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Cara Greta, il mondo non finirà nel 2030

Settant’anni fa all’Istituto Tecnico Industriale Avogadro di Torino (non al Liceo D’Azeglio, dove quelli appena appena normali creavano dal nulla l’Einaudi e la Juventus, mentre i migliori di noi al massimo aprivano un negozio di ferramenta), in un tema in classe, la professoressa Russo, dopo avermi dato “otto” (scritto in lettere, un privilegio), mi disse: “La prossima volta, se rifai un incipit del tema partendo da una citazione di un personaggio celebre, ti do quattro”. Dopo settant’anni di buona condotta, mi lancio con una citazione del filosofo Michael Novak: “La coscienza ecologica mostra tutti i segni caratteristici della religione gnostica, con Madre Natura assunta a idolo”.

Intuizione geniale quella di Novak che i markettari della comunicazione politica o di business (in fondo sono la stessa cosa) hanno applicato all’altrettanto geniale idea della sedicenne Greta (di cognome farebbe Thunberg ma come per i sovrani basta il nome di battesimo). Perché l’idea iniziale del bigiare ogni venerdì e manifestare per salvare il mondo dal CO2, davanti al Parlamento di Stoccolma, immagino sia stata solo sua (Chapeau!). Poi il lancio del “prodotto Greta”, attraverso uno studiato processo di marketing comunicazionale, connotato da forti venature parareligiose, forse esoteriche, e perché no iniziatiche. Vogliono fare di lei un chierico gnostico? Non lo sapremo mai, chissà quando i sui 15 minuti di notorietà finiranno?

Impeccabile l’organizzazione del red carpet di Greta, avranno preso a modello il cinquecentesco “giro delle sette chiese” di San Filippo Neri? Partenza dal Parlamento svedese, poi in segreto i salotti cosmopoliti giusti, quindi EU e Onu (sic!). Infine, eccola a Davos (le tre fonti energetiche svizzere, idroelettrico, geotermico, nucleare, sono “pulite” per definizione), e qua è arrivato il certificato di conformità del globalismo colto che solo il Forum dei birbanti può rilasciare. Il “prodotto Greta” era pronto per il grande pubblico delle future Città Stato (evoluzione del Ceo capitalism in purezza, ma ne parleremo a tempo debito), certo inidoneo per le periferie e per la campagna, ma tant’è.

Greta è stata impeccabile ovunque, anche a Roma. Divertente l’idea di alimentare il palco solo con energia cosiddetta “pulita” attraverso 120 ciclisti che, in Piazza del Popolo, pedalavano su generatori elettrici. Un amico romano (dal cinismo bimillenario), sorridendo, mi ha fatto notare che almeno l’80% dell’energia spesa da costoro era stata prodotta grazie all’assunzione di cibi totalmente dipendenti da energia “sporca” (fossili).

Imbarazzante la profezia-minaccia in Senato, così sintetizzata dai media: “Fra 10 anni, 257 giorni, 13 ore il mondo finirà, se non dimezzerete il CO2”. Mai fare profezie con data di scadenza inferiore al secolo, come fecero Al Gore e scienziati inglesi sullo scioglimento dei ghiacciai in Himalaya, cadendo nel ridicolo. Nel 2012 abbiamo scoperto il flop di un’identica profezia dei Maya. Eppure loro si erano tenuti larghi, ma il “tempo”, implacabile, li ha gabbati.

Noi adulti, se perbene, dovremmo dire a Greta, e a tutti i nostri giovani, solo e tutta la verità, perché noi (colti) la conosciamo. Darsi degli obiettivi alti è cosa buona e giusta, ma se non sono compatibili con altri obiettivi di livello gerarchico uguale o superiore, se manca una corretta execution, quindi se non ci sono risultati certi e concreti, stiamo facendo solo chiacchiere, creiamo solo fuffa. Sessant’anni fa gli “scienziati” del Club di Roma dissero a giovani come me (e io ci credetti) che a breve Venezia sarebbe stata raggiungibile solo con slitte, visto che eravamo entrati, per colpa del nostro stile di vita, nell’era del raffreddamento globale. Fu la prima “fake truth scientifica” in cui mi imbattei. Poi nuovi “scienziati” virarono di 180°, ora la minaccia era il riscaldamento globale (sic!). Nel frattempo ero diventato apòta e gli scienziati della mutua non mi gabbarono più.

È trent’anni che noi europei fissiamo obiettivi di tipo ambientale, da Kyoto in giù, che nessuno rispetta perché non possono oggettivamente essere rispettati. O fai come la Cina e l’India che firmano tutto, poi in nome del Pil, non rispettano nulla, ovvero come gli Stati Uniti di Donald Trump, che non firma perché, dice: “non intendo sacrificare il benessere degli americani all’ambiente (lui sa che senza un Pil in crescita non verrebbe rieletto).

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