Fermi tutti: è arrivato il caldo. Una notizia sconvolgente, soprattutto considerando che siamo alla fine di giugno e che, secondo una bizzarra consuetudine astronomica, dopo la primavera arriva l’estate. Eppure, aprendo i giornali e accendendo la televisione, sembra che sull’Italia si sia improvvisamente abbattuto un fenomeno mai osservato prima nella storia dell’umanità. Non è più semplicemente caldo. È “caldo estremo”. Non c’è più afa, ma una “morsa infernale”. Non arriva un anticiclone, ma una creatura mitologica pronta a divorare pensionati, bambini, turisti e possibilmente anche la democrazia. Manca soltanto il bollettino dal fronte.
Il copione, d’altra parte, lo conosciamo. A maggio ci spiegano che l’estate sarà la più calda di sempre. A giugno annunciano temperature sahariane. A luglio mostrano le fontane, l’asfalto e qualche turista con il ventaglio. Ad agosto scoprono che fa caldo persino in Sicilia. Poi arriva settembre, piove due giorni e parte immediatamente l’emergenza opposta: nubifragi, bombe d’acqua, autunno anomalo. Qualunque cosa accada, insomma, è sempre eccezionale.
Sia chiaro: le ondate di calore esistono e possono rappresentare un pericolo concreto, soprattutto per gli anziani, i malati e chi lavora all’aperto. Informare sui rischi, raccomandare prudenza e organizzare l’assistenza sanitaria è sacrosanto. Ma proprio perché si tratta di questioni serie, sarebbe opportuno raccontarle seriamente. Il problema non è la previsione meteorologica. È la sua trasformazione in spettacolo. La temperatura prevista diventa quella “percepita”, spesso senza spiegare la differenza. Il valore registrato in una località viene esteso idealmente a mezza Italia. L’ipotesi più estrema finisce nel titolo, mentre le precisazioni vengono nascoste al dodicesimo paragrafo. Il condizionale sparisce e una possibilità diventa una profezia. Così un normale servizio pubblico si trasforma in una fabbrica della paura.
“Potrebbero essere raggiunti picchi locali” diventa “Italia a 45 gradi”. “Temperature sopra la media” si trasforma in “Paese nell’inferno”. E quando i valori annunciati non arrivano? Nessun problema. Il titolo ha già fatto il suo mestiere, i clic sono stati raccolti e il lettore può essere accompagnato verso la prossima emergenza. Non serve negare che il clima stia cambiando per osservare questo meccanismo. Le due cose, infatti, non si escludono affatto. Si può riconoscere una tendenza all’aumento delle temperature e, contemporaneamente, contestare il modo isterico con cui viene raccontato ogni pomeriggio afoso. Anzi, dovrebbe essere proprio chi considera importante il tema climatico a pretendere maggiore precisione.
Perché l’allarmismo ha un difetto: alla lunga non allarma più nessuno. Quando ogni estate è “senza precedenti”, ogni temporale è “estremo” e ogni settimana rappresenta un “punto di non ritorno”, il pubblico finisce per non credere neppure agli avvertimenti fondati. È la favola di chi gridava al lupo, aggiornata all’epoca delle notifiche sul telefonino. C’è poi un aspetto economico che i profeti dell’apocalisse tendono a dimenticare. Descrivere quotidianamente l’Italia come una fornace invivibile non è precisamente una campagna promozionale per il turismo. Mentre alberghi, ristoranti e stabilimenti balneari cercano di lavorare, una parte dell’informazione sembra impegnata a spiegare al mondo che trascorrere una settimana nel nostro Paese equivale a partecipare a un corso di sopravvivenza nel deserto.
Naturalmente, chi solleva qualche dubbio viene subito sistemato nella casella del “negazionista”. È il sistema più comodo per evitare una discussione sul merito. Non importa che si stia contestando un titolo esagerato, un dato presentato male o una previsione trasformata in certezza: basta pronunciare la parola magica e il dibattito è chiuso. Ma tra il negare tutto e credere a qualsiasi titolone esiste ancora uno spazio chiamato buon senso.
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Il buon senso suggerisce di ascoltare i meteorologi qualificati, non i creatori di nomi mitologici. Di distinguere il meteo di questa settimana dal clima osservato nell’arco di decenni. Di confrontare dati omogenei. Di indicare dove viene misurata una temperatura, in quali condizioni e con quale margine d’incertezza. Soprattutto, suggerisce di ricordare una banalità ormai rivoluzionaria: siamo in estate. Farà caldo. In alcune giornate farà molto caldo. In alcune città si toccheranno valori elevati e sarà necessario proteggere le persone più fragili. Tutto vero. Ma non per questo dobbiamo trasformare ogni anticiclone in una prova generale della fine del mondo. Possiamo bere acqua, evitare di uscire nelle ore peggiori, assistere chi è in difficoltà e magari persino accendere un ventilatore. Senza aspettare che un titolo di giornale ci comunichi che il sole, anche quest’anno, è pericolosamente sorto a est. La vera emergenza, almeno nelle redazioni, sembra un’altra: riuscire a raccontare l’estate senza perdere la testa.
Massimo Balsamo, 26 giugno 2026
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