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Caro Porro, ho 24 anni e voglio tornare a vivere

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Caro Nicola,

le scrivo questa lettera per raccontarle di come un giovane studente universitario come me vede il mondo oggi, tra mancanza di socialità, instabilità e incertezza sul futuro. Ho 24 anni e il 2020 per me non è stato solo l’anno del Covid, ma anche l’anno in cui mi accingevo a costruire gran parte del mio futuro. L’ultimo anno di università, il primo stage in azienda (rigorosamente in smart working, ahimè), il primo approccio al mondo del lavoro… insomma, il punto di svolta della vita di ogni giovane che cerca di costruire il suo futuro in virtù dei suoi sforzi e delle sue capacità, al contrario di chi preferisce affidarlo ai “navigator” e che col reddito di cittadinanza incassa mensilmente il doppio di quanto uno studente come me prende per uno stage a tempo pieno.

Due mesi fa ho preso il Covid. Come la stragrande maggioranza dei miei coetanei, non ho praticamente avuto sintomi e mi sono negativizzato in tempi relativamente brevi. Oggi, a meno di due mesi dalla guarigione, e stando a ciò che sostengono gran parte dei virologi, dovrei essere una di quelle persone immuni che, essendo al sicuro dalla malattia ed avendo probabilità minime di poterla trasmettere, potrebbe tornare a vivere. Al contrario, le restrizioni sembrano spuntare come funghi e se è vero che siamo riusciti ad abituarci (non il sottoscritto) alla “banalità del coprifuoco”, regolamento dalla dubbia e mai dimostrata efficacia, col divieto all’asporto di alcol dopo le 18 ecco che anche i più reconditi ricordi del proibizionismo sembrano riaffacciarsi in quello che pare configurarsi sempre di più come la tragica parodia di un regime di polizia e sempre meno come una democrazia liberale, quale ci vantiamo di essere.

Da studente liberale di destra, c’è un aspetto insopportabile che credo evidente in questo periodo di pandemia: l’enorme disparità di trattamento tra garantiti e non garantiti, tra chi lo stipendio lo prende pieno anche da casa e chi, se non lavora, non ha di che sfamare la famiglia. Una dicotomia che il governo non ha fatto che inasprire con provvedimenti surreali e ristori pietosi, finendo per metterci gli uni contro gli altri, così come ha messo gli uni contro gli altri i giovani e gli anziani, additando i primi come untori irresponsabili e un pericolo per i secondi.

Sempre da studente, e da giovane, mi chiedo poi come sia possibile che l’elemento della socialità sia stato per tutti questi mesi considerato un “di più”, un qualcosa di rinunciabile, quasi un fastidioso capriccio di giovani egoisti che baratterebbero la morte di una persona per uno spritz in compagnia. Non è così, e chi dice ciò non sa i sacrifici di un giovane a non poter abbracciare i propri nonni (non per ordine del governo, ma per responsabilità personale di un individuo libero), a non poter vedere amici un po’ lontani, a dover dire addio a relazioni abbastanza “a distanza” da essere impedite per Dpcm. La socialità non è un capriccio, è un bisogno umano. Pare ridicolo dover citare un filosofo morto più di due millenni per spiegare ai politici di oggi come stanno le cose, ma il grande Aristotele parlava dell’uomo come un “animale sociale” e della socialità come una sua “componente innata”. Non un capriccio, quindi, ma una vera e propria necessità, che non può continuare ad essere negata, né ai giovani né a chiunque altro.

Vorrei chiudere con un messaggio che è quello che manderei, se potessi, al nostro governo:
da giovane, non penso né pretendo che il futuro sia una nostra esclusiva, ma quando accade l’opposto, ovvero quando un governo si arroga il diritto di decidere del presente e del futuro dei giovani, buttando in mancette i soldi presi a debito, togliendo loro l’istruzione, la libertà e trascurando l’importanza della socialità come componente fondamentale della vita, a quei giovani sarà negato il futuro. E il conto della loro scellerata cena lo pagheremo noi.

Marco, 27 gennaio 2021