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Caro Porro, il coprifuoco aiuta il virus

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Caro Porro,

il coprifuoco – derivante dall’ordine medievale di spegnimento notturno dei fuochi domestici a scanso d’incendi, con contestuale chiusura delle porte di una città – si è perpetuato come misura di difesa bellica dello “stato d’assedio”, per rendere più difficile al nemico l’individuazione di obiettivi sensibili, fissi o mobili da colpire (luci, fiaccole, etc.), ovvero per meglio controllare di notte un dato territorio anche di singole zone (città, provincie, etc.) e non necessariamente di un intero territorio nazionale. Ed infatti l’ultimo coprifuoco in Italia era stato imposto con lo stato d’assedio, durante la Seconda Guerra Mondiale, dal nuovo Capo del Governo Badoglio, all’indomani del noto arresto del suo predecessore (25 luglio 1943), all’inizio dalle ore 20 alle ore 6 del mattino, poi ridotto dalle ore 22:30 alle ore 5:00 e poi ancora dalle 22.30 alle ore 4:00.

Di notte tutti a casa

Nella vigenza della Costituzione del 1948, il coprifuoco è stato reintrodotto per la prima volta, in occasione della pandemia, sull’intero territorio nazionale, con il Dpcm del 3 novembre 2020 (art.1.3) nell’ambito di “Misure urgenti di contenimento del contagio” da Coronavirus, seppure come divieto implicito contenuto nella disposizione per cui “dalle 22.00 alle ore 5.00 del giorno successivo sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute”.

Ciò similmente ad altri Paesi europei (Belgio, Cekia, Francia, Grecia, Lettonia, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Spagna, Ungheria) ma a differenza di altri Paesi Ue, sia in lockdown (Austria, Danimarca, Germania), sia con approccio sanitario meno restrittivo (Finlandia, Svezia) e di altri Paesi extra europei (Norvegia, Regno Unito, Svizzera) nonché degli Usa.

Il controsenso del coprifuoco

Ora, in una situazione di pandemia, assumendo come punto di partenza conclamato che debba essere favorito il massimo distanziamento interpersonale, ne dovrebbe derivare come corollario logico la massima dilatazione dei tempi di fruizione degli spazi comuni e non – come avviene col coprifuoco appunto – la compressione dei tempi per la fruizione degli spazi comuni, pubblici ed aperti al pubblico.

Infatti ─ in assenza di evidenza scientifica di maggiore diffusività del virus con il favore delle tenebre ─ il coprifuoco non realizza affatto il distanziamento interpersonale ma favorisce la sovrapposizione della uscita negli spazi pubblici di persone di tutte le età e per tutte le finalità non vietate dalle norme, nelle stesse fasce orarie diurne. Come del resto chiunque può constatare il diurno permanere di ammassamento nei mezzi pubblici (metropolitane, tramvie, etc.).

Una soluzione: aprire i negozi in orario notturno

Con la rimozione del divieto generalizzato di circolazione notturna, ferma la logica temporanea chiusura di locali di intrattenimento come discoteche e club, incompatibili col distanziamento o di locali serali implicanti stazionamento gregario prospiciente (aperitivi, alcolici, etc.), dovrebbe anzi essere favorita l’apertura dei luoghi aperti al pubblico come i supermercati ed i commerci di beni primari anche in orari di ordinaria chiusura notturna per favorire la massima diluizione dei consumatori, quando invece chiunque può constatare che, proprio con il coprifuoco, si sono acuiti gli orari di calca nei supermercati per il sovrapporsi del tempo libero dei lavoratori online ed offline con i tempi dei pensionati o di altri: un infermiere o un poliziotto liberi dal servizio, oppure un operaio, un professionista o uno studente, devono andare al supermercato negli stessi compressi orari in cui vi acceda il lavoratore in un smart working ovvero il pensionato, il disoccupato o il rentier finanziario. Senza poi menzionare il dato, di percezione comune, per cui l’accesso ai supermercati, come passatempo o come vettore di senso della uscita, è direttamente proporzionale alla irrazionale chiusura delle altre attività commerciali, per una sorta di principio dei vasi comunicanti della naturale libertà e dell’insopprimibile socialità umane.

Perché chiudere gli orafi?

E qui veniamo al secondo punto: se può aver una logica emergenziale tener chiusi nei fine settimana i centri commerciali, divenuti di fatto luoghi di socializzazione impropria, che senso logico ha chiudere, in “zona rossa”, generi di commercio come, ad esempio, orafi, argentieri, antiquari, gallerie d’arte, alta moda? Infatti, anche senza la finezza antropologica di Oscar Wilde, per cui “niente è più necessario del superfluo”, è notorio che – già dai tempi di crisi pre-covid – in questo genere di negozi, è tanto se entra una persona al giorno (e magari su appuntamento) e viene effettuata magari una vendita alla settimana, con la quale però un’attività si sostenta e il lavoro si alimenta, irrorando di ossigeno economico i subfornitori, l’indotto degli artigiani, dei restauratori etc., e soprattutto, dando una speranza di senso di vita non solo economica ai diretti interessati ed ai consociati in generale. E discorso a parte va fatto pure per servizi alla persona, come i parrucchieri, dove può benissimo essere disciplinato l’accesso (appuntamento, numero limitato in proporzione a spazi etc.), senza chiusura drastica. Dunque, è imposta la chiusura di negozi che non sono minimamente pericolosi per il contagio con danno enorme per l’economia già sofferente per assenza di turismo.

Al contrario, il criterio ragionevole avrebbe dovuto essere non solo di lasciare aperti i commerci di beni di prima necessità in orari più diluiti del consueto, per evitare l’assembramento che chiunque può constatare, ma di lasciare comunque aperti anche quei negozi di beni non necessari, dove ordinariamente non si ha affatto assembramento di clienti.

Favorire l’attività motoria

Così pure, per quanto riguarda le attività sportive, l’assenza del coprifuoco permetterebbe a chiunque di fare lecita attività motoria o sportiva individuale in orari più ampi, così come dovrebbe essere anzi promossa la riapertura di palestre anche fino a tarda notte in modo tale che giovani e lavoratori online/offline possano scaricare le proprie tensioni psicologiche in orari più ampi e diluiti, favorevoli al distanziamento. Per quanto riguarda cinema e teatri, settori già in grave sofferenza prima della pandemia, non si capisce perché non possano essere contingentati afflussi limitati compatibili con posizione distanziate (come in Bulgaria limitatamente al 30% della capienza): l’uomo è un animale non solo razionale ma anche simbolico e quindi le riaperture culturali, come anche quelle dei musei, infondono una rinnovata fiducia nel corpo sociale.

A ciò va aggiunto che, se la misura del coprifuoco è di fatto sopportabile nel periodo invernale, con l’allungarsi delle giornate, in Paesi mediterranei come l’Italia, il protrarsi della misura restrittiva in sé emergenziale, rasenta l’inesigibilità della condotta, anche perché la maggior parte della popolazione – a differenza che nel 1943 – vive ormai non in contesti rurali ma urbanizzati ed in abitazioni di dimensioni ridotte in edifici condominiali.

Riaprire i ristoranti

Per le stesse ragioni, l’accesso a ristoranti, in “zona gialla“, se possibile al mezzodì, non è ragionevole che venga impedito la sera, nel rispetto di contingentamenti d’ingressi, distanziamenti di postazioni e quant’altro fu oggetto di vanificato investimento “sanificatore” nella precedente stagione. Resta da vedere piuttosto quante attività di ristorazione saranno in grado di riaprire e non siano economicamente perite a beneficio dei colossi mondiali delle piattaforme di online food e quanti cittadini locali si potranno permettere di andare a ristorante, in attesa del vagheggiato ritorno dei turisti!

La stigmatizzazione dell’innocuo – come sanzionare una passeggiata solitaria notturna o il prendere da soli il sole su una spiaggia – oltre che un grave vulnus allo Stato liberal-democratico di diritto, deprime la psiche degli individui (già provati da oltre un anno di emergenza) ed il senso di libertà collettivo, quanto comprime l’economia impedire innocui commerci, rapportandosi alla lotta scientifica contro il virus come la superstizione rispetto ad una nuova religione, soprattutto in una situazione di convivenza con il virus per un tempo ancora indefinito, nonostante la campagna vaccinale – pare – per la variabile indeterminata delle varianti.

Dunque, proprio partendo dall’accettazione della necessità temporanea del distanziamento interpersonale, la sua declinazione solo in termini di divieti e chiusure ne rivela non solo la sua irragionevolezza rispetto al contenimento del contagio ma anche la sua radice ideologica illiberale, quando invece solo la massima dilatazione della facultas agendi -nella possibilità dei tempi di fruizione degli spazi- può garantire alle persone il godimento delle libertà costituzionali (di movimento ex art.16, di iniziativa economica ex art.41) nel rispetto del diritto fondamentale alla salute (art.32) dei cittadini ─ la cui “libertà personale è inviolabile” ex art.13 ─ di una Repubblica fondata sul Lavoro (art. 1).

Grazie per la Cortese attenzione,

Antonio Bellizzi di San Lorenzo (ricercatore di ruolo di Diritto privato presso la Scuola di Economia e Impresa dell’Università di Firenze), 15 aprile 2021