Qui al bar sospettavamo che un popolo di cultura protestante si servisse del senso di colpa come strumento di dominio. E’ in questo modo che andava forse intesa la narrativa, per anni alimentata dai “falchi” europei, dei popoli nordici, tedeschi in testa, sempre al lavoro, mentre i mediterranei sperperavano il frutto dei sacrifici degli stakanovisti in alcol e donne (questo però lo disse un ex commissario Ue olandese). Adesso il cancelliere di Germania, Friedrich Merz, sembra aver sfatato una volta per sempre il mito dei tedeschi infaticabili: nell’annunciare il suo maxi piano di riforme, ieri ha detto che il Paese non può più permettersi il livello esorbitante di permessi di malattia e che, per questo, d’ora in avanti non basterà più una telefonata per assentarsi dall’ufficio, ma già dal primo giorno bisognerà presentare un certificato medico. Leggi Brunetta in ritardo epocale.
A quanto pare, gli impiegati della pubblica amministrazione teutonica, nel 2025, hanno ottenuto in media quasi 15 giorni di malattia a testa. La principale cassa di malattia, DAK-Gesundheit, corregge addirittura al rialzo questi dati ufficiali dell’Istituto federale Destatis: si parla di una media di 19,5-19,7 giorni a persona. In Europa occidentale, la media oscilla invece tra 8 e 12 giorni. Noi del bar, come molte altre partite IVA e dipendenti privati, è grasso che cola se ci concediamo il lusso di ammalarci un giorno all’anno. Però a questo punto ci chiediamo: con quale faccia i signori di Berlino si sentono autorizzati a pretendere da noi il rigore?
Il Barista, 3 luglio 2026
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