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Caro Porro, sono malato e incazzato nero

medico paziente

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Caro Nicola,

mi permetto di darti del “Tu” per la familiarità percepita dal seguirti con piacere molto spesso. Cercherò di essere breve, sebbene ne avrei molte da dire.

Scrivo alla tua posta perché oggi sono particolarmente “incazzato” (posso dirlo?). Sono una normalissima persona di 44 anni che purtroppo, per motivi di salute, ha dovuto scontrarsi più volte con il sistema sanitario nazionale, in tutte le sue sfaccettature, d’altronde come tutti. Io però ho un motivo particolare che mi spinge ad esternare la mia rabbia, cosa che la mia natura equilibrata tende sempre a mettere in secondo piano: è la convinzione, sarà banale dirlo, secondo cui chi per “mestiere” ha scelto di lavorare a contatto con la gente dovrebbe superare anche un esame di empatia. Senza se e senza ma. Potrei fermarmi qui, ma il perché di questa mia riflessione, tanto semplice ma ti assicuro tanto sentita, è la mia storia, che cerco di esporti in sintesi.

Sono orfano di madre dall’età di 16 anni. Se n’è andata a 49, stroncata dal male del secolo. Io ho seguito le sue orme anche in questo, con la fortuna di vivere questa esperienza in un’epoca differente, in cui la medicina, per nostra fortuna, ha compiuto qualche passo in avanti. Così almeno io, almeno per il momento, posso dirmi un sopravvissuto. Ho avuto la fortuna di vivere a Roma quando ho ricevuto questa diagnosi ed essere prontamente assistito presso il S. Andrea, struttura che, almeno per la mia esperienza, si è rivelata un esempio di efficienza come poche. Devo dirlo: sono stato trattato, durante il lungo periodo di terapie presso il reparto di ematologia, come un amico, un conoscente, uno che banalmente meritava di essere accompagnato anche semplicemente con tatto durante questo percorso. Se è vero che la componente emotiva è parte della cura, sono convinto che l’essermela in qualche modo cavata fino ad oggi possa dipendere non solo dalle cure sperimentali che ho ricevuto ma anche dalla componente umana dello staff, dal primario all’infermiere, dal tecnico radiologo all’Addetta ai pasti.

Certo, non è stata facile, sono andate all’aria mille prospettive che sognavo da ragazzino e ti assicuro che sopravvivere ha i suoi costi quotidiani in termini fisici ed emotivi, perché da certe cure non si esce mai indenni ed ogni giorno vissuto rappresenta un’incognita, in compagnia di fastidi di qualunque genere e di quel tarlo onnipresente che è la tua spada di Damocle, visto che ti domandi sempre quanto ti resta, quando questa cosa tornerà, annullando con ciò ogni progettualità a medio-lungo termine. Ma non voglio divagare, bensì trasferirti l’immagine del mio stato d’animo, che all’esterno non traspare, visto che il mio patrimonio genetico, seppur incrinato da questa pesante eredità, mi impone di rappresentarmi come persona forte, d’essere io la spalla altrui su cui poter fare affidamento. Oggi però, per la seconda volta, sono crollato e ti racconto il perché.

Dopo essermi trasferito alcuni anni fa a poche centinaia di chilometri a nord della Capitale, qui dove la sanità pubblica viene esposta in termini di efficienza come emblema, insieme a quelle caratteristiche “sagre rosse” ed alla tipica cucina locale, ho provato a farmi seguire (dovrei essere periodicamente monitorato) dal reparto di ematologia della mia città. L’accesso rappresenta già una sfida, sfiorando quasi il clima di raccomandazioni che talvolta respiravo all’università. Ricordo la mia prima ed unica visita di controllo con estrema lucidità: il medico del momento, in compagnia di alcuni tirocinanti, non interloquiva con me, bensì interrogava queste persone per capire se fossero in grado di giungere alle giuste conclusioni riguardo il mio stato di salute. Nel frangente di questa “visita”, durante la quale avrei voluto chiedere se fosse normale avere questo o quel fastidio, se ciò potesse essere la spia di una recrudescenza, io, che generalmente mi espongo senza problemi, mi son sentito scoraggiato, deluso, di troppo in quella stanza, oggetto di studio didattico più che delle ritengo dovute attenzioni diagnostiche.

In quell’occasione ho interrotto la lezione del “Prof” solo per una domanda, forse la più sentita, chiedendo come mai mi sentissi sempre così terribilmente, incessantemente e profondamente stanco. Il Prof, come avessi fatto una battuta, si rivolge alla sua platea con una risata e poi a me, replicandomi testualmente: “Ah, ma quella [la stanchezza, ndr] se la deve tenere” e liquidandomi con un arrivederci al prossimo controllo. Non è seguito l’applauso di fantozziana memoria al megadirettore, ma sarebbe calzato a pennello. Da quel momento non c’è stato più alcun controllo, non me la sono sentita di tornare lì per essere usato quasi come oggetto di scherno, è stato più forte di me. Poi è sopraggiunto il periodo del Covid e questo, unito al precedente ed alla sopraggiunta paura di scoprire qualcosa di “nuovo” mi ha fatto desistere.

Fino ad oggi. Purtroppo ho avuto qualche altro problema di salute, che spero risolvibile e, per altri motivi, un medico mi ha prescritto nuovamente una visita ematologica. Munito dell’impegnativa scopro che la visita non è prenotabile normalmente ma si è posti in lista di attesa. Ricevo quindi la chiamata di un addetto, dopo essermi rassegnato a recarmi presso un ematologo che opera in libera professione, che avrebbe voluto fissarmi un appuntamento. Fantastico, peccato abbia esordito anch’egli con scherno (ho sinceramente pensato ad uno scherzo, seppur di cattivo gusto), per via del fatto che l’impegnativa sottoscritta dal medico richiedente non conteneva un chiaro quesito diagnostico. Così questo “personaggio” mi chiede, con evidente tono provocatorio, se avessi prurito al naso, se mi facesse male una gamba o se semplicemente volessi organizzare una partita a carte o qualcosa del genere. Per me, che affronto ogni visita col terrore di scoprire “novità” ed ogni giornata con un umore “particolare”, questo atteggiamento beffardo, come se stessi chiedendo una visita per semplice divertimento mi ha francamente sfiancato. Ho risposto a tono, questo è chiaro, ma ho pensato a te e sai perché?

Perché questo atteggiamento, oltretutto, rovina anche la già fragile economia del nostro paese. Si, hai letto bene, lo penso davvero. Non bastavano infatti quei percettori di RdC che si rifiutano di spostarsi da casa (io ho origini geografiche vicine alle tue eppure l’ho fatto), quei giovani che ormai spesso rifiutano stipendi non equiparabili al reddito di un “blogger” o di qualche altra divinità mediatica del momento, le difficoltà delle bollette, delle tasse da pagare e di tutto il resto che disincentiva qualsiasi iniziativa imprenditoriale. No, ci voleva anche questa massa di gente che tutto dovrebbe fare a meno dello stare a contatto col prossimo, ancor più quando il prossimo non è nel suo periodo più fortunato, a sferrare un colpo ulteriore, a far passare la voglia di credere in sé stessi e magari di investire sul proprio futuro, che è poi il futuro di un’intera Nazione. Queste persone, poche o tante non so, sono ovunque, nel ministero piuttosto che nell’ente locale, nell’ospedale piuttosto che alle poste, ed occupano quel posto consapevoli del fatto che mai nulla potrà spodestarle.

Perché, credimi, io qualche volta ci ho provato a decidere di mettermi in proprio invece di accontentarmi di uno stipendio minimo, ad aprire quella famigerata partita Iva che a molti fa gola e che molti invece terrorizza. Ho provato a pensarmi per una volta “normale”, a sfidare la sorte, la salute e la fortuna, ad immaginare di avere davanti a me il tempo necessario e le forze sufficienti a realizzarmi come vorrei, ma è proprio una serie di gesti come questo, patiti sempre a causa di persone di questo tipo, che mi ha fatto infine desistere. Pensa che, per un’altra questione, ho finanche vinto un ricorso scritto di mio pugno presso la CTP e contro un ente locale che ancora oggi si fa beffe della sentenza e decide impunemente di non ottemperarvi. Tanto, al responsabile dell’ufficio che sta dall’altra parte pensi importi qualcosa di ciò? Questo atteggiamento, a mio modo di vedere le cose, è la fotografia dell’attuale stato di cose.

Questa impunità e questa coeva mancanza di meritocrazia, questa inerzia comoda e spesso voluta, stanno conducendo la gente, soprattutto le nuove generazioni, al torpore più assoluto. La mancanza di iniziativa raggiunge così anche le persone più “forti” e dal carattere più deciso. Penso si debba lavorare in tal senso e mi auguro che il governo in carica prenda in seria considerazione questo stato di cose, perché finché ci sarà una prospettiva caratterizzata da forte incertezza unita ad un clima ostile, percepibile da parte di tutto ciò che è l’interfaccia dello Stato con la gente, anche le persone più motivate incontreranno un grande freno a costruire qualcosa per il loro domani.

Pertanto, e concludo, non so se mai avrai modo di leggere questa mia, ancor meno se vorrai pubblicarla. Mi auguro comunque possa esserti di spunto. È uno sfogo sincero, ma mi sento di portarlo alla tua attenzione perché investe due aspetti di attualità, tanto importanti quanto fortemente controversi: l’efficienza del comparto pubblico da una parte, la carente motivazione all’imprenditoria dall’altra, che spesso si amplifica per colpa della prima, non solo come nel mio caso e non solo per la già troppo complicata sovrastruttura burocratica, bensì anche per la gente che ne è immersa e che l’amministra o addirittura la costituisce o rafforza, che sembra far tutto fuorché tendere una mano a chi dall’altra parte vorrebbe semplicemente essere solo un po’ rassicurato e magari (dico magari) aiutato, piuttosto che a volte apertamente osteggiato.

Con grande stima, Ti ringrazio sinceramente dell’attenzione.
Un caloroso saluto,

M.