ali Khamenei.
Questa pratica non è un’espressione isolata o folkloristica, ma parte integrante dell’architettura simbolica del potere teocratico iraniano. In essa si fonde religione, politica e strategia, in un’ideologia che demonizza l’Occidente e ne nega la legittimità esistenziale. Lo slogan viene spesso accompagnato da invocazioni contro Israele e contro il “sionismo mondiale”, in un clima in cui l’odio non è solo tollerato, ma sacralizzato.
In un regime dove lo Stato e la religione coincidono, parole d’odio ripetute come preghiere hanno conseguenze reali. Creano consenso interno, preparano le menti all’idea del martirio e della guerra santa, e giustificano politiche esterne aggressive e destabilizzanti.
La difesa della democrazia non è passività
La grande questione contemporanea per le democrazie è questa: come difendere un sistema libero da chi nega il diritto stesso all’esistenza dell’altro?
La minaccia non è solo militare ma anche ideologica. La Repubblica Islamica dell’Iran da anni professa l’intento di cancellare Israele dalla mappa, e tale retorica trova oggi una traduzione materiale nell’avanzamento del programma nucleare. Il rischio è che una visione apocalittica si trasformi in capacità concreta di annientamento.
È qui che emerge una differenza cruciale: le democrazie che possiedono armi nucleari adottano la logica della deterrenza e della reciprocità. I regimi teocratici o totalitari, invece, possono vedere nella distruzione una “missione” o una necessità salvifica. La forza, in questi casi, non è usata come ultima risorsa, ma come strumento messianico.
Il dovere morale dell’azione preventiva
Le democrazie moderne si fondano su valori etici che impongono prudenza, proporzionalità e rispetto per la vita umana. Tuttavia, quando questi principi vengono assolutizzati fino a impedire ogni reazione, diventano essi stessi veicolo di vulnerabilità.
Agire prima che la minaccia si concretizzi non è un tradimento dell’etica democratica, ma la sua forma più alta: è un obbligo morale verso i cittadini e verso l’idea stessa di libertà. Nel caso dell’Iran, che lavora attivamente per l’annientamento di uno Stato sovrano e si dota di strumenti apocalittici, l’inazione diventa complicità indiretta.
Una democrazia che rinuncia a difendersi per rimanere coerente con i propri valori, rischia di sacrificare quei valori lasciandoli indifesi. La difesa preventiva, se proporzionata e mirata, non è una deroga ai principi liberali, ma la loro naturale prosecuzione.
La libertà si difende anche con la forza, se necessario. Ed è proprio questa capacità di reazione, esercitata con coscienza e misura, che permette alle democrazie di sopravvivere e di rimanere superiori moralmente a ciò che combattono.
Andrea Amata, 23 giugno 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


