Boss scarcerati, la responsabilità non è solo dei magistrati

Il 9 aprile scorso il Tribunale di Sorveglianza di Sassari interpellava il Dap senza ricevere alcuna risposta

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La scarcerazione per motivi di salute del boss Pasquale Zagaria, che era sottoposto al regime carcerario del 41-bis, sta provocando una risonante indignazione nel Paese. La concessione degli arresti domiciliari a circa 40 detenuti per camorra e ndrangheta, condannati al carcere duro (41-bis) per impedirne le comunicazioni con l’esterno e per vanificarne l’operatività criminale, oltraggia la memoria dei servitori dello Stato che hanno sacrificato la loro vita nella lotta alla criminalità organizzata.

Gli italiani onesti, obbligati al domicilio coatto dalle disposizioni del governo per l’emergenza pandemica, quale fiducia possono riconoscere ad uno Stato che autorizza il bandito, autore di delitti accertati dallo stesso Stato, a sottrarsi alla pena comminata e così equiparandolo ai comuni cittadini? Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il responsabile del Dipartimento di amministrazione penitenziaria Francesco Basentini hanno dirottato la responsabilità del provvedimento di scarcerazione sui magistrati, ma dalla corrispondenza fra gli uffici competenti emerge, invece, che il Tribunale di Sorveglianza di Sassari il 9 aprile scorso interpellava il Dap, senza ricevere risposta, affinché individuasse la struttura ospedaliera incardinata nel sistema carcerario in cui trasferire il detenuto Zagaria. L’inerzia del Dap ha comportato la decisione dei magistrati di Sassari che il 23 aprile disposero per il boss la collocazione a casa.

Non è in discussione il diritto alla salute che gode di una tutela costituzionale, ma il cedimento dello Stato dinanzi a efferati criminali emana un messaggio devastante di indulgenza verso le condotte criminali e di irriverenza verso le famiglie delle vittime immolate nella lotta alle mafie. Le omissioni del vertice politico dell’amministrazione della giustizia dovrebbero far maturare le immediate dimissioni del ministro Bonafede e del capo del Dap, di cui il Guardasigilli è il mallevadore, che, anziché rimediare all’eclatante errore, insistono con pervicace arroganza nel sottrarsi alle loro documentate responsabilità.

Non è consentito ai sabotatori della pubblica sicurezza come le mafie di beneficiare di una clemenza figlia della negligenza e del lassismo di Stato.

Il potere pubblico non può permettersi di apparire debole nella contrapposizione a chi ha operato per destabilizzare la sicurezza collettiva, evitando di insudiciare la memoria suggellata dal sangue dei soldati della legalità.

Andrea Amata, 28 aprile 2020

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