La nuova Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, pubblicata lo scorso 24 giugno, dovrebbe allarmare chi amministra Bologna. Le analisi delle acque reflue, infatti, collocano il capoluogo emiliano-romagnolo ai vertici nazionali per il consumo stimato di cannabis, insieme a Torino: circa 97-98 dosi giornaliere ogni mille persone, più del doppio della media italiana, pari a circa 45. La città registra inoltre uno dei valori più elevati per l’amfetamina, con 0,28 dosi al giorno ogni mille persone, circa due volte e mezzo la media nazionale, e in compagnia di Milano e Genova, è tra quelle con i tassi più alti per l’ecstasy.
A queste rilevazioni si aggiungono quelle sul particolato atmosferico. Nelle tre postazioni monitorate – Supersite, Giardini Margherita e via Chiarini – cocaina e THC sono stati individuati in tutti i 40 campioni analizzati; la ketamina in 33 su 40. Naturalmente occorre interpretare correttamente queste informazioni. Le acque reflue non dicono quante persone consumino droga e le tracce nel particolato non significano che chi vive o passa in una determinata zona ne faccia uso. Tuttavia, evidenziano una circolazione molto elevata di sostanze, che per alcune sostanze a Bologna è nettamente superiore alla media nazionale.
Il quadro è completato dalle informazioni rese pubbliche dall’Ausl di Bologna. Nel 2025 le persone seguite per dipendenze sono state complessivamente 4.388. Quelle in carico per sostanze stupefacenti illegali sono salite da 2.534 nel 2024 a 2.854 nel 2025: 320 persone in più in un solo anno. Il 18,3% degli utenti sono “nuovi”, si sono rivolti ai servizi per la prima volta. Particolarmente preoccupante è la crescita delle prese in carico per crack. Le persone seguite erano 353 nel 2023, sono diventate 456 nel 2024 e hanno raggiunto quota 623 nel 2025: quasi il doppio in due anni. Aumenta anche la quota degli utenti trattati per cocaina, passata dal 23,3% al 25,6%. Gli under 25 in carico sono 259 e per il 52% si tratta di nuovi accessi.
È certamente positivo che chi ha bisogno di aiuto venga intercettato e possa iniziare un percorso di cura. Ma l’aumento delle prese in carico non può essere presentato come l’unico indicatore di efficacia. La domanda viene prima: perché così tante persone, e in particolare tanti giovani, entrano nella dipendenza? Quali risultati hanno prodotto le politiche di prevenzione del Comune e della Regione? Quante risorse sono state investite nell’educazione dei minori e nel sostegno alle famiglie? I Servizi per le dipendenze dispongono di personale sufficiente e garantiscono tempi adeguati di presa in carico? Di fronte a questa situazione, le amministrazioni non possono limitarsi a elencare progetti, iniziative e prestazioni erogate. Devono spiegare quali politiche abbiano messo in campo e quali risultati concreti abbiano ottenuto.
Il problema, però, non è soltanto sanitario. È anche culturale. Da anni a Bologna una parte della politica presenta la legalizzazione della cannabis come una battaglia di libertà. Il Comune ha inoltre scelto di finanziare la distribuzione di pipe per fumare crack, sostenendo che si tratti di riduzione del danno. Chi vive una dipendenza deve essere curato, protetto dai rischi sanitari e accompagnato con rispetto. Il problema nasce quando amministrare il consumo rischia di diventare il centro della politica pubblica, mentre prevenzione, educazione e l’obiettivo di aiutare le persone a uscire dalla dipendenza restano sullo sfondo.
Una cosa è non abbandonare chi si trova in difficoltà. Un’altra è normalizzare il comportamento che lo ha reso dipendente o più fragile. Ci sono episodi recenti che mostrano quanto questa mentalità sia radicata. Il 26 giugno alcuni dirigenti e attivisti radicali hanno organizzato in piazza Verdi una fumata pubblica di cannabis, definendola una “disobbedienza civile” per la legalizzazione. Dopo essere stati identificati dalle forze dell’ordine e segnalati per detenzione di cannabis a uso personale, hanno accusato gli agenti di aver impiegato oltre dieci uomini, due volanti e la polizia scientifica per “reprimere quattro canne”. Aldilà del paradosso di organizzare deliberatamente una violazione pubblica della legge per provocare una reazione istituzionale e poi accusare gli agenti di aver svolto il proprio dovere, i radicali con questo evento hanno voluto presentare il consumo di cannabis come un gesto politicamente esemplare. Il consumo di droga è stato trasformato in uno spettacolo politico che ai più giovani comunica l’idea che possa essere una forma di impegno civile, una trasgressione virtuosa, quasi un gesto da imitare.
La cannabis viene ancora spesso presentata come innocua, soprattutto se consumata saltuariamente. Ma a Bologna il consumo stimato è più che doppio rispetto alla media nazionale. E quando l’uso comincia durante l’adolescenza, abbassare la percezione del rischio indebolisce famiglie, insegnanti ed educatori proprio nel momento in cui dovrebbero poter intervenire con chiarezza. Non è necessario sostenere che ogni ragazzo che usa cannabis passerà automaticamente ad altre droghe. Sarebbe una semplificazione. È però altrettanto sbagliato far finta che il consumo frequente in età precoce non possa incidere sulla salute, sulle relazioni, sul rendimento scolastico e sulla fragilità psicologica.
La prevenzione comincia anche dal modo in cui gli adulti chiamano le cose. Se ogni limite diventa repressione e ogni comportamento individuale viene rivendicato come libertà, la capacità educativa degli adulti viene progressivamente svuotata. È qui che Comune e Regione devono cambiare prospettiva. Per Bologna e la sua area metropolitana serve un piano capace di rafforzare i SerD e di collegarli stabilmente con neuropsichiatria, salute mentale, scuole e servizi sociali. Servono personale adeguato, tempi certi di presa in carico e una verifica annuale dei risultati. Una parte significativa delle risorse destinate alle dipendenze deve andare alla prevenzione precoce, alla formazione degli insegnanti, al sostegno delle famiglie e alle realtà educative e sportive.
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Il Comune dovrebbe poi rendicontare con precisione i progetti finanziati. Quante persone sono state raggiunte? Quanti giovani sono stati intercettati prima che il consumo diventasse dipendenza? Quali interventi sono stati realizzati nelle scuole e nei luoghi della vita notturna? Quante persone sono state accompagnate non soltanto verso un consumo meno rischioso, ma fuori dalla dipendenza? E dovrebbe spiegare perché la distribuzione di strumenti per fumare crack sia stata presentata con tanta evidenza, mentre non emerge con altrettanta chiarezza un investimento strutturale per aiutare i ragazzi a non cominciare e le persone dipendenti a uscirne. Non si tratta di scegliere tra repressione e assistenza. Servono insieme educazione, prevenzione, cura e contrasto allo spaccio. Una città che vuole proteggere i giovani deve ridurre la disponibilità delle sostanze, intervenire nei luoghi in cui lo spaccio è più visibile e offrire percorsi credibili a chi vuole liberarsi dalla dipendenza.
Bologna ha un problema serio. Lo mostrano le analisi ambientali e lo confermano le persone che ogni giorno arrivano ai servizi. Ma questi numeri rivelano anche il limite di una cultura che confonde la libertà con l’assenza di qualsiasi limite. Essere liberi non significa poter assumere qualsiasi sostanza senza che nessuno osi formulare un giudizio. Significa poter costruire il proprio futuro senza essere dominati da qualcosa che rende progressivamente meno padroni di se stessi. È questa la libertà che la politica dovrebbe difendere.
Elena Ugolini, 2 luglio 2026
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