in

Caro Porro, così è morto un nostro clochard mentre lo Stato pensava ai barconi

Dimensioni testo

: - :

Egregio Dottor Porro,

le volevo segnalare questo episodio e fare alcune riflessioni. Abito a Milano, in via Buonarroti. Nell’androne del palazzo, nella parte esterna ma al riparo dalle intemperie, dormiva un signore; arrivava tutte le sere intorno alle 20/20.30 e mezz’ora dopo già dormiva… la mattina andava via prestissimo per non disturbare.

Mi aveva colpito molto, una sera, vedere la dignità con cui preparava il suo letto: spazzava il pavimento dove metteva la branda pieghevole che si portava dietro, tirava fuori le coperte, il libro che, mi aveva raccontato, lo aiutava a prendere sonno. Mi aveva chiesto scusa per il fatto di poter arrecare disturbo; io mi ero sentito in colpa per il fatto di poter avere un appartamento al caldo mentre lui se ne stava, infreddolito, a dormire in un angolino di un androne. Altre volte, tornando a casa la sera, gli compravo un toast, piuttosto che un panino e se anche stava già dormendo, glielo lasciavo lì, nel suo angolino… era diventato una sorta di amico.

La storia di questo signore mi aveva incuriosito e chiedendo qua e là avevo saputo che quello che la sera era il suo letto di fortuna, di giorno altro non era che la bancarella con cui sbarcava il lunario. Si, per vivere, vendeva della bigiotteria, piccole cianfrusaglie di poco valore che gli permettevano di “sopravvivere”. Questo signore era un uomo che aveva perso tutto nella vita: casa, lavoro. Ma aveva mantenuto la cosa più importante: la dignità.

Perché parlo al passato e perché scrivo questa mail? Parlo al passato perché questo signore la notte scorsa è morto! Non si sa ancora se per un malore o per essere stato aggredito da qualche delinquente che l’attuale amministrazione pare coltivi con particolare cura; resta il fatto che il signore che tutte le sere trasformava un angolo dell’androne nel suo piccolo Paradiso non c’è più. E io scrivo questa mail perché non si può vedere finti profughi di trent’anni su finte navi di “aiuti umanitari” che fanno finta di aiutarli ma che in realtà hanno ben chiaro il business che c’è dietro ogni singolo migrante… non si può vedere finti esaurimenti nervosi per essere stati tre giorni su una nave (su una nave, non su un gommone!!!). Chi scrive ha passato due anni in cura per depressione, sa perfettamente cos’è: chi è depresso alle otto del mattino, non ride di fronte alle telecamere alle tre del pomeriggio.

Non si può vedere finti politici che ci spiegano come si risolvono le cose quando sono stati anni a devastare questo Paese. Ma soprattutto non si può vedere un vero signore morire da solo, in solitudine, senza una casa, dopo aver perso tutto, dimenticato dallo Stato e da quei politici che oggi pare facciano a gara a chi riesce a saltare prima su una di quelle navi. E del signore, del mio amico, della sua dignità, della sua forza di rimboccarsi le maniche e ripartire da zero non frega niente a nessuno.

Ovvio: che ritorno può dare parlare di un barbone e per giunta italiano? Scusi il lungo sfogo.
Buona serata
Carlo