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Cambiare priorità: organizzare la riapertura

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Non si pretende che i nostri politici, come i campioni di scacchi, stiano già con il pensiero tre o quattro mosse avanti. Ma almeno si auspicherebbe che fossero capaci di guardare poco più in là del loro onorevolissimo naso.

Davvero pensano di poter andare avanti a spizzichi e bocconi, un cerottino qua e uno là, un mini sussidio oggi e uno domani? Tutto insufficiente, peraltro: un po’ come pretendere di svuotare il mare con una conchiglia.

Occorre dunque prendere il toro per le corna e affrontare di petto la questione vera: organizzare – da subito – la riapertura generale del paese e delle attività economiche. Certamente, con protocolli e cautele, con prudenza e accortezze: ma spazzando via l’idea folle di poter continuare con una chiusura pressoché generalizzata per un tempo ancora indefinito.

Nessun decreto ristori (né bis, né ter, né quater, né…quinquies) potrà mai bastare se decidi autoritativamente di bloccare la macchina dell’economia, se precludi strutturalmente la creazione di reddito e ricchezza.

Anche perché (questo è il punto) non è affatto questione di giorni o settimane. E’ illusorio credere che, siccome i primi vaccini sono alle porte, basterà resistere ancora per poco. Qualche giorno fa, intervistato da Mattino 5 su Canale 5, il viceministro Pierpaolo Sileri, con apprezzabile onestà intellettuale, ha ammesso che, anche quando i vaccini Covid saranno disponibili, il processo per consentire a una trentina di milioni di italiani di vaccinarsi potrebbe durare fino alla prossima estate e anche oltre. Se a quel punto, in presenza di un arco temporale così lungo, il governo perseverasse nella strategia assurda degli stop and go rispetto alle riaperture delle attività economiche, delle mezze chiusure, dei lockdown striscianti e parziali, saremmo dentro un tunnel infinito, con munizioni economiche limitatissime.